Niccolò Vallenari (Unaforesta), dalla tesi sui social all’impresa

Niccolò Vallenari, laureato in Economia aziendale all’Università di Verona, è oggi a capo di Unaforesta, importante società di consulenza che collabora con alcuni dei più prestigiosi brand dei settori sport, moda e design. La sua storia è affascinante perché il lavoro che svolge nasce dall’intuizione, avuta oltre dieci anni fa, nella scelta dell’argomento di tesi: i social network in ambito aziendale. Un tema che al tempo era ancora poco esplorato.

Ciao Niccolò, presentati in poche parole.

Sono Niccolò Vallenari, Alumno Univr in Economia aziendale e imprenditore co-fondatore di Unaforesta, società di consulenza in ambito sport, moda e design.

Come è nata l’idea di Unaforesta?

L’idea nasce grazie alla collaborazione e al supporto di diverse persone. Il mio percorso professionale parte ben prima della laurea, con esperienze in piccole aziende nel settore della moda durante gli studi. In effetti, Unaforesta nasce come estensione della mia esperienza universitaria. Ho frequentato il corso di laurea triennale in Economia aziendale, un percorso che mi ha sempre affascinato e ho sempre voluto fare, considerando che la mia idea originale era quella di diventare commercialista.

La tesi di laurea può rappresentare uno strumento di grande importanza. Raccontaci della tua esperienza.

Penso che la tesi di laurea possa essere uno strumento pazzesco perché quando una persona sceglie un argomento, allora lo svilupperà mettendoci il cuore. In questo modo la tesi può diventare un biglietto da visita importante. Il mio lavoro è nato proprio così: scegliendo un argomento – i social network in ambito aziendale – piuttosto sperimentale ai tempi (più di una decina di anni fa). Poi un’azienda ha chiesto di visionare la tesi, l’argomento è piaciuto e così l’ha trasformata in un corso. Per un periodo ho quindi insegnato l’utilizzo dei social a imprenditori in giro per l’Italia. Sono diventato consulente e, quando le collaborazioni sono aumentate, io e i miei soci abbiamo creato una società partendo dall’area digital. Con il tempo le nostre competenze sono aumentate e oggi siamo una società di consulenza.

In che modo le tue caratteristiche personali si riflettono su questa azienda?

Qui dentro c’è tanto della mia personalità in chiave positiva, ma mi rendo conto che in realtà vi si riflettono anche elementi meno positivi. Ad esempio, io sono innamorato del mio lavoro e questo aspetto a volte rischia di influire un po’ troppo sul team: se parlo sempre e solo di lavoro, gli altri potrebbero sentirsi obbligati a fare lo stesso. Però sono convinto che l’equilibrio tra lavoro e vita privata sia fondamentale, e negli ultimi anni per quanto mi riguarda questa componente è diventata una delle mie priorità.

Direi però che in generale la cultura aziendale è espressione della cultura e del mindset dei soci che prendono le decisioni chiave. Non a caso qui dentro ci rivedo una serie di mie caratteristiche: l’attenzione al dettaglio, il fatto di provare costantemente una sana insoddisfazione per fare sempre meglio. Qui dentro c’è anche la mia intraprendenza: da un punto di vista progettuale e operativo non bisogna mai accontentarsi e guardare sempre oltre. Serve la voglia di fare, la fame per mantenere viva la voglia di crescere, imparare e misurarsi con professionisti.

Cosa ti porti dietro dai tempi dell’università?

Il fatto di porsi dei propri obiettivi, darsi delle scadenze nei confronti di qualcosa che non ti viene imposto categoricamente. Come si decide di distribuire gli esami e prepararli è a discrezione dello studente. Il calendario, ad esempio, ho iniziato a usarlo proprio durante gli studi per far combaciare il tutto e oggi è uno degli elementi imprescindibili del mio lavoro. Per lavoro sono anche tornato ad approfondire tematiche meramente economiche che negli anni di studi non reputavo così importanti ma che oggi hanno invece una rilevanza per me, come la capacità di analizzare i numeri, fondamentale per prendere decisioni a livello aziendale.

Gli anni trascorsi all’università per me hanno significato molto anche dal punto di vista dei rapporti personali: il mio socio, per esempio, era un mio compagno di corso. Ricordo con piacere anche la web radio dell’università FuoriAulaNetwork, dove ho avuto la possibilità di entrare in contatto con diverse persone provenienti dal mondo delle imprese.

Penso di avere “assorbito” molto anche dagli imprenditori che venivano invitatati a lezione all’interno del mio corso di studio. L’università fornisce agli studenti una chiave per poter aprire tantissime porte: ad esempio, chi decide di dedicare la sua tesi allo studio di un’azienda avrà certamente la possibilità di frequentarla e conoscere l’imprenditore in quella realtà.

Come si svolge dentro e fuori da qui la tua giornata tipo?

Mi dedico come prima cosa a mia figlia. Arrivo in ufficio verso le 9 o 9.30, facciamo una riunione d’allineamento per tutti, un momento di confronto che permette di distribuire i carichi di lavoro. Di lì in poi si procede con il lavoro autonomo. Io mi occupo di tutti gli aspetti relativi all’azienda: dalla programmazione finanziaria all’aspetto economico, dalla strategia alla comunicazione e alle problematiche più importanti. La parte più complessa di un lavoro nel settore della comunicazione e del marketing è comprendere – grazie al proprio senso critico – i trend in atto e se questi possano funzionare o meno.

Un’attività importante che porto avanti è il colloquio faccia a faccia con tutti i collaboratori per parlare delle difficoltà personali e interpersonali. Bisogna lavorare sulle persone e questo è lo strumento che abbiamo individuato per ottenere un posto di lavoro desiderabile.
Ogni giorno mi impegno a dedicarmi equamente al lavoro e alla famiglia, perché il tempo che non passo qui dentro deve essere di una qualità molto alta.

