La mia esperienza con l’OCD – Obsessive Compulsive Disorder

“Mi chiamo Irene, ho 22 anni e soffro di DOC – Disturbo Ossessivo Compulsivo (OCD). Dopo due anni di terapia cognitivo-comportamentale con una specialista del centro “Dritto al Punto” di Verona e grazie al supporto farmacologico del mio psichiatra, posso dire di aver superato questo brutto mostriciattolo. Ovviamente il mio cervello resta lo stesso, le connessioni non sono magicamente scomparse, ma grazie alla cassetta degli attrezzi che ho costruito durante questo percorso mi sento pronta a scoprire il mondo e vivere la mia vita secondo le mie regole.

Sono fiera di me stessa, del lavoro svolto e del supporto che ho ricevuto dalla mia famiglia e dai miei amici. Sono grata di avere avuto la possibilità di affrontare e superare questa crisi e di avere l’opportunità di viaggiare nel bellissimo pianeta in cui viviamo.

Vorrei condividere questo messaggio con tutte le persone che, come me, devono convivere e imparare a gestire questo disturbo: sappiate che non siete sole.

Spero che la mia testimonianza possa raggiungere molte persone, per questo ho realizzato un video in cui racconto la mia esperienza personale che spero possa essere condiviso il più possibile.

Buona vita a tutte e tutti!

P.S. Nel video non menziono tipologia di farmaci né dosaggi o altro. Non voglio in nessun modo classificare il disturbo perché sono perfettamente consapevole della vastità della casistica, ma voglio semplicemente raccontare la mia esperienza personale. Non voglio in nessun modo dare una “ricetta segreta” per superare il disturbo, perché oltretutto la ricetta non esiste! Ognuno di noi è unico, non paragonabile agli altri. Ogni storia è preziosa e merita di essere condivisa.”

Irene, studentessa di Logopedia
Instagram: @__irene.22

Fare meglio, o almeno fare la nostra parte

“L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo ha coinvolto tutti da vicino, aprendo molte riflessioni sulla realtà che sperimentiamo ogni giorno.

La necessità di rifiutare un cieco individualismo ci è apparsa più che mai urgente e la grande lezione che secondo noi il Covid-19 ha portato con sé è che nessuno si salva da solo, ma è piuttosto l’attenzione per il prossimo, il tutelarne le sue debolezze, il più grande gesto d’amore per gli altri e per se stessi.

Partendo da queste riflessioni abbiamo voluto partecipare alla sfida lanciata dall’Università LUMSA per la sensibilizzazione dei giovani all’adozione di comportamenti corretti per la prevenzione del Covid-19.

Troppo spesso abbiamo sentito parlare di giovani e di studentesse e studenti con toni poco incoraggianti, soprattutto nell’ultimo anno, ma noi ci siamo!

Non abbiamo certo l’arroganza di pensare di essere davvero migliori rispetto alle altre generazioni, ma sicuramente siamo pronti a fare la nostra parte, per questo abbiamo voluto metterci in gioco con questo concorso.

Abbiamo partecipato nella categoria campagna social media con un messaggio semplice: “l’amore è una questione di sguardi”.

L’idea è quella di comunicare l’importanza dell’uso della mascherina, senza la sua diretta rappresentazione grafica, ma focalizzandoci sul fatto che basti uno sguardo per trasmettere un’emozione: “Guarda agli altri, vedi il prossimo, attribuiscigli la giusta importanza e con amore proteggilo, perché non è altro che lo specchio di te stesso.”

Ai fini di coinvolgere il target Millenials e Gen Z e rendere la campagna “instagramabile” abbiamo utilizzato alcuni dei più famosi volti del mondo dell’arte a cui abbiamo aggiunto il nostro messaggio.

Orgogliose di aver rappresentato il nostro Ateneo e che il nostro sia stato uno dei progetti vincitori, ci teniamo a congratularci con tutti i colleghi delle altre università che hanno ottenuto con noi questo riconoscimento e ci auguriamo di riuscire sempre a fare la nostra parte!”

Michela, Anna e Michela, studentesse di Marketing e comunicazione d’impresa
Instagram: @michela_agus @annawhale @michizantedeschi

CyberChallenge? Un’esperienza che consiglio a tutte e tutti

“Sono Alessandro e vorrei raccontarvi della mia partecipazione alla CyberChallenge, dove l’Univr si è classificata terza grazie alla mia squadra.

