Federica Chiarello impugna un telecomando per cambiare slide

Federica Chiarello, al termine delle superiori, sceglie Verona per i suoi studi universitari, per via della forte presenza di corsi sul diritto internazionale, suo grande interesse. Dopo la laurea arrivano l’avvocatura e una prima esperienza presso uno studio di Padova. Ma quando sembra essersi delineato il suo futuro professionale, una serie di circostanze portano l’alumna Univr a trasferirsi negli Stati Uniti. Oggi Federica gestisce la filiale americana del Gruppo Bonfiglioli Consulting, che si occupa di strategic advisory.

Buongiorno Federica, parlaci un po’ del tuo percorso di studi.

Frequentai il liceo scientifico a Vicenza poi, nel momento in cui mi trovai a dover scegliere l’università, decisi di farmi una lista dei pro e dei contro dei diversi corsi di laurea, cercando di informarmi su ciascuno senza escludere nulla. Alla fine, la scelta ricadde su Scienze giuridiche, nonostante non avessi mai studiato diritto prima. Mi iscrissi a Verona perché è stata una delle prime ad avere avuto la specialistica in Giurisprudenza con un piano di studi incentrato sul diritto internazionale, un percorso che mi interessava già molto e che mi portò anche a svolgere un tirocinio al Ministero degli Affari Esteri. Proprio durante la specialistica, conobbi i miei primi due mentori: il prof. Ferrari e la prof.ssa Baruffi, due dei professori che ricordo con più piacere, con i quali ho anche mantenuto i contatti.

Una volta laureata, molti mi consigliarono di intraprendere il praticantato per diventare avvocato. Inizialmente a Vicenza, poi presso uno studio a Padova: feci l’esame e poi continuai a lavorare per questo studio per un altro paio d’anni.

Il lavoro mi piaceva, quindi pensai che quello potesse essere il mio percorso definitivo, che la vita non potesse cambiare più di tanto poiché in quel momento avevo trovato la mia stabilità. Avevo delle buone ragioni per pensarla così, perché quello di Padova è un buon foro, lo studio per cui lavoravo anche, io stavo crescendo e cominciavo ad avere i miei primi clienti. Poi però, una questione personale mi fece completamente virare e cambiare vita: il mio ragazzo di allora, oggi marito, ricevette un’offerta di lavoro dalla California, negli Stati Uniti. Per un anno ci rincorremmo con voli intercontinentali, ma poi pensai a come unire il percorso professionale e quello personale.

Allora cominciai a fare colloqui per alcuni studi milanesi e a informarmi su un corso che mi avrebbe avvicinato sempre più al mio pallino fisso dell’internazionalizzazione. Tutti mi consigliavano di fare un MBA – Master of Business Administration – all’estero e così feci domanda per un’università della California. Entrai e raggiunsi il mio compagno in quella che avrebbe dovuto essere un’esperienza di soli due anni. Un periodo nel quale io avrei dovuto finire il master, mentre lui avrebbe aperto la filiale estera dell’azienda per la quale lavorava… La verità, però, è che dagli USA non ci siamo più mossi!

Già dopo il primo anno di MBA ricevetti una proposta lavorativa dalla filiale americana di un’azienda italiana. L’ambiente di lavoro era totalmente americano, ma penso che intravidero in me la possibilità di avere nel team un’italiana e quindi di poter standardizzare determinati processi. Mi formularono subito un’offerta: entrai inizialmente nel dipartimento di marketing – settore totalmente estraneo rispetto a quello che avevo fatto in precedenza – e feci un training in Italia di due mesi, per comprendere anche il lato manufacturing. Lavorai qui per due-tre anni, dove imparai a essere trasversale seguendo un po’ tutti gli ambiti aziendali. Fu un’esperienza molto utile perché in seguito, da consulente, mi è servita per avere anche il punto di vista dell’azienda.

Nel 2019 cambiai costa: dall’Orange Country in California mi trasferii a New York e qui mi si aprirono le porte del mondo. È sicuramente un luogo più “vicino” all’Europa e che dà molte più opportunità, anche lavorative, per quanto riguarda l’ambito dei servizi di consulenza. Qui ebbi un paio d’esperienze prima di entrare a far parte di Gruppo Bonfiglioli Consulting e dirigere tutte le loro operations per gli Stati Uniti: ora sono qui da due anni e mezzo e le cose stanno andando bene, stiamo crescendo e di ciò sono molto contenta. 

Federica Chiarello sfila con in mano il diploma di Master of Business Administration conseguito negli Stati Uniti d'America

Come hai gestito lo “scoglio” linguistico e culturale dall’Italia agli USA?

Faccio una premessa: lavorare in inglese è più facile che dialogare in inglese perché il linguaggio tecnico è univoco e, una volta imparato, è più facile da utilizzare. Lo stesso non si può dire di quando ci si ritrova a parlare davanti a un aperitivo, per esempio, dove la complessità aumenta per via della varietà degli argomenti e dei diversi interessi che vengono tirati in ballo.

