Un giro del mondo…. a piedi|

“Mi chiamo Nico, vicentino annata ‘93, ed otto mesi fa sono partito per realizzare il mio sogno: fare il giro del mondo a piedi attraverso quattro continenti, in un viaggio di quattro anni lungo 35 mila chilometri.

Dopo essere partito da Vicenza il 9 Agosto del 2020, ho camminato attraversato Pianura Padana, Appennino Tosco-Emiliano e costa ligure fino a giungere al confine francese. Da Ventimiglia sono passato in costa azzurra, proseguendo il viaggio lungo la riserva della Camargue ed il Canal du Midi, un canale fluviale navigabile che collega mar Mediterraneo ed oceano Atlantico. A seguire, Lourdes ed i Pirenei, una delle tappe più dure, a 1600 metri in mezzo ad una bufera di neve. Nonostante il freddo ed il vento, sono arrivato in Spagna, percorrendo il Cammino di Santiago fino a Leon, città che mi ha ospitato durante l’Erasmus del terzo anno di studi presso UniVR. L’ultimo tratto europeo è stata la Via de la Plata, altro cammino della rete di Santiago, che da Leon mi ha portato a Palos de la Frontera, città dalla quale mi sono imbarcato per le Canarie alla ricerca di un passaggio in barca per le Americhe.

Dopo un mese di ricerche, sono riuscito a trovare un passaggio a bordo di un catamarano di 12 metri, il Tata, assieme al capitano australiano e a un ragazzo polacco. La traversata atlantica si è rivelata molto più lunga del previsto a causa di una fascia di bonaccia insolita per la stagione degli Alisei. Solitamente, infatti, la navigazione si conclude in tre settimane; l’equipaggio del Tata, invece, è approdato a St. Lucía (Caraibi) dopo 33 giorni in mezzo all’Oceano, più di un mese senza alcun contatto con il resto del mondo. Siamo rimasti nei pressi dell’isola per due settimane, prima di salpare nuovamente verso nord e spostarci ad Antigua. Qui, tuttavia, l’equipaggio si è sciolto e ho deciso di proseguire da solo alla volta di Panama, dove ho coronato un altro piccolo ma significativo pezzo del mio cammino: collegare gli Oceani Atlantico e Pacifico camminando per tutto l’istmo di Panama. In questo modo, è come se il cammino interrotto in Spagna fosse ripartito, senza interruzioni, dall’altro lato del mondo.

La prossima tappa riparte da Quito, capitale dell’Ecuador, e mi impegnerà per tutto il 2021: per arrivare a Santiago del Cile ci vorranno infatti circa dieci mesi perché la distanza da percorrere è di più di 6500km.

Dal Cile mi imbarcherò nuovamente, stavolta per l’Australia, che attraverserò da sud a nord tagliando a metà gli spazi sconfinati di terra rossa – l’Outback – che riempiono l’enorme stato australe. Sarà poi la volta dell’Asia, dalla Malaysia alla Thailandia giungendo a Bangkok e da lì in Birmania ed India. Mi dirigerò in Bangladesh per poi tornare nel subcontinente indiano, a New Delhi, e successivamente in Pakistan proseguendo lungo la Karakorum Highway, strada che attraversa l’omonima catena montuosa e passa in Cina a 4.700 metri, il punto più alto dell’intera spedizione.  Dopo un mese di cammino in Cina sarà la volta del Kirghizistan, dove seguirò la Via della Seta attraverso Samarcanda, Bukhara fino al Turkmenistan, ed Iran. Dall’antica Persia raggiungerò le coste del Mar Caspio attraversando l’Azerbaijan, la Georgia e la Turchia fino a Costantinopoli, dove ritornerò in Europa passando dalla Grecia e poi ancora a piedi, attraverso i Balcani per tornare a Malo, casa.