Un consiglio da dare agli studenti?

Se fossi ancora studente vorrei ricevere un messaggio positivo di ottimismo verso il futuro prossimo. Penso che a chi oggi si affaccia sul mondo del lavoro, tra i tanti eventi che minano le nostre certezze, serva soprattutto entusiasmo. A quell’eta, nel pieno delle proprie facoltà mentali e fisiche, si dovrebbero poter vedere soprattutto le cose belle, quelle che funzionano bene, per dire “non ho scuse”.
C’è poi da considerare che noi italiani abbiamo un credito incredibile da poter spendere nel mondo, in qualsiasi settore. Il problema è che nel nostro Paese facciamo fatica a sviluppare un’idea e a darle una dimensione globale. Oggi siamo cittadini del mondo e questo rappresenta allo stesso tempo una complessità ulteriore ma anche un’opportunità rispetto anche solo a qualche decennio fa.


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Giovanna Residori, direttrice del Museo Miniscalchi-Erizzo


Giovanna Residori è laureata in Lettere all’Università di Verona. Oggi ricopre l’importante figura di direttrice della Fondazione Museo Miniscalchi-Erizzo di Verona, dove hanno sede opere dal grande valore artistico e culturale. Si sente una privilegiata perché è riuscita a trasformare una grande passione nella sua professione. “Il museo non è soltanto una porta che si apre e si chiude al visitatore – afferma – dietro si nasconde un mondo”  

Buongiorno Giovanna, raccontaci un po’ di te.

Mi sono laureata in Lettere all’Università di Verona durante l’anno accademico 1998/1999. Dopo aver conseguito il titolo e un master in Museologia ho collaborato con vari musei. Sono stata ad Amsterdam, a Parigi e, prima di tornare a Verona, a Bologna per molti anni.

Come ha inciso sul tuo percorso l’esperienza all’Università di Verona?

Ricordo gli anni dello studio con grandissimo piacere. È stato un periodo intenso, eravamo un gruppo di studenti legati all’ambito archeologico, tutti molto affiatati e uniti. Basti pensare che molti dei miei colleghi di corso sono ancora tra i miei migliori amici. C’era uno stretto rapporto tra le discipline studiate e la realtà lavorativa esterna, come il mondo dei musei e degli scavi archeologici. Posso affermare che è stata davvero un’esperienza molto importante.  

Cosa significa lavorare in un museo?

Lavorare in un museo significa crederci, volerlo e desiderarlo, non arrendersi alle prime difficoltà o ai primi rifiuti. Mi sento una privilegiata perché sono riuscita a trasformare la mia grande passione nella mia professione. Il museo non è soltanto una porta che si apre e si chiude al visitatore, dietro si nasconde un mondo che non riguarda solamente l’ambito della storia o dell’arte. Le attività sono variegate, finalizzate a rendere sempre più comprensibili le collezioni che ci si trova a dover tutelare e valorizzare, ma non mancano i continui aggiornamenti sui metodi di fruizione delle opere che sono in continua evoluzione. Il pubblico ha esigenze sempre diverse.  
I musei oggi non sono più il luogo dove vengono semplicemente esposte delle opere: oggi possiamo paragonarli alle agorà, ovvero delle piazze dove ci si può incontrare, scambiare delle esperienze, si possono presentare dei libri, si organizzano attività per adulti e bambini.  

La direttrice di un museo: chi è e cosa fa.

Il direttore è l’immagine del museo. Si tratta di una carriera difficoltosa ma non impossibile, serve sacrificio, come in tutti i lavori, d’altronde. Questo ruolo ti pone davanti a tante responsabilità che spaziano tra questioni amministrative, di sicurezza, di funzionamento e di valorizzazione.  

Oggi si parla molto di digitale, credi che l’esperienza diretta in un museo possa essere sostituita da un’esperienza da remoto?  

Credo che l’esperienza diretta sia insuperabile. L’emozione che può suscitare osservare una tela, un dipinto, un oggetto o comunque qualcosa creato dall’uomo non penso possa essere superata da un’esperienza esclusivamente digitale. Parlo proprio pensando al nostro museo che racconta la storia di una famiglia che ha deciso di donare il patrimonio mobiliare storico-artistico alla città di Verona rendendolo pubblico. Le sale che ospitano le collezioni, per oltre cinque secoli sono state le stanze della famiglia Miniscalchi-Erizzo, loro hanno calcato questi pavimenti e vissuto questo palazzo. L’emozione di accedere allo scalone o di entrare nella sala delle armi non può essere imitata da nessuna tecnologia moderna. Noi non trascuriamo il virtuale, ma in questo momento ritengo che sia uno strumento utile per veicolare le persone ad un’esperienza diretta, più profonda. 

Com’è la tua routine quotidiana?

La mia giornata tipo inizia molto presto con la lettura dei quotidiani. Arrivata al museo, cerco di concentrare in mattinata gli incontri con i collaboratori, verificare lo stato di avanzamento delle attività e programmare quelle future. Il pomeriggio lo trascorro studiando le collezioni e i documenti di archivio.  

Hai un consiglio da dare agli studenti? 

Essere curiosi e aperti verso nuove esperienze. Cogliere qualsiasi opportunità, sia lavorativa che formativa perché tutto serve ad arricchire e a determinare professionalmente e personalmente un soggetto. 

