
Irene De Pascalis insegue il suo sogno di diventare maestra sin da piccola e per questo si iscrive a Scienze della formazione primaria all’Univr. Durante i suoi studi, inizia a maturare esperienza nella scuola pubblica italiana ma capisce presto di avere bisogno di stimoli diversi. Una volta laureata, decide di partire all’avventura insieme a un’amica per fare volontariato in America Latina. Dopo diverse tappe, oggi vive in Messico, dove ha avviato con il marito – conosciuto lì – un progetto educativo improntato sull’utilizzo della musica e dove si esibisce dal vivo con la propria band.
Ciao Irene, ci parli del tuo percorso di studi?
Io, fin da piccola, sapevo di voler fare la maestra, quindi tutte le mie scelte scolastiche furono orientate verso questo obiettivo. Alle superiori frequentai il liceo delle scienze umane, mentre all’università avrei voluto frequentare Scienze della formazione primaria, ma, al primo tentativo, non riuscii a entrare.
Mi dissi di non demordere e mi presi quell’anno per fare un’esperienza all’estero: scoprii alcuni corsi finanziati dall’Unione Europea, mi candidai e mi presero per un training di una settimana a Cipro, incentrato sul come essere leader. Trascorsi questa esperienza di studio all’estero ma non volli allontanarmi troppo poiché avevo intenzione di tentare nuovamente l’ingresso a Scienze della formazione primaria alla prima occasione. L’anno successivo riprovai, e questa volta riuscii finalmente nel mio scopo.
Gli anni universitari furono un periodo impegnativo ma con molte soddisfazioni, oltre a darmi la possibilità di maturare esperienza nella scuola pubblica italiana. Al termine degli studi, però, avvertii il bisogno di nuovi stimoli. Fu così che, appena dopo la laurea, io e una mia compagna di corso partimmo per fare volontariato in America Latina: non ancora un’esperienza professionale vera e propria ma sicuramente un bel modo per mettere in pratica le competenze imparate durante la nostra permanenza nella scuola pubblica.
In che Paesi siete state?
Arrivammo in Perù, dove il primo mese fu di puro viaggio perché eravamo appena uscite dall’università e ci serviva un periodo di svago. In seguito, ci spostammo verso le Isole Galápagos, un arcipelago appartenente all’Ecuador, dove iniziò il volontariato. Qui insegnammo inglese ai bambini, anche se il metodo educativo era completamente diverso rispetto a quello al quale eravamo abituate: il loro metodo era piuttosto rigido, mentre il nostro un po’ più aperto, di educazione più libera, di ascolto dei bambini e dei loro bisogni. Lì, se provavi ad adottare qualche tecnica diversa dallo stare tutti seduti e ascoltare – come per esempio il gioco – diventava un caos. Adattarsi fu una sfida!

In Italia, oltre a essere maestra, ero anche cantante e pensai che avrei potuto esserlo in qualsiasi parte del mondo. Così, dopo che la mia amica partì per un’altra esperienza di volontariato nei vulcani equatoriali, io rimasi alle Galápagos a lavorare come cantante continuando il volontariato con i bambini. Al tempo non parlavo spagnolo ma solo un po’ di inglese e mi vergognavo un pochino a parlarlo. Mi aiutò il fatto che, alle Galápagos, la quasi totalità dei turisti che arrivano parlano solo in inglese quindi iniziai a cantare in italiano e in inglese.
La tappa successiva fu la Colombia, dove continuai a lavorare come cantante e mi attivai per cercare dei musicisti. Qui iniziai a cantare anche in spagnolo visto che con la lingua iniziavo ad avere dimestichezza.
Nel frattempo, continuai con il volontariato insieme alla mia amica nella Comuna 13 a Medellín, un quartiere noto in passato per essere uno dei posti più pericolosi al mondo ma che, negli ultimi anni, ha vissuto un importante riscatto. I genitori dei bambini con i quali abbiamo fatto volontariato in questo quartiere non avevano le risorse necessarie per garantire alimentazione ed educazione. Fu un’avventura, basti pensare che nelle due settimane trascorse qui, ci ritrovammo a dormire sul pavimento di questa associazione!
Qui insegnammo letto-scrittura, inglese, ma anche un’attività appresa all’università con il prof. Girelli, il metodo SIGLO, che abbiamo adattato alla lingua spagnola.
Le nostre esperienze di volontariato proseguirono in giro per l’America, tra Ecuador, Colombia e Panama fino a che le strade con la mia amica si divisero: lei lasciò il mondo dell’educazione per andare a lavorare su una barca, della quale ancora oggi è cuoca e marinaia; per quanto riguarda me, invece, dopo aver trascorso anch’io un periodo sulle barche, capii che non era la mia strada nonostante il mare mi piacesse molto e decisi di cambiare prospettiva: non stare più in mezzo al mare ma di fronte! Il mio obiettivo di vita divenne quello di andare a vivere con vista spiaggia.
Direi una scelta condivisibile. Ora dove ti trovi?
Dopo un anno in Colombia, pensai che lì non potevo più starci così presi un volo per il Messico, dove mi trovo tutt’ora. Precisamente a Puerto Escondido, nello stato di Oaxaca, che si affaccia sull’Oceano Pacifico.
Anche qui iniziai a cercare una band: fu così che conobbi quello che sarebbe diventato mio marito. Il caso vuole che anche lui fosse qui per lavorare con la musica, ma ci accorgemmo presto di avere anche un’altra cosa in comune, ossia il mondo dell’educazione. Lui si era diplomato in educazione musicale e, neanche farlo apposta, il tema della mia tesi era un progetto biennale di tirocinio, in particolare sull’educazione musicale, la competenza fonologica e su come sviluppare questa area del linguaggio con la musica.
Pensammo subito che ci sarebbe piaciuto molto mettere insieme queste componenti: la musica, la nostra più grande passione, e l’educazione. È così che cominciammo a fare corsi di stimolazione per neonati e per bambini della prima infanzia, che è oggi la nostra principale occupazione lavorativa. Il nostro bambino è sempre con noi durante i corsi e ci segue anche quando ci esibiamo nei live grazie alla nonna che lo porta con sé.