CAMMINARE AI TEMPI DEL COVID

Ho attraversato tre stati europei che attualmente versano in difficile situazione. Scegliendo di partire ad agosto, tuttavia, le prime settimane sono state più semplici da affrontare. In particolar modo, Italia e Francia non avevano ancora imposto lockdown, quindi non è stato difficile attraversarle. L’uso della mascherina si imponeva all’arrivo nei centri abitati più grossi, ma adottando queste misure di sicurezza il viaggio è proseguito tranquillamente. Non sono mancati gli incontri, né l’ospitalità da parte di persone conosciute lungo il cammino. La situazione è peggiorata con l’arrivo in Spagna, ad ottobre, ed i primi lockdown locali. Lungo il Cammino di Santiago diverse strutture di ricezione erano chiuse e gli spazi comuni come le cucine non potevano essere utilizzati. Anche così, tuttavia, sono riuscito a proseguire, alternando le notti negli ostelli rimasti aperti a quelle in tenda e condividendo con i pellegrini lungo il percorso il tratto di cammino comune. Ad inizio novembre, con il peggiorare della situazione, le tappe sono diventate più lunghe, con l’obiettivo di avvicinarsi al porto di Palos per lasciare il continente prima di un’eventuale lockdown totale in Spagna. A Las Palmas la situazione era migliore e quando nel continente sono ritornati i lockdown totali, in occasione delle festività natalizie, mi trovavo ormai a bordo del Tata, in mezzo all’Oceano, a sperimentare un isolamento del tutto diverso. Le regole incontrate ai Caraibi cambiavano di stato in stato: c’è chi chiedeva il test all’ingresso, chi predisponeva una quarantena. Per ora, comunque, il viaggio è potuto proseguire senza grossi intoppi e guardo speranzoso al 2021 come l’anno in cui la situazione potrebbe cominciare a tornare alla normalità.

IL VIAGGIO

Il viaggio durerà quattro anni, in un percorso di 35.000 km che chiamo “Il viaggio da casa a casa”, ispirandomi liberamente al periodo del Grand Tour quando giovani ragazzi viaggiavano lungo l’Europa per accrescere le loro conoscenze e tornare in patria per condividerle. Il progetto si chiama PIEROAD, ovvero “Pie” dal piede del dialetto veneto e “Road” la strada internazionale che percorro.

Se volete camminare con me attorno al mondo, seguite @pieroad____ su Instagram!”

Nicolò, laureato in Economia aziendale
Instagram: @pieroad____

Il vantaggio di avere dei titoli che valgono doppio

“Sono assegnista di ricerca in Filosofia Morale presso il Dipartimento di Scienze Umane, ed ho avuto l’occasione di partecipare ad un importante evento grazie alla mia esperienza universitaria.

L’evento per il quale sono stata coinvolta, organizzato dall’Ambasciata tedesca a Roma, consisteva in un panel virtuale tra Nunzia Catalfo, Ministra del Lavoro per il Governo italiano, e Hubertus Heil, Ministro del Lavoro per il governo tedesco, sulla tema della migrazione del lavoro in Europa dal punto di vista italo-tedesco. 

Sono stata invitata ad intervenire con un breve video, riportando la mia esperienza di studio e ricerca tra Italia e Germania: una laurea magistrale a doppio titolo e un dottorato a titolo congiunto.

L’evento si è tenuto in diretta streaming, credo che la mia video-testimonianza possa riassumere al meglio quella che è stata la mia esperienza italo-tedesca.

Buona visione!”

Giulia, assegnista di ricerca al Dipartimento di Scienze Umane
Instagram: @giulia.battistoni.90

In Erasmus a Leeds ho capito che noi europei abbiamo più cose in comune di quanto crediamo

“Un rientro anticipato di 3 mesi, in un’Italia in piena quarantena, non è riuscito a rovinare il ricordo di una delle esperienze più coinvolgenti ed intense della mia vita. Chiudere in bellezza, ho imparato, non è sempre possibile; tuttavia, la paura di un addio non deve scoraggiarci da intraprendere avventure che possono cambiarci la vita.

Anche se inizialmente timoroso per alcune difficoltà burocratiche, superate grazie al puntuale aiuto di docenti e personale Univr, sono riuscito a coronare il mio sogno di internazionalizzare la mia formazione.

L’iniziale senso di timore, una volta uscito dalla caotica stazione dei treni di Leeds, ha ceduto il passo a un senso di libertà mai provato prima. Un senso di libertà che, non so ancora bene come, sono col tempo riuscito a sublimare nella creazione di una daily-routine tutta mia, capace di coniugare tre, quattro parties a settimana – che si tenevano nelle casette tutte uguali della mia amata 45 Mayville Avenue – con il superamento degli impegni universitari scanditi dal mio Learning Agreement (LA).