Il progetto vede una prima fase di lezioni e poi una sfida, opportunità che consentono di toccare con mano tutte le nozioni che altrimenti resterebbero solo sui libri: ho pensato di raccontarvi questa esperienza tramite un breve video.

Che aspettate? Iscrivetevi alla prossima edizione della CyberChallenge, c’è tempo fino a gennaio!”

Alessandro, studente di Informatica
Instagram: @alessandro.righi_

Il vantaggio di avere dei titoli che valgono doppio

“Sono assegnista di ricerca in Filosofia Morale presso il Dipartimento di Scienze Umane, ed ho avuto l’occasione di partecipare ad un importante evento grazie alla mia esperienza universitaria.

L’evento per il quale sono stata coinvolta, organizzato dall’Ambasciata tedesca a Roma, consisteva in un panel virtuale tra Nunzia Catalfo, Ministra del Lavoro per il Governo italiano, e Hubertus Heil, Ministro del Lavoro per il governo tedesco, sulla tema della migrazione del lavoro in Europa dal punto di vista italo-tedesco. 

Sono stata invitata ad intervenire con un breve video, riportando la mia esperienza di studio e ricerca tra Italia e Germania: una laurea magistrale a doppio titolo e un dottorato a titolo congiunto.

L’evento si è tenuto in diretta streaming, credo che la mia video-testimonianza possa riassumere al meglio quella che è stata la mia esperienza italo-tedesca.

Buona visione!”

Giulia, assegnista di ricerca al Dipartimento di Scienze Umane
Instagram: @giulia.battistoni.90

You have two places that you can call “home”, two lines of existence

“Migration is an unprecedented experience tearing you out of the habitual ambient and away from the roots that used to nourish you. When I ask myself what is it for – I usually arrive to the idea of transformation.

The main image that comes to my mind when I think about immigration experience is a journey. Person who changes his surroundings in a such serious way, starts from the feeling that (s)he is not here and is not there, (s)he is always between: between languages, between economic systems, between cultures, etc. It is like a riddle to be solved. And if you solve it, you will learn something about yourself, you will enrich your being with new experience.

There are good parallels, as it seems to me, with alchemical/psychoanalytic magnum opus, where first step is nigredo, dissolving and disintegration when you first time immerse in a new habitat. It is hard time when everything is so unfamiliar that it breaks and dissociates you; new is not found, old is lost.

Then comes albedo – revival and attempts to find your path in new circumstances, reterritorialization of yourself on the new ground. Time passes, you get used to your new life. It becomes natural to be here and to be there, now you are not between, on the contrary, you have two places that you can call “home”, two lines of existence.

And it finishes with rubedo – seeing your destiny in more clear way, individuation and integration of different aspects of self in a new superior assembly.

If we are talking about people and relations in this sense, there is always an abyss over which the bridges should be built. In that case I address gratitude to people who have love and imagination to lay paths to someone different from them, who give space to others in their behaviour, words and actions.

An important role in my journey has played and continues to play Master’s Philosophy (Philosophical Sciences) where I am studying (Verona, Italy). It is social institution that supports and gives opportunities (experience, knowledge, contacts), also it is home for lots of students. Studying process here has some specifics such as ability to choose courses and sessions in which you do exams.

Although I would love to have more seminar work in program, a lot of conferences and events are organized during the whole year (now, unfortunately, everything is stopped because of the covid-emergency; a situation that the university is managing, by the way, very well). Program in itself has some national specifics: on the whole, all philosophical directions are widely represented, yet there is a big part of Italian authors in program and there is no some contemporary world-wide movements (such as new materialism or object oriented ontology).

However, personally for me, most important was to find here open-minded, hearty and creative ambience, in which I see a place for me and horizons of the future.”

Anastasia, studentessa di Scienze Filosofiche
Instagram: @pipistanse

In Erasmus a Leeds ho capito che noi europei abbiamo più cose in comune di quanto crediamo

“Un rientro anticipato di 3 mesi, in un’Italia in piena quarantena, non è riuscito a rovinare il ricordo di una delle esperienze più coinvolgenti ed intense della mia vita. Chiudere in bellezza, ho imparato, non è sempre possibile; tuttavia, la paura di un addio non deve scoraggiarci da intraprendere avventure che possono cambiarci la vita.