Biancamaria Tessari, infermiera e campionessa sul ring

Biancamaria Tessari è laureata in Scienze infermieristiche e ostetriche all’Università di Verona. Da oltre dieci anni pratica pugilato, disciplina di cui è campionessa italiana. Oggi lavora a Bologna (in corsia) ma non perde un allenamento. “Il pugilato – afferma – può insegnare molto ai giovani, poiché richiede un grande rigore negli allenamenti e insegna il rispetto per l’avversario. Cosa consiglio a chi si avvicina al mondo del lavoro? Fatelo con serenità, senza dimenticare le vostre passioni!”

Biancamaria, raccontaci di te.

Mi chiamo Biancamaria, sono nata a Soave (Verona), mi sono diplomata al liceo Guarino Veronese di San Bonifacio, poi ho proseguito gli studi all’Università di Verona da pendolare. Dopo la laurea in Scienze infermieristiche e ostetriche all’Università di Verona mi sono trasferita a Bologna per lavoro. Sono infermiera ma la mia passione più grande è il pugilato: lo pratico ormai da dieci anni e attualmente sono campionessa italiana.

Raccontaci il tuo percorso universitario.

Inizialmente ero intenzionata a frequentare medicina, così ho provato il test senza però superarlo. A quel punto non mi sono persa d’animo e, incuriosita da altri percorsi formativi, sono approdata alle Professioni Sanitarie. Con i primi esami e l’avvio di un’esperienza di tirocinio, ho compreso che quello poteva essere il mio percorso. Oggi posso dire di essere contenta della scelta che ho fatto: se tornassi indietro la rifarei. Certo, nel mio caso gli studi sono stati segnati dalla pandemia, il che non mi ha permesso di godere appieno della vita universitaria. Nonostante questo, ho un ricordo molto positivo del mio periodo in ateneo, anche grazie ai docenti che si sono sempre mostrati disponibili e comprensivi. L’ultimo anno, devo dire, per me è stato il più bello, poiché siamo tornati in presenza. Per questo a tutti gli studenti consiglio di frequentare l’università in presenza!

Parlaci della tua passione: da dove nasce e da quanto tempo la pratichi?

Oramai sono 10 anni che pratico questo sport. Il pugilato non è estraneo in famiglia, poiché mio padre è un allenatore e anche mio fratello è un pugile. Tutto è nato una sera, seguendo un allenamento: da quel momento non ho più abbandonato questa disciplina. Si tratta di uno sport ancora poco conosciuto, che però si sta diffondendo sempre di più e sarebbe bello se tra qualche anno fosse “alla pari” di tanti altri sport. Il pugilato richiede un grande rigore negli allenamenti e insegna il rispetto per l’avversario. Per questo motivo può insegnare molto ai giovani.

Come hai conciliato la tua passione per lo sport con lo studio?

Sono una ragazza molto organizzata, per questo sono riuscita a gestire bene i miei impegni. Lo studio e lo sport mi piacciono entrambi e non potevo scegliere l’uno o l’altro. Quindi ho deciso di intraprenderli entrambi con un bel po’ di sacrificio, perché significava ovviamente privarsi di ore di sonno o, comunque, rinunciare ad altri impegni per recuperare. È stata dura, ma l’ho fatto volentieri perché la passione aiuta a superare tutto.

Hai discusso la tesi di laurea sulla traumatologia della mano: lo sport o lo studio ti ha fatto scegliere l’argomento?

Dopo questi tre anni intensi, desideravo unire lo studio con lo sport. Poi sono stati un trauma alla mano e l’esperienza di tirocinio al pronto soccorso ortopedico ad aiutarmi a trovare l’argomento della mia tesi!

Parlaci del tuo inserimento nel mondo del lavoro.

Il mio inserimento nel mondo del lavoro è avvenuto a Bologna. C’è da dire che traslocare e vivere in ambienti diversi è un’abitudine che mi porto dietro sin da piccola, essendomi trovata diverse volte a cambiare città seguendo la mia famiglia per ragioni lavorative. Di fatto, mi è difficile rimanere nello stesso luogo molto a lungo. Detto ciò, il lavoro è arrivato prima della laurea e la preparazione acquisita durante il tirocinio curriculare mi ha aiutata tanto: credo sia fondamentale fare esperienze di stage prima di iniziare a lavorare, soprattutto nel mio ambito. All’inizio il lavoro è un po’ diverso dal tirocinio, perché da studente non si sente il peso della responsabilità. Entra in gioco anche la paura di sbagliare, ma è normale averla perché tutti possiamo commettere errori e questi fanno parte del nostro percorso di crescita, l’importante è poi imparare da questi.

Quale consiglio daresti a uno studente che si approccia al mondo del lavoro per la prima volta?

Credo che sia fondamentale seguire la propria passione e il proprio istinto, perché il percorso universitario porta a formare la propria vita e il proprio lavoro e non consiglierei a nessuno di fare un lavoro che non piace. Ad uno studente che si avvicina al mondo del lavoro consiglio di farlo con serenità, senza dimenticare la propria passione. Credo sia fondamentale anche il cercare di instaurare un bel rapporto con il proprio team e preservare il bagaglio di esperienze teoriche e pratiche acquisite durante l’università, cercando poi di adattarlo al lavoro.

Raccontaci delle tue giornate.

Ogni giornata è a sé. Molto dipende dai turni che si hanno in ospedale: in base a questi organizzo gli allenamenti. Tra lavoro e sport si inserisce poi il contorno: spesa, pulizia della casa, ecc. Quando riesco vado a trovare mia nonna e i miei genitori. Il mio tempo libero? Lo trascorro visitando città e musei!

Siamo nel 2024, nel 2034 Biancamaria dove sarà?