Una cosa che mi ha sorpreso è la flessibilità che mi è stata offerta nella scelta dei corsi. Essendo iscritto “sotto condizione” al primo anno di magistrale, e non avendo quindi ancora conseguito la laurea triennale, l’Università di Leeds non mi ha permesso di iscrivermi ad alcuni corsi “Master level” (magistrale). Il referente di sede qui a Verona, tuttavia, mi ha concesso di inserire nel LA sia esami “BA level” (ovvero della triennale) che “MA level”. La flessibilità dimostrata dall’Università di Verona mi ha permesso di completare il primo anno di magistrale all’estero e di farlo, tra l’altro, con una media dei voti più alta rispetto alle mie aspettative – vista la ratio, a mio dire, indulgente delle tabelle di conversione dei voti.

Devo ammetterlo, a livello architettonico e museale Leeds ha di che invidiare a molte città a noi più vicine, ma una cosa è certa: ritrovarmi immerso in una cultura diversa dalla mia, convivendo con persone provenienti da diverse regioni del Regno Unito, qualcosa mi ha insegnato. Se, da un lato, ho scoperto che pure loro non si capiscono se parlano in dialetti diversi, dall’altro lato ho imparato che in fondo, al di là delle difficoltà di comprensione linguistica e culturale, una serena convivenza è certamente possibile, se basata sul rispetto del punto di vista altrui e sul riconoscimento della relatività del proprio.

Un’altra cosa che non avrei conosciuto altrimenti, e che nemmeno credevo esistere, è il sentimento di comunanza che si prova stando insieme a ragazzi europei provenienti da altre nazioni. Oltre alla facilità di comunicazione data da una lingua comune comunemente mal parlata, il sentimento diffuso di familiarità che ci avvolgeva durante le sfide a beer pong e ring of fire è un qualcosa che difficilmente scorderò.

E, alla fine, penso che il progetto Erasmus sia stato pensato proprio per questo: per farci capire che, così in classe come al pub, noi europei abbiamo più cose in comune di quante crediamo.

Non mi resta che ringraziare l’Università di Verona e con essa le persone che mi hanno costantemente seguito nella realizzazione di un sogno. Ora tocca a voi!”

Giulio, studente di Scienze Filosofiche
Instagram: @giulio_geromella

Dopo le mie ricerche sul campo in Nuova Caledonia ho vinto una borsa post-doc al Musée du Quai Branly di Parigi

“Sono un dottore di ricerca in Antropologia. Ho seguito i miei studi universitari presso la Sapienza di Roma, poi grazie a una borsa di studio offerta dall’Università di Verona, dipartimento Culture e Civiltà, ho potuto frequentare il Corso di Dottorato inter-ateneo in Studi Storici, Geografici e Antropologici che lega le università di Verona, Padova e Venezia. Questa esperienza è stata per me molto formativa poiché mi ha permesso non solo di interagire con colleghi di altre discipline, ma anche di intraprendere proficui scambi con studiose e studiosi esperti dell’Oceania, grazie all’interesse ormai consolidato dell’Università di Verona verso il Pacifico (ESfO 2008, Convenzione con l’Université de la Nouvelle-Calédonie e con il Musée de la Nouvelle-Calédonie, e vari progetti di ricerca).

Dal 2015 lavoro infatti in Nuova Caledonia, un arcipelago nell’Oceano Pacifico. Si tratta di un territorio francese sui generis iscritto da più di trent’anni in un complicato ma irreversibile processo di decolonizzazione. Ho svolto la maggior parte della mia etnografia a Wëté, un villaggio sulla catena montuosa centrale della Grande Terre (l’isola principale dell’arcipelago). I miei studi si sono interrogati sulla condizione della gioventù kanak (il popolo autoctono), al centro delle attuali politiche pubbliche e del dibattito sul futuro del paese. La jeunesse kanak è spesso stata il bersaglio di discorsi stereotipati che descrivono la gioventù indigena come delinquente, deviante e in preda a una completa perdita di punti riferimento identitari (e dunque incapace di gestire autonomamente il futuro del Paese). La mia ricerca di dottorato, incentrata sulle pratiche locali di trasmissione e valorizzazione del passato e sulle politiche culturali nazionali, ha messo in evidenza invece la creatività e la ricchezza delle pratiche giovanili e del loro intimo rapporto con il patrimonio e con la “tradizione”, mostrando come tali retoriche siano di parte.