Mi aiutò molto aver iniziato dalla West Coast, dato che in California è tutto molto più “americano”: o impari a dialogare nella loro lingua o difficilmente ti vengono incontro, anche a livello di accento, dato che un accento diverso proprio non lo comprendono. A New York, invece, incontri una cultura apertissima ad accenti diversi – pochissimi nascono qui, tutti ci arriviamo – c’è una diversity e un’apertura maggiore rispetto agli accenti stranieri, quindi dal punto di vista della comunità è come essere tornati a casa.

Le differenze culturali vengono spesso sottovalutate e sono più difficili da gestire rispetto a quelle linguistiche: c’è un modo diverso di comunicare, lavorare, gestire le call o gli incontri. Anche per le aziende italiane con le quali dialogo, la parte più difficile è comprendere che non stanno entrando in un mercato diverso solo a livello numerico, ma anche a livello di mentalità organizzativa e di gestione.

Come si svolge la tua “giornata tipo” al lavoro e di cosa ti occupi?

Quello che faccio è gestire la filiale americana del Gruppo Bonfiglioli Consulting, che si occupa di strategic advisory per l’internazionalizzazione. I nostri servizi partono dal supporto all’analisi di mercato: pensiamo, ad esempio, a una società italiana che vuole entrare nel mercato americano. Aiutiamo a capire se si tratta di un’opportunità da cogliere, se il prodotto o il servizio offerto sono pronti per il lancio, se tutte le certificazioni sono in ordine – in sostanza, costruiamo l’analisi della strategia di mercato e il business plan per entrare nel settore.

Una volta confermata l’opportunità, lavoriamo sullo sviluppo commerciale: trovandoci in un Paese molto grande, lo comprendiamo, lo contattiamo e costruiamo una rete capillare di distributori e agenti sul territorio. In parallelo, accompagniamo il cliente anche nell’apertura della filiale negli USA e nella gestione operativa – dal setup legale e societario fino a HR, finance e tasse, customer service locale – ancora prima che venga assunto personale. Infine, quando la società diventa matura, la aiutiamo ad aprire uno stabilimento produttivo e/o a ottimizzarlo agendo su tutta la catena di valore.
Il nostro target sono aziende collegate all’Italia ma contiamo, crescendo, di poterlo ampliare.

Federica Chiarello parla al microfono

Cosa ti porti dalla tua esperienza di studentessa universitaria?

Credo la concentrazione che mi ha dato il metodo di studio a Giurisprudenza. Io ho una mente molto schematica e matematica, quindi devo prima capire la ratio e poi da lì riesco a imparare il processo. Questo procedimento me lo porto anche nel mio lavoro, dove ogni caso è diverso e non si ha mai finito di studiare.

I miei colleghi di università mi chiamavano Nash, da John Nash del film A Beautiful Mind, per via del mio bisogno perenne di scrivere e prendere appunti. Scrivevo sempre, anche quando ripetevo per un esame. È una cosa che continuo a fare anche adesso, e che mi aiuta molto perché ho una memoria visiva e schematica. Un altro vantaggio dell’aver fatto l’università è l’essermi creata un network di persone, costruendo con loro un dialogo continuo. D’altronde, sul creare una rete di collaborazioni oggi, qui a New York, baso il mio intero lavoro.

Cosa consiglieresti a chi sta per affacciarsi al mondo del lavoro, magari con uno sguardo verso l’estero?

Come tante cose importanti della vita, questo tipo di percorso, in un certo senso, mi è capitato; ma posso dire con certezza che conoscere una realtà così diversa da quella italiana mi ha dato moltissimo e mi ha cambiata sotto ogni punto di vista. È stato un percorso arricchente sia a livello professionale che personale, e consiglierei senza dubbio un’esperienza internazionale a chiunque ne abbia la possibilità.

L’Europa ha la fortuna di avere il concetto di diversity insito nella propria composizione e nella propria storia; qui negli Stati Uniti, per arrivare a questo concetto, ci sono volute lotte importanti, perciò vale la pena sfruttare al massimo questa fortuna che abbiamo come europei. Al di là di questo, gli Stati Uniti rimangono, fuori dal contesto europeo, un luogo nel quale i talenti italiani possono eccellere e valorizzare al meglio il proprio background. È un Paese dalle grandissime opportunità!

Una di queste è il mentoring, al quale mi sono avvicinata molto nell’ultimo periodo: qui avere relazioni esplicitamente ed esclusivamente professionali non solo è accettato, ma è anche incoraggiato. Ci sono mentori che dedicano gratuitamente il proprio tempo e le proprie connessioni ai più giovani, per costruire un senso di comunità. Io stessa sono da poco diventata mentor all’interno di un progetto no profit dedicato.

Federica Chiarello parla al microfono davanti a una platea di persone

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