Domanda difficile. Ho tante idee per il futuro. Mi piacerebbe tanto fare un’esperienza lavorativa all’estero. Non penso che il mio futuro sarà a Bologna, ma vedremo. Nell’ambito sportivo, invece, l’idea sarebbe quella di fare un passaggio nel pugilato professionistico. Passare ad un livello successivo rappresenterebbe una novità e uno stimolo in più.


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Cristiano Zanolli, l’imprenditore scrittore 

Cristiano Zanolli, Alumno Univr, è l’imprenditore a capo dell’azienda Zanolli, attiva dal 1952 nel settore metalmeccanico per la ristorazione professionale. Nel suo CV ci sono due lauree – Economia e Commercio a Bologna e Scienze della Comunicazione in Univr – ma la sua passione principale è la scrittura: tre i volumi pubblicati negli anni su temi che spaziano dall’analisi economica al racconto di vite di chef e gastronomi dell’arte bianca, passando dal business writing. Ai giovani consiglia di essere pazienti e apprendere: “Ai ragazzi – spiega – consiglio di essere spugne: apprendete più che potete e poi… spaccate il mondo!” 

Cristiano, descriviti in poche parole. 

Mi chiamo Cristiano Zanolli, sono nato nel 1965 e sono l’imprenditore a capo dell’azienda Zanolli, oggi alla terza generazione. Sono un Alumno dell’ateneo di Verona, dove ho conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione dopo aver conseguito quella in Economia e Commercio all’Università di Bologna. La mia passione principale è la scrittura – ho pubblicato tre volumi, uno presentato anche in ateneo qualche anno fa –, ma tra i miei hobby rientra la degustazione di buoni vini, avendo frequentato recentemente un corso da somellier.  

Ci racconti il tuo percorso universitario? 

Una volta terminato il liceo classico, mi sarebbe piaciuto intraprendere studi “creativi” e artistici: un’idea che però fu presto bocciata da mio padre. Optai quindi per la facoltà di Economia e Commercio: anni di università che hanno accompagnato le mie prime esperienze lavorative. Prime esperienze che fin da subito mi sono risultate molto utili anche per comprendere meglio alcune tematiche affrontate in aula e nei corsi, fino alla laurea conseguita nel 1985. La mia passione per l’ambito umanistico, però, non è mai scemata: per questo, dopo diversi anni, decisi di iscrivermi all’Università degli Studi di Verona a Scienze della Comunicazione. Un indirizzo che mi ha permesso di approfondire le mie competenze nel campo della comunicazione e della scrittura, oltre a darmi l’opportunità di conoscere artisti e persone di riferimento del settore.   

Com’è stato il tuo primo approccio al mondo del lavoro? 

Direi segnato dalla consapevolezza che prima o poi sarei entrato a far parte dell’azienda di famiglia fondata da mio nonno. Da giovane la mia vera passione era lo sport: ero un atleta professionista con una carriera promettente che, però, finì presto a causa di un infortunio. Poi arrivarono le prime esperienze lavorative in azienda nel campo delle vendite. Fu però quando mancò mio padre che mi trovai improvvisamente “in trincea”, a “prendere in mano” l’azienda e a doverla guidare. Un compito non certo facile che riuscii a portare avanti con successo insieme all’impegno e al supporto di tante persone. 

Ci racconti la tua giornata tipo? 

La mia giornata tipo è difficile da definire, in quanto molto variegata, talvolta dura e spesso entusiasmante. Non c’è uno schema prestabilito, le giornate sono diverse perché spesso cambiano anche i luoghi, essendo io spesso in viaggio per lavoro. Diciamo che in generale cerco sempre di organizzare la mia giornata in base agli impegni previsti in agenda, che possono essere eventi aziendali, fieristici o visite ai clienti. Detto ciò, la quotidianità non mi dispiace affatto quando c’è: specialmente quando mi permette di ricavare del tempo per la mia passione, la scrittura. Quando posso, la mia giornata si conclude nella mia cantina di casa: un vero e proprio “rifugio” dove, accompagnato dalla mia poltrona e da un buon bicchiere di vino, mi posso dedicare in pace alla lettura.  

Quale parte del tuo lavoro preferisci maggiormente? 

Direi che a piacermi di più è soprattutto la parte creativa e comunicativa, anche se mi piace molto anche intraprendere nuovi progetti, scoprire nuovi mercati e viaggiare.  

Quale consiglio ti senti di dare a studenti e neo-laureati? 

Ai ragazzi consiglio, prima di tutto, di avere pazienza: una dote che dovrebbe sempre essere accompagnata da spirito di sacrificio e senso del dovere. Se avete o decidete di coltivare queste caratteristiche, vedrete che le cose verranno da sé. E poi c’è lo studio, la capacità di analizzare e imparare: siate spugne, apprendete più che potete e poi… spaccate il mondo! 

Lavinia Furlani, comunicatrice del vino e filosofa 

Imprenditrice, filosofa, giornalista, counselor e docente. Lavinia Furlani, presidente e direttrice editoriale di Wine Meridian, magazine dedicato al settore vitivinicolo italiano, è Alumna Univr, laureata nel nostro ateneo in Lettere, Scienze della Formazione e Filosofia. Negli anni la sua esperienza l’ha portata a fornire consulenze, curare diverse pubblicazioni in ambito filosofico ed enogastronomico e tenere corsi di formazione sui temi della comunicazione, dell’enoturismo e del marketing. Le sue competenze nascono dall’unione di filosofia, counseling, giornalismo, comunicazione, formazione e passione per l’enogastronomia. “Gli studi filosofici – spiega – mi hanno fornito la cassetta degli attrezzi per relazionarmi con le persone nel mondo del lavoro. Ai giovani dico: non precludetevi scelte che al momento vi possono sembrare non coerenti con il vostro percorso di studio. Anche all’Università un approccio creativo ti può aprire molte opportunità”  

Buongiorno Lavinia, descrivi te stessa e le tue attività in poche parole. 