Al mio ritorno in Italia, con il sostegno e la collaborazione della mia tutor, la professoressa Anna Paini (antropologa, oceanista), ho potuto organizzare diverse conferenze scientifiche: non solo siamo riusciti a invitare diversi ospiti internazionali, ma abbiamo anche sperimentato nuove forme di condivisione come la giornata seminariale interdisciplinare tenutasi nell’aprile del 2019, che ha coinvolto più dipartimenti dell’ateneo e ha permesso di ospitare dieci giovani ricercatori e ricercatrici kanak che hanno dato vita a un originale scambio. Uno dei momenti più significativi della mia esperienza di dottorato!

Grazie all’accordo già esistente tra Univr e Université Aix-Marseille, ho potuto poi essere accolto per due mesi presso il Centro di Ricerca e Documentazione sull’Oceania (CREDO) e partecipare, insieme alla prof. Anna Paini all’organizzazione del prossimo convegno ESfO (European Society for Oceanists) che si terrà nel 2022 in Corsica.

Questa ricca esperienza si è felicemente conclusa nel settembre 2020, quando ho ufficialmente ricevuto il titolo di dottore in Antropologia (con lode!)… ma ne è subito iniziata un’altra.

Durante il periodo del lockdown, mentre cercavo di concludere la stesura della tesi e pensavo con terrore al mio futuro prossimo, ho provato a partecipare al bando per la prestigiosa borsa di ricerca offerta dal Musée du Quai Branly di Parigi con un progetto intitolato “Le Kaneka de Nouvelle-Calédonie: circulation de connaissances et réveil de consciences”. A giugno ho scoperto di essere stato ammesso tra i finalisti. Ho sostenuto il colloquio orale con il cuore in gola, davanti a una commissione composta da 20 esperti. Per me quello era già un traguardo.

La bella notizia è quindi giunta inaspettatamente: ero stato selezionato tra i cinque vincitori, e ho subito iniziato a pensare al trasloco in Francia. Malgrado il Covid-19, che forse non mi permetterà di ritornare sul campo, sono molto felice di avere avuto la rara opportunità di continuare a fare ricerca in una istituzione museale specializzata nell’antropologia.

Lo auguro a tutti e a tutte!”

Matteo, Dottore di Ricerca in Antropologia

Sono passato dalle aule universitarie agli uffici di MSC USA in tempo zero

“Sono Alessandro, classe ‘95, nato e cresciuto nel territorio mantovano. Mentre scrivo queste righe sto realizzando che sono ormai passati 8 mesi dalla mia partenza per questa avventura post-laurea negli Stati Uniti d’America.

Ma cerchiamo di fare un passo indietro, partendo dall’inizio.

Siamo circa agli inizi di luglio 2019, sono iscritto al corso di Marketing e Comunicazione d’Impresa. Un solo esame mancante e in più la tesi per completare il percorso di studi in Univr. Si dà il caso che l’esame mancante fosse quello del prof. Russo che, prima della consegna dei compiti, parla di una mail che avrebbe inviato nei giorni successivi relativa al Premio di Laurea “Training on the Job at MSC USA”. Una volta superato l’esame, in uno dei giorni seguenti in ufficio (lavoravo già full time da circa un anno come Production Planner in un’azienda del mantovano) quasi per caso ho deciso di controllare se la mail fosse arrivata e senza pensarci troppo, ho fatto l’application per il bando.

Sono sincero, l’esperienza mi attirò da subito ma nella mia testa frullava il classico “Con tutte le persone che si presenteranno, perché dovrebbero scegliere proprio me?” cosi qualche settimana dopo, senza troppe speranze, mi presentai al colloquio per la selezione. Poco dopo la conclusione, i 4 presenti comunicarono la decisione per cui proprio io risultai vincitore.

Nei giorni successivi iniziai a comunicare la news, ai genitori in primis ancora ignari di tutto, e poi ad amici e colleghi. I mesi successivi sono stati un susseguirsi di burocrazia tra visto, passaporto e documentazioni varie fino al giorno del via libera: partenza fissata al 18 ottobre.

Volo diretto di circa 9 ore Malpensa-New York, scalo di 30 minuti (ancora mi chiedo come abbia fatto a salire sull’aereo successivo) e poi di nuovo a bordo per 40 minuti: destinazione Baltimora. Una volta arrivato sono stato accolto da una collega, che sarebbe poi stata la mia coinquilina per i primi sei mesi e che non mi stancherò mai di ringraziare per l’aiuto e la disponibilità, qualità dimostrate anche da tutti gli italiani incontrati nel mio percorso. Da lì a poco, dopo un breve tour della città, è iniziata la mia nuova avventura lavorativa e ho incontrato Mauro (ex studente dell’Università di Verona, negli USA