Dottorarsi in pantofole, quale eufemismo!

“Probabilmente l’avvicinarsi della discussione della tesi di Dottorato non è paragonabile al terrore che don Abbondio ebbe all’appropinquarsi dei Bravi, miei venticinque (e spero anche qualcuno di più) lettori; tuttavia, almeno da parte mia, non mi appariva certo come una passeggiata della salute. Il dover cercare di rendere quanto meno comprensibile (“interessante” è un termine da Iperuranio) la mia ricerca, e doverlo fare in lingua inglese, mi atterriva già prima di scoprire che avrei affrontato la questione attraverso la cosiddetta, famigerata, “modalità Covid”; ossia online, dietro lo schermo di colui (sì, la personificazione non è casuale) che tutti noi abbiamo imparato a conoscere a fondo nei due mesi circa di lockdown: il PC.

La preoccupazione maggiore non poteva che essere una: l’assenza di connessione (o l’instabilità, che è, se possibile, ancora più terrificante perché foriera di fermi immagini il più delle volte parodistici). Invece tutto è filato fortunatamente liscio come l’olio (perdonate il colloquialismo di tale immagine, ma ritengo sia iconica come poche). Anzi, ad essere sinceri, forse anche di più. Paradossalmente, il non avere una platea fisicamente di fronte, ha abbassato il livello di tensione (se qualcuno fra voi studia Psicologia potrà sicuramente fornire una spiegazione adeguata) con il risultato di esporre la mia presentazione in maniera quanto meno soddisfacente. Non mi soffermerei nella descrizione dell’evento in sé, e neppure sul cerimoniale di vestizione precedente alla discussione.

Ora, alcuni doverosi ringraziamenti. Il primo va al Corso di Dottorato in Economia dell’Università ed in particolar modo al coordinatore del Corso ed al mio supervisor, per avermi permesso di migliorare costantemente, non solo dal punto di vista delle skills acquisite, ma anche a livello di esperienze di vita. Il secondo ringraziamento va ai miei colleghi, i quali hanno sempre allungato una mano in mio soccorso. Il terzo ringraziamento è alla mia famiglia. Il quarto ed ultimo è rivolto alla mia fidanzata, la quale è stata àncora di sostegno in questi anni, anche quando la barra del timone sembrava non poter reggere.

Concludo con un invito a tutti voi (o, almeno, a coloro che sono arrivati a leggere fin qui). Non mollate mai, anche quando la montagna sembra troppo impervia. I professori non sono qui per “fregarvi”, ma svolgono esattamente il ruolo di docenti, nel senso latino del termine. E ricordate: chiedere aiuto non è segno di debolezza ma di coraggio, perché solo ammettendo i propri limiti si può migliorare.”

Davide, Dottore di Ricerca in Economics

La logica ti porta da A a Z, l’immaginazione ti porta ovunque

Sin da piccola i computer mi hanno sempre affascinata. Ho ricevuto il primo computer a 7 anni. Non solo ci giocavo, ma cercavo di capire come funzionasse, tanto che ho dovuto mandarlo in riparazione nel tentativo di smontarlo e riassemblarlo senza successo.

I film di fantascienza sono la mia passione, robots che si comportano come persone e si mescolano tra di noi. Crescendo, qualsiasi materia includesse scrivere codici era la mia preferita. Mi sono quindi iscritta all’università di Verona, l’unica nel Veneto che offriva il corso in Informatica multimediale. Dopo aver frequentato il corso di Psicologia della percezione, volevo studiare come far interagire le persone con i computer e come questi potessero capire, analizzare le persone, le loro reazioni, emozioni, comportamenti e sintetizzarli in modo naturale per poter avere interazioni naturali come avvengono tra persone e come potessimo usarli come collaboratori non umani nei nostri progetti. Ho iniziato a esplorare come le persone interagiscono tra loro con comportamenti non verbali durante la magistrale e il dottorato. Ho esplorato machine learning e computer vision con sociologia, psicologia, neuroscienze, arte, affective computing per affrontare il problema in modo interdisciplinare.

Finito il dottorato volevo avere un’esperienza all’estero. Ho fatto un internship a Disney Research e poi mi sono trasferita a Los Angeles al Caltech a lavorare più approfonditamente su machine learning, computer vision e neuroscienze. Lì ho conosciuto persone fantastiche e lavorato a fianco ad alcune delle menti più brillanti del mondo. Nel postdoc volevo continuare a fare ricerca, scrivere codici, risolvere problemi reali e vedere il mio lavoro realizzato e trasferito in qualche prodotto che le persone potessero usare e gradire; mi piaceva vivere a Los Angeles e non volevo trasferirmi nella Silicon Valley, dove si trovano tutti i colossi che lavorano nel mio campo.

Ho deciso di unirmi a Disney Research LA e contribuire nella realizzazione del posto più felice al mondo. DR è un posto speciale per il tipo di sfide che ci poniamo e ci vengono poste. Come disse Walt Disney, “It’s kind of fun to do the impossible”. Ogni giorno nasce un progetto e si lavora con persone con background totalmente diversi. Lavoro su diversi progetti, come creare nuove tecnologie per artisti usando machine learning, dare la luce a personaggi Disney in forma di robot o virtuali che interagiscono con i gli ospiti nei parchi.

Il mio percorso sembra sia stato in discesa, ma non è così. Come studentessa ho imparato a cadere e rialzarmi. Essere lontana da casa non è facile, essere donna e lavorare in un campo dove il 90% delle persone sono uomini richiede continua affermazione delle tue abilità e tenacia. Scegliere di essere una ricercatrice nella nostra generazione significa scoprire, combinare discipline e andare oltre i confini della tecnologia, fare brainstorming con tipi di persone diverse per risolvere problemi.

Essere ricercatori non è fare quello che devi ma quello che ami, dove la passione per quello che fai è più forte dei pregiudizi o stereotipi. La logica ti porta da A a Z, l’immaginazione ti porta ovunque. Come disse Walt Disney, “Prima pensa, secondo sogna, terzo credi e infine osa”.

Cristina, dottoressa di ricerca del dipartimento di Informatica

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