Sono Lavinia Furlani: imprenditrice e giornalista laureata in lettere e filosofia. Rappresento il gruppo editoriale Absit Daily che si occupa della gestione dei portali Wine Meridian, Oil Meridian e Spirits Meridian. Ci occupiamo, con particolare attenzione al mondo del vino, di informazione, formazione, consulenza, branding e selezione di risorse umane.  

Qual è stato il tuo percorso universitario e come sei arrivata a questa professione? 

Il mio percorso universitario all’Università di Verona è stato inizialmente imprevedibile e lungo, perché mi sono laureata ben tre volte! La prima volta mi sono iscritta, potremmo dire, “per disperazione”: la mia prima scelta, infatti, sarebbe stata Medicina, però, non avendo ottenuto il punteggio minimo all’esame di maturità per accedere al test d’ingresso, ho poi optato per Lettere, un corso di studio ad accesso libero. Un “ripiego” che, anche se al tempo ancora non lo sapevo, si sarebbe però rivelato la più grande opportunità professionale della mia vita. Dopo Lettere ho proseguito con Scienze della formazione: un percorso che con Medicina condivideva l’obiettivo di poter essere di aiuto all’altro attraverso, però, un approccio formativo.  

La terza laurea è stata quella in Filosofia: il percorso che mi ha dato di più e che oggi sfrutto maggiormente, in quanto è proprio in quella facoltà che ho trovato docenti e insegnamenti che mi hanno fornito la “cassetta degli attrezzi” e strumenti che nel tempo mi sono risultati utilissimi nel relazionarmi con le persone e nella gestione di clienti, dipendenti, collaboratori e fornitori. Credo che una delle competenze più utili nel mondo del lavoro sia proprio la capacità di riuscire a gestire una relazione sociale, qualunque essa sia. Che tu sia un dipendente, un collaboratore o altro, con qualcuno dovrai rapportarti: per questo le materie umanistiche mi hanno davvero agevolato in questo senso. 

Per quanto riguarda la tua professione, quali sono gli aspetti che ti appassionano maggiormente? 

Quello che ritengo più avvincente è interpretare i gusti del consumatore e quindi le sue evoluzioni, sia in termini di consumo di prodotti agroalimentari che in termini di comunicazione, anche alla luce degli ultimi approcci digitali, di intelligenza artificiale e di gestione e ricerca delle informazioni. Il tutto in un mondo che va velocissimo e in cui quello che costruiamo oggi sarà già vecchio domani… 

Descrivici la tua giornata tipo… 

La mia giornata è quella tipica dell’imprenditore. Una giornata che inizia molto presto, all’alba. Solitamente tra le 6 e le 8 del mattino sento di aver fatto molto più di quanto avrei potuto fare svegliandomi più tardi. Penso che il giusto approccio al mattino sia determinante. Personalmente ho i miei piccoli rituali: pratico meditazione, cerco di fare attività fisica regolare ed evitare la tentazione di prendere in mano lo smartphone non appena mi sveglio, una buona pratica che consiglio a tutti. Per il resto, la mia giornata in genere è dedicata al 50% ai clienti e al restante 50% alla gestione di dipendenti e collaboratori. Poi ci sono i viaggi: visto che ci occupiamo anche di export, viaggio spesso e in tutto il mondo. Solamente negli ultimi anni il mio lavoro mi ha portata in Usa, Nepal, Thailandia, Canada e India.  

Quali sono i suggerimenti che daresti ai neolaureati? 

Vista la mia esperienza all’università, con la scelta – non prevista – delle materie umanistiche, direi che il primo suggerimento che mi sento di dare è questo: non lasciatevi scappare le opportunità, anche quando vi trovate in una fase poco chiara della vostra vita. È fondamentale avere la più ampia apertura mentale possibile e non precludersi scelte che al momento vi possono sembrare non coerenti con il vostro percorso di studio. Se si vive il percorso universitario con un approccio creativo e uno “sguardo allargato”, credo che nella vita si possano aprire moltissime opportunità.  

Ci sono secondo te delle qualità che è opportuno avere o sviluppare per trovare la propria strada? 

Certamente. Prima di tutto c’è l’umiltà – una qualità che oggi mi pare si tenda talvolta a sottovalutare – e la “fame” di emergere: due aspetti che potrebbero sembrare opposti, ma che per me non lo sono affatto. Sono convinta che si possa e si debba puntare a crescere ed emergere, pur continuando a comportarsi in maniera umile e corretta con chi ci circonda. Importantissimo, poi, continuare a imparare: trovare del tempo, ogni giorno, per apprendere cose nuove. 

In più, prima di muoverci nel mondo del lavoro credo sia fondamentale chiarire che cosa significa, per ognuno di noi, il concetto di “successo”. Cos’è il successo per me? È raggiungere una migliore gestione del tempo lavorativo e della vita privata? È un migliore compenso economico? O quello che mettiamo al primo posto sono le gratificazioni professionali? Sono convinta che più abbiamo chiaro ciò che ci fa davvero stare bene nell’impostazione dell’ambiente lavorativo, più riusciremo a trovare un’azienda in linea con i nostri bisogni. 


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Marco Melegaro, un Alumno Univr nel mondo del giornalismo

Marco Melegaro, laureato Univr in Lettere moderne con una tesi sul linguaggio televisivo, dal 2003 lavora nella redazione di Sky Tg24. I suoi interessi spaziano dalla storia della televisione al mondo dello spettacolo. Oggi ci racconta il suo lavoro e il suo percorso professionale

Marco Melegaro, descriviti in poche parole.