Anche se inizialmente timoroso per alcune difficoltà burocratiche, superate grazie al puntuale aiuto di docenti e personale Univr, sono riuscito a coronare il mio sogno di internazionalizzare la mia formazione.

L’iniziale senso di timore, una volta uscito dalla caotica stazione dei treni di Leeds, ha ceduto il passo a un senso di libertà mai provato prima. Un senso di libertà che, non so ancora bene come, sono col tempo riuscito a sublimare nella creazione di una daily-routine tutta mia, capace di coniugare tre, quattro parties a settimana – che si tenevano nelle casette tutte uguali della mia amata 45 Mayville Avenue – con il superamento degli impegni universitari scanditi dal mio Learning Agreement (LA).

Una cosa che mi ha sorpreso è la flessibilità che mi è stata offerta nella scelta dei corsi. Essendo iscritto “sotto condizione” al primo anno di magistrale, e non avendo quindi ancora conseguito la laurea triennale, l’Università di Leeds non mi ha permesso di iscrivermi ad alcuni corsi “Master level” (magistrale). Il referente di sede qui a Verona, tuttavia, mi ha concesso di inserire nel LA sia esami “BA level” (ovvero della triennale) che “MA level”. La flessibilità dimostrata dall’Università di Verona mi ha permesso di completare il primo anno di magistrale all’estero e di farlo, tra l’altro, con una media dei voti più alta rispetto alle mie aspettative – vista la ratio, a mio dire, indulgente delle tabelle di conversione dei voti.

Devo ammetterlo, a livello architettonico e museale Leeds ha di che invidiare a molte città a noi più vicine, ma una cosa è certa: ritrovarmi immerso in una cultura diversa dalla mia, convivendo con persone provenienti da diverse regioni del Regno Unito, qualcosa mi ha insegnato. Se, da un lato, ho scoperto che pure loro non si capiscono se parlano in dialetti diversi, dall’altro lato ho imparato che in fondo, al di là delle difficoltà di comprensione linguistica e culturale, una serena convivenza è certamente possibile, se basata sul rispetto del punto di vista altrui e sul riconoscimento della relatività del proprio.

Un’altra cosa che non avrei conosciuto altrimenti, e che nemmeno credevo esistere, è il sentimento di comunanza che si prova stando insieme a ragazzi europei provenienti da altre nazioni. Oltre alla facilità di comunicazione data da una lingua comune comunemente mal parlata, il sentimento diffuso di familiarità che ci avvolgeva durante le sfide a beer pong e ring of fire è un qualcosa che difficilmente scorderò.

E, alla fine, penso che il progetto Erasmus sia stato pensato proprio per questo: per farci capire che, così in classe come al pub, noi europei abbiamo più cose in comune di quante crediamo.

Non mi resta che ringraziare l’Università di Verona e con essa le persone che mi hanno costantemente seguito nella realizzazione di un sogno. Ora tocca a voi!”

Giulio, studente di Scienze Filosofiche
Instagram: @giulio_geromella

Ho realizzato un progetto sulla mia Verona, non solo turistica ma anche romantica

“A febbraio ho deciso di partecipare ad un bando sul turismo, tema a me molto caro e ora mi trovo felicemente a scrivere qualche parola sul positivo risultato raggiunto, essendo arrivata seconda classificata a livello nazionale.

Il bando è “Big You Up”, laboratorio di idee nato dal progetto BIG (Business Intergenerational Game) , interamente dedicato ai giovani che consiste nel realizzare un progetto innovativo di Start up, per migliorare e reinventare la consueta Customer Experience nel mondo del turismo per i giovani,

Sono stati diversi i giovani che, come me, da tutta Italia hanno sottoposto la propria candidatura per partecipare al contest, 11 che hanno partecipato alla finale svoltasi a Roma il 7 ottobre 2020 presso l’Associazione Civitas, 3 vincitori.