Come ti trovi a lavorare lì?
Qui la questione lavorativa è più “libera” rispetto all’Italia, è un aspetto che mi piace molto dell’America Latina. Tutti possono avere una possibilità di lavorare nel settore che desiderano, non ci sono troppi “paletti” che limitano le ambizioni. Questo aspetto penso favorisca la libera espressione di ciascuno, dando spazio ai progetti personali. Si guadagna un po’ meno rispetto all’Italia ma si pagano meno tasse. Inoltre, il costo della vita è molto più basso. Noi lavoriamo per un’istituzione governativa.
Per il progetto educativo che portiamo avanti io e mio marito, abbiamo aperto una pagina su Facebook, La casita del tambor, letteralmente La casetta del tamburo, dove carichiamo tutti i video delle esperienze fatte con i bambini durante i corsi che teniamo, ma anche contenuti in cui facciamo da cantastorie. A questo scopo, mi porto sempre dietro un libro che avevo usato in occasione del tirocinio e che ora sto cercando di far conoscere in giro per tutto il Messico narrandolo in spagnolo: si chiama Oh! Un libro che fa dei suoni di Hervé Tullet. È un libro che fa cantare e interagire i bambini.
Quindi, come si svolge la tua giornata tipo?
In questo momento, con il mio bambino nato da poco, le giornate sono cambiate totalmente ma, in generale, seguiamo questa routine: la mattina ci svegliamo con calma e stiamo con il nostro bambino, mentre al pomeriggio andiamo a fare i corsi con i bambini, due o tre volte alla settimana. Alla sera, sempre due o tre volte a settimana, ci esibiamo in ristoranti o in centri culturali, molto diffusi in questa zona.
Al pomeriggio lavoriamo con i bambini, mentre alla sera suoniamo per gli adulti (ride, nda)!
Posso dire che qui la vita qui è molto più rilassata, i ritmi di lavoro sono molto diversi e, da liberi professionisti, possiamo anche gestirci la mole di lavoro settimanale.

Che musica suonate?
Noi suoniamo musica latina, in particolare salsa, son, cumbia, bossa nova… Eseguiamo anche canzoni in inglese o in italiano ma rivisitandole con un ritmo latino.
In ottobre saremo in Italia per presentare il nostro progetto in modo che le persone possano sperimentare qualcosa di diverso rispetto a quella che è la musica live dell’ambiente veronese, proponendo canzoni diverse o interpretazioni diverse di canzoni italiane. Se ce ne sarà la possibilità, ci piacerebbe parlare anche del nostro progetto per bambini legato alla figura del cantastorie.
Cosa ti sei portata oltreoceano dalla tua esperienza universitaria?
Sicuramente l’attitudine ad affrontare e analizzare il contesto. Mi è rimasta molto l’abitudine a registrare quello che faccio e riguardarmi i video a casa per capire cosa ha funzionato e cosa no. Cerco sempre poi di parlare con le altre persone per capire cosa si può migliorare, cercando di adattarmi a quello che stanno vivendo i bambini. Quando si programma un’attività, se quest’ultima non sta piacendo ai bambini è inutile continuare a farla e subentra la necessità dell’improvvisazione, un’arte che ho imparato grazie al tirocinio e alle mie esperienze lavorative alla scuola primaria e dell’infanzia in Italia.
Penso che Scienze della formazione primaria, più di altri corsi, sia molto pratica perché ti lascia molti materiali e molte strategie “pronte all’uso” per rendere una lezione avvincente, funzionante e significativa.
Cosa consiglieresti a chi sta facendo il tuo stesso corso e cosa intravedi nel tuo futuro?
A chi vuole entrare a Scienze della formazione primaria dico di non demordere anche se è dura. Si tratta pur sempre di un percorso universitario di cinque anni che si fanno sentire tutti. Vale la pena fare lo sforzo perché poi le soddisfazioni arrivano. Allo stesso tempo, mi sento anche di consigliare di prendersi degli spazi da dedicare a esperienze all’estero, per interagire con altri approcci, altre culture e altri modelli educativi. Ci sono tante filosofie e tanti modelli scolastici diversi che possono aiutare i bambini della scuola tradizionale ad acquisire nuove competenze e a vivere la scuola in un modo diverso.
Cosa vedi nel tuo futuro?
Per adesso sono molto soddisfatta perché queste attività che abbiamo iniziato da poco con i bambini hanno molto potenziale, infatti mi piacerebbe fare un corso più approfondito rispetto alla stimolazione musicale. Per il resto, voglio continuare a vivere di fronte al mare, cantare musica di tutto il mondo e insegnare e avvicinare i bambini alla musica, una componente che spesso manca in loro.

Scopri di più sul progetto educativo La casita del tambor di Irene De Pascalis sulle pagine social Facebook e Instagram