Mi chiamo Marco Melegaro, sono nato a Verona il 15 febbraio 1963. Segno zodiacale, acquario. Nel mio CV c’è una laurea in Lettere moderne all’Università di Verona e una tesi sul linguaggio televisivo. Sono un giornalista e lavoro nella redazione di SkyTg24, dove ho seguito per anni il mondo dello spettacolo e ora lavoro nel coordinamento. Una professione che negli anni mi ha dato la possibilità di intervistare attori, registi e personaggi dello spettacolo, come l’attore Diego Abatantuono, il regista Mario Martone e il cantante Sting.

Ci racconti la tua esperienza all’Università di Verona?

La mia esperienza con Univr è cominciata alla facoltà di Lettere, alla quale mi sono iscritto dopo aver conseguito il diploma in Ragioneria. È stata una scelta per certi versi controcorrente: a dispetto di quanti mi dicevano che con una laurea in lettere non avrei trovato facilmente un lavoro, io ho trovato la mia strada proprio assecondando le mie passioni. L’Università per me è stata un’esperienza fondamentale dal punto di vista formativo. Ho avuto docenti che si sono rivelati determinanti per il mio percorso, così come alcuni insegnamenti, come filosofia delle religioni e antropologia culturale, che mi hanno davvero “aperto la mente”. Penso che il percorso formativo sia fondamentale poiché ti consente di sviluppare un pensiero critico con il quotidiano, con la TV e i social.

C’è poi il passaggio al mondo del lavoro…

Già ai tempi dell’università mi sono attivato per fare della mia passione, il giornalismo, una professione, inizialmente scrivendo discorsi per alcuni parlamentari veronesi, per quanto di politica non me ne sia mai occupato direttamente. Poi arrivò un contratto part-time da impiegato per una nota impresa: un impiego di ufficio che, seppur non nel settore del giornalismo, mi ha però permesso di dedicarmi anche alla mia passione, ricoprendo il ruolo di direttore per Trenta, un giornale universitario. Dopo diverse collaborazioni giornalistiche, sono approdato a Stream TV e infine a Sky. È a SkyTg24, il telegiornale di Sky, che dal 2003 ho potuto vivere in prima persona il passaggio dall’analogico al digitale, e l’arrivo rivoluzionario in Italia dell’All-news, un modello di informazione americano che mette al primo posto velocità della notizia e approfondimento.

Ci racconti la tua giornata tipo?

Le mie giornate sono caratterizzate da molto studio e molte relazioni. “Veloce” è un termine efficace per descrivere la mia giornata. Nel mio lavoro è fondamentale avere il quadro completo delle notizie del momento, e di cosa mandare in onda. Questa è di per se la grande sfida del giornalista: non perdere mai di vista la notizia. La mia giornata comincia con la lettura dei quotidiani (cartacei e online), perché è necessario essere sempre preparati sull’attualità. Il mio è un lavoro nel quale non si stacca mai completamente, non si riesce. È una professione che richiede un approfondimento continuo. Quando arrivo in redazione, una cosa è certa: non si occupa mai la stessa scrivania, perché bisogna sempre seguire la notizia in base ai colleghi disponibili in redazione. E poi c’è il lavoro su turni, anche di notte, ad esempio da mezzanotte alle sette del mattino, quando rimanere lucidi è più difficile ma fondamentale.

Come è nata la tua passione per il giornalismo?

Per essere un buon giornalista occorre essere curiosi: una caratteristica che non mi è mai mancata, assieme a una buona dose di timidezza. Eppure è proprio quando ti metti in gioco che hai la possibilità di far emergere la tua originalità. E così mi sono accostato per la prima volta, da giovanissimo, al giornalismo e al mondo della televisione. Quando da ragazzino vedevo delle telecamere in azione, non potevo trattenermi dall’essere curioso e dal chiedermi quale fosse il tema del servizio.

Che consigli ti senti di dare a chi vuole avvicinarsi al mondo del giornalismo?

Chi vuole fare del giornalismo la propria passione oggi può frequentare corsi di laurea, scuole di giornalismo o master specifici, ma penso che sia fondamentale fare anche le proprie esperienze sul campo. Ad esempio, attraverso i social – che oggi sono un grande aiuto nel nostro mondo – i giovani possono diventare “portatori di notizie”. I giovani che arrivano in redazione diventano protagonisti: iniziano con uno stage o una sostituzione estiva, spesso sono assunti per un anno e possono poi entrare a far parte della Redazione. Infine, non dimentichiamo che diventare giornalisti significa anche essere disposti a muoversi dal proprio luogo di origine e trasferirsi in altre città o Paesi. Personalmente, il mio percorso mi ha portato da Verona a Roma, per cui direi che è fondamentale avere una disponibilità a lasciare il proprio contesto di origine.


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Beatrice Manca, giornalista di moda e tendenze

Beatrice Manca, trentenne laureata in Editoria e Giornalismo, è giornalista professionista e docente. Scrive di moda, tendenze e questioni di genere.

Beatrice, descriviti in poche parole.

Sono Beatrice Manca, ho trent’anni, nel 2016 mi sono laureata in Editoria e Giornalismo all’Università di Verona, dopo una triennale conseguita a Pisa. Sono giornalista professionista e scrivo di moda, tendenze e questioni di genere. Ho un corso all’Accademia Costume e Moda in cui parlo di narrazioni social e questioni ambientali agli studenti.

Ci racconti com’è nata la tua passione per il giornalismo?