Il mio progetto mostra una Verona non solo turistica, ma romantica, che vivo quotidianamente, ispiratrice del film Letters to Juliet, che prevede di far rivivere all’ospite l’experience di rispondere alle lettere ricevute da Giulietta, interagendo con la struttura ufficiale del Club.
Il progetto, inoltre, prevede di accompagnare l’ospite ad una visita guidata alla casa di Giulietta con una degustazione enogastronomica sul territorio veronese.

Sono molto legata al territorio in cui vivo e alle tematiche della sostenibilità, infatti il progetto è in linea sia con la sostenibilità economica, sia con quella ambientale: agisce infatti nel rispetto dei Sustainable Development Goals, in riferimento all’agenda ONU 2030.

Nell’ottica del Covid-19 vi è sostenibilità anche da un punto di vista sanitario, in quanto c’è la volontà monitorate e distribuite le presenze grazie alle prenotazioni online.

Sono contenta di aver avuto la possibilità di far conoscere questo mio progetto, che ha un impatto economico e di immagine territoriale notevole: coinvolge più categorie economiche territoriali, mettendo al centro la mia città, Verona.

Il progetto è inoltre innovativo, migliorerebbe il settore di riferimento in quanto è unico e non esiste nulla di simile che consenta di vivere un’esperienza “dietro le quinte”, rispondendo alle lettere in modo personalizzato. Si sostiene finanziariamente e ed è quel buon esempio di come si dovrebbero valorizzare i siti culturali italiani, grazie al potere dello storytelling e dello storydoing, i nuovi trend della comunicazione d’impresa.”

Carlotta, studentessa di Marketing e Comunicazione d’Impresa
Instagram: @Carli_ghinato

Siamo arrivati terzi alla CyberChallenge, portando la nostra università sul podio per la prima volta

“Il nostro team si è classificato terzo nella quarta edizione di CyberChallenge.it, una competizione Capture The Flag (CTF) a tema cybersecurity organizzata a conclusione di un percorso iniziato lo scorso febbraio.

Durante le 8 ore di sfida avevamo due compiti: difenderci dagli attacchi informatici delle altre squadre, evitando che queste ci rubassero flag (stringhe alfanumeriche), e rubargliene a nostra volta entrando nei loro server.

Siamo partiti alla grande: avendo trovato una grossa falla siamo schizzati in testa alla classifica, ed abbiamo mantenuto la posizione per le prime ore della competizione.

Nonostante il lavoro di squadra e alcune pizze per reintegrare le energie perse, la crescita è purtroppo rallentata verso metà gara. Mentre faticavamo a trovare nuove falle, gli avversari ci superavano inesorabilmente: prima Pisa (i vincitori), poi Milano e Torino.

A fine giornata eravamo quarti: un risultato ottimo ma che non ci soddisfaceva appieno, avevamo lavorato duramente e volevamo di più.

Fortunatamente non era ancora finita: il giorno successivo i primi 8 classificati avrebbero dovuto esporre un attacco realizzato davanti ad una giuria, il cui voto avrebbe potuto farci guadagnare i pochi punti che ci separavano dal podio.

Finite le presentazioni di tutti, quando eravamo ormai al bar a festeggiare la medaglia di legno, inaspettatamente è arrivata la notizia: ci eravamo classificati terzi!

Eravamo increduli, felici, emozionati.

Mai avremmo pensato all’inizio di questa avventura di ritrovarci lì, con l’onore di portare il nome della nostra Università nella Hall of Fame della CyberChallenge per la prima volta.

È stata un’esperienza molto formativa, abbiamo potuto toccare con mano la sicurezza informatica, mettendo in pratica quanto appreso sui libri.

Ma soprattutto è stato molto divertente: potersi conoscere e confrontare (sia tra di noi che con le altre squadre) tramite sfide di questo genere è stato bello ed estremamente gratificante.”