Scrivere è sempre stato il mio sogno. A casa mia i giornali ci sono sempre stati, ricordo fin da piccola, con piacere, mio nonno che ogni giorno leggeva il quotidiano. Ma è leggendo assiduamente i supplementi di cultura e i femminili che è nato il mio amore per il giornalismo e per le riviste.

Ci racconti com’è stato scegliere il percorso universitario?

Con un papà avvocato e una mamma medico, sembrava che il mio percorso universitario fosse in un qualche modo segnato. Io però volevo fare un lavoro creativo: per questo, devo dire, la scelta dell’università è stata piuttosto sofferta. Dovevo scegliere tra un percorso che mi avrebbe garantito un lavoro con delle sicurezze, e il lavoro che avrei davvero voluto fare. Allora ho scelto di iscrivermi a Lettere. Oggi sono giornalista professionista e scrivo per varie testate in tema di costume e società, un ambito dove si intrecciano arte, cultura e cinema. Ma non solo: scrivo anche di diritti, questioni di genere, ambiente. 

E l’ingresso nel mondo del lavoro?

Sono stata molto fortunata, perché dopo la laurea ho iniziato a lavorare fin da subito. Ora sono freelance, ma prima ho fatto diverse esperienze da dipendente. Per quasi tre anni ho lavorato per Fanpage.it, poi ho deciso di fare il salto verso la libera professione per conciliare insegnamento e giornalismo. Grazie alla vincita di una borsa di studio, infatti, ho potuto frequentare per un semestre l’Accademia Costume & Moda di Roma, che qualche anno dopo mi ha chiamata per dei laboratori con gli studenti. Ora collaboro, tra gli altri, con MANINTOWN, ilfattoquotidiano.it e il Foglio della Moda.

Qual è il sacrificio maggiore che si deve mettere in conto se si vuole intraprendere una carriera nel giornalismo?

Direi che nella fase iniziale è inevitabile affrontare il precariato diffuso, che ti fa sembrare che non inizierai mai a lavorare sul serio. Poi però non appena prendi il via, il lavoro rischia di fagocitarti: il mondo gira velocemente e tu devi girare con lui. Un periodo iniziale di precariato e di basse retribuzioni purtroppo spesso va messo in conto. Si fa giornalismo perché si ha la vocazione, ma non deve diventare volontariato puro, per la causa. A un certo punto è necessario mettere dei paletti. Il lavoro si paga, altrimenti è un hobby. Fondamentale poi è investire molto in se stessi fin dall’inizio e, porsi degli obiettivi o dei limiti: quanto siamo disposti a lavorare anche a poco ma per fare esperienza?


Ci racconti la tua giornata tipo?

La mia agenda è davvero imprevedibile e spesso sono fuori casa, computer in spalla, per seguire eventi, conferenze, festival, o per le interviste. Va detto che la vita sociale è una grande fetta della vita del giornalista: specialmente nel mio ambito, andare a feste, cene ed eventi è fondamentale per crearsi una rete di rapporti professionali. Quando posso, lavoro nello spazio co-working della redazione, oppure lavoro da casa. In generale, dalle 7 alle 8 di mattina mi prendo sempre un’ora per capire cosa succede nel mondo e per informarmi – la cosiddetta rassegna stampa – mentre la sera invece mi concedo un’ora per leggere, anche (e soprattutto) per piacere. 

Come pensi sia cambiato il tuo lavoro negli ultimi anni?

Fino a quindici anni fare il giornalista significava trovare le notizie e scriverle bene. Ora le competenze da avere si sono moltiplicate: devi sapere fare foto e video, saper impaginare un testo per l’online, capire come usare i siti e i social sia come fonti, sia come mezzo di comunicazione per raccontare l’attualità. Oggi i social network sono ciò che erano una volta le piazze: se una volta ci si chiedeva “Cosa si dice al bar?”, oggi ci chiediamo “Di cosa si parla sui social?”

In che modo l’Università ti ha aiutato a costruire le skills necessarie a lavorare nel giornalismo?

Una delle esperienze più significative è quella che ho fatto a Fuori Aula Network, la radio dell’Università di Verona. È lì che ho lavorato al programma PopCorn, un format dedicato al cinema che conducevo insieme a Caterina Moser. Ed è lì che mi sono messa alla prova con l’ideazione di programmi, l’editing di audio, la registrazione… ho imparato un sacco di cose! E poi per me la radio universitaria era un piccolo mondo in cui chiunque avesse una buona idea poteva proporla e svilupparla.

Ti occupi soprattutto di spettacoli, costume e società. C’è un tema che ti sta particolarmente a cuore?


Forse la questione che mi sta più a cuore oggi è quella ambientale, che io seguo dal lato della moda sostenibile e che è anche uno dei focus dei miei corsi in Accademia. Sul lato ‘pop’, invece,
posso dire di essermi specializzata nella storia della famiglia reale inglese. Su Elisabetta II ho letto praticamente tutto, e ho seguito nel giro di pochi mesi sia il Giubileo del suo regno che i suoi funerali: situazioni nelle quali senti di avere avuto un posto in prima fila mentre la storia accadeva. Una mia collega mi ha perfino regalato come portafortuna la sua statuetta Funko Pop! 

Consigli da dare ai laureati?

Buttatevi: se volete davvero fare qualcosa, provateci. Per chi vuole fare il giornalista penso sia fondamentale avere flessibilità, capacità di essere autonomi e di avere sempre uno sguardo curioso sulle cose. Ricordatevi sempre che, in qualità di giornalisti, dobbiamo osservare da vicino la realtà di cui scriviamo, mantenendo però il giusto distacco.