Alessandro, Cristiano, Edoardo, Enrico, Joshua e Pietro, studenti di Informatica, Ingegneria e Scienze Informatiche e Matematica

Instagram: @alessandro.righi, @cristiano.dibari, @enricocavicchini, @pietro7z

Dopo le mie ricerche sul campo in Nuova Caledonia ho vinto una borsa post-doc al Musée du Quai Branly di Parigi

“Sono un dottore di ricerca in Antropologia. Ho seguito i miei studi universitari presso la Sapienza di Roma, poi grazie a una borsa di studio offerta dall’Università di Verona, dipartimento Culture e Civiltà, ho potuto frequentare il Corso di Dottorato inter-ateneo in Studi Storici, Geografici e Antropologici che lega le università di Verona, Padova e Venezia. Questa esperienza è stata per me molto formativa poiché mi ha permesso non solo di interagire con colleghi di altre discipline, ma anche di intraprendere proficui scambi con studiose e studiosi esperti dell’Oceania, grazie all’interesse ormai consolidato dell’Università di Verona verso il Pacifico (ESfO 2008, Convenzione con l’Université de la Nouvelle-Calédonie e con il Musée de la Nouvelle-Calédonie, e vari progetti di ricerca).

Dal 2015 lavoro infatti in Nuova Caledonia, un arcipelago nell’Oceano Pacifico. Si tratta di un territorio francese sui generis iscritto da più di trent’anni in un complicato ma irreversibile processo di decolonizzazione. Ho svolto la maggior parte della mia etnografia a Wëté, un villaggio sulla catena montuosa centrale della Grande Terre (l’isola principale dell’arcipelago). I miei studi si sono interrogati sulla condizione della gioventù kanak (il popolo autoctono), al centro delle attuali politiche pubbliche e del dibattito sul futuro del paese. La jeunesse kanak è spesso stata il bersaglio di discorsi stereotipati che descrivono la gioventù indigena come delinquente, deviante e in preda a una completa perdita di punti riferimento identitari (e dunque incapace di gestire autonomamente il futuro del Paese). La mia ricerca di dottorato, incentrata sulle pratiche locali di trasmissione e valorizzazione del passato e sulle politiche culturali nazionali, ha messo in evidenza invece la creatività e la ricchezza delle pratiche giovanili e del loro intimo rapporto con il patrimonio e con la “tradizione”, mostrando come tali retoriche siano di parte.

Al mio ritorno in Italia, con il sostegno e la collaborazione della mia tutor, la professoressa Anna Paini (antropologa, oceanista), ho potuto organizzare diverse conferenze scientifiche: non solo siamo riusciti a invitare diversi ospiti internazionali, ma abbiamo anche sperimentato nuove forme di condivisione come la giornata seminariale interdisciplinare tenutasi nell’aprile del 2019, che ha coinvolto più dipartimenti dell’ateneo e ha permesso di ospitare dieci giovani ricercatori e ricercatrici kanak che hanno dato vita a un originale scambio. Uno dei momenti più significativi della mia esperienza di dottorato!

Grazie all’accordo già esistente tra Univr e Université Aix-Marseille, ho potuto poi essere accolto per due mesi presso il Centro di Ricerca e Documentazione sull’Oceania (CREDO) e partecipare, insieme alla prof. Anna Paini all’organizzazione del prossimo convegno ESfO (European Society for Oceanists) che si terrà nel 2022 in Corsica.

Questa ricca esperienza si è felicemente conclusa nel settembre 2020, quando ho ufficialmente ricevuto il titolo di dottore in Antropologia (con lode!)… ma ne è subito iniziata un’altra.

Durante il periodo del lockdown, mentre cercavo di concludere la stesura della tesi e pensavo con terrore al mio futuro prossimo, ho provato a partecipare al bando per la prestigiosa borsa di ricerca offerta dal Musée du Quai Branly di Parigi con un progetto intitolato “Le Kaneka de Nouvelle-Calédonie: circulation de connaissances et réveil de consciences”. A giugno ho scoperto di essere stato ammesso tra i finalisti. Ho sostenuto il colloquio orale con il cuore in gola, davanti a una commissione composta da 20 esperti. Per me quello era già un traguardo.

La bella notizia è quindi giunta inaspettatamente: ero stato selezionato tra i cinque vincitori, e ho subito iniziato a pensare al trasloco in Francia. Malgrado il Covid-19, che forse non mi permetterà di ritornare sul campo, sono molto felice di avere avuto la rara opportunità di continuare a fare ricerca in una istituzione museale specializzata nell’antropologia.

Lo auguro a tutti e a tutte!”

Matteo, Dottore di Ricerca in Antropologia

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