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Marco Fasoli, Alumno Univr nel mondo del vino (e dell’olio)

Marco Fasoli è un Alumno Univr laureato in Economia e Commercio che ha fatto della sua passione per il mondo dell’enologia e dell’olio d’oliva la sua professione. Senior Manager nella Direzione Vendite e Marketing presso rinomate aziende del settore Food & Beverage e Hospitality, sia in Italia che all’estero, Fasoli si descrive come un consulente che ha contribuito ad avviare, sviluppare e consolidare diversi business, oltre che a lanciare nuovi brand e prodotti, promuovendo l’innovazione e l’internazionalizzazione delle imprese.

Le attività di Fasoli spaziano dalla docenza alla consulenza nel mondo del vino – è Sommelier certificato scelto da importanti realtà del settore – a quello dell’olio, ambito per il quale ricopre la qualifica di Maestro di Frantoio e nel 2020 ha ricevuto la nomina di Ambasciatore dell’Olio EVO italiano nel mondo. La conoscenza approfondita del settore enogastronomico lungo tutta la filiera produttiva e distributiva rappresenta uno dei punti chiave del suo curriculum vitae.

Marco Fasoli, descriviti in poche parole.

Il mio nome è Marco Fasoli, sono di Verona e lavoro da tanti anni nel mondo del vino e dell’enogastronomia. Sono consulente commerciale per diverse aziende del settore, ho la docenza alla scuola internazionale di cucina ICIF per quanto riguarda l’olio extra-vergine di oliva e l’abbinamento cibo-vino. Ho lavorato in aziende in Trentino-Alto Adige, Toscana e Piemonte. Ho avuto la fortuna di seguire l’evoluzione del vino italiano nel mondo. 

Cosa ti affascina maggiormente di questi ambiti?

Di questi settori ho sempre ammirato molto l’innovazione anche in termini di sviluppo internazionale, perché ritengo che la capacità di innovarsi sia il nostro grande plus. Specialmente all’estero, dove la ristorazione italiana rappresenta uno dei fattori chiave per far conoscere il nostro Bel Paese. Credo poi che fare squadra sia fondamentale: sono le sinergie a portarci a essere vincenti sui mercati, assieme allo studio approfondito del contesto enogastronomico di ogni Paese.

Nel tuo CV c’è una laurea in Economia e Commercio presso Univr. Cosa ti ha portato dagli studi universitari in economia al mondo del lavoro e, in particolare, al settore enogastronomico?

Fin da subito – ancora da studente di economia – ho avuto la grande fortuna di confrontarmi con la realtà produttiva. Ho iniziato nel mondo del tessile e delle calzature, con le prime esperienze all’estero e, in particolare, in Germania. Un percorso che mi ha fatto capire quanto l’università sia importante per essere formati, anche dal punto di vista umano, ma poi è l’esperienza sul campo nel mondo delle imprese a farti crescere professionalmente. Un conto è la didattica e lo studio sui libri, un altro è invece trovarsi ad avere un confronto con gente molto più grande di me che “mangiava” marketing e piani commerciali dalla mattina alla sera. Tutto questo mi ha affascinato molto e mi ha permesso di crescere. Poi, con un corso da sommelier, è nata la passione per il vino e i contatti con le prime cantine in Trentino.

Qual è il primo consiglio che ti senti di dare a chi per la prima volta si affaccia sul mondo del lavoro?

Prima di tutto, direi che è fondamentale creare relazioni. Se questo è vero in tutti gli ambiti della vita, lo è in special modo, a mio parere, nel mondo del lavoro. 

Il secondo consiglio, invece?

Il secondo consiglio che mi sento di dare ai ragazzi è quello di innamorarsi dei progetti, di appassionarsi e portare avanti un progetto fino in fondo. E poi c’è la curiosità. Consiglio ai giovani di essere curiosi, di studiare, leggere, fare molte analisi nel loro settore di interesse. E poi cercare costantemente di migliorarsi e chiedere consigli a chi ne sa di più. Ecco, a questo aggiungo anche l’umiltà: una caratteristica per me fondamentale.

Ci racconti la tua giornata tipo?

La mia agenda è molto fitta, cerco di tenere tutto organizzato in base alle diverse aree in cui devo intervenire. La mia giornata è focalizzata sulla curiosità di cosa sta succedendo in ogni progetto che seguo in veste di consulente. Viaggio molto e le giornate sono varie, ma una cosa nella mia giornata non deve mancare mai, ed è un momento di studio e aggiornamento sulle ultime novità del settore. Poi penso sia sempre importante dedicarsi del tempo per sé. 

Cosa ti piace maggiormente del tuo lavoro?

Lavorare con un team giovane mi piace molto. Credo che oggi i giovani avvertano il bisogno di sentirsi valorizzati, in un mondo dove oramai la velocità è tutto e rischia di portare all’omologazione. Poi adoro fare team-building: se alla base del nostro concetto di management c’è la convinzione che ognuno di noi sia diverso e vada quindi valorizzato per quello che è e per i suoi talenti, riuscire ad integrare persone diverse in un team di lavoro efficace è una grande sfida e una enorme soddisfazione. Infine, del mio lavoro mi piace il fatto di avere la possibilità di parlare con chi oggi magari ha ottanta o novant’anni e ha lavorato nella vigna fino a ieri. Sedersi a bere un bicchiere di vino con queste persone e ascoltarli è come leggere un grande libro.


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L’esperienza Erasmus in Armenia di Greta e Nicole

Greta Marostica e Nicole Marenghi, due studentesse dell’Università di Verona, raccontano in una video intervista la loro esperienza di Erasmus+ studio svolta in Armenia, un’ex repubblica sovietica situata nella regione montuosa del Caucaso, a cavallo tra Asia ed Europa.

Guarda l’intervista video sul canale YouTube dell’Ateneo di Verona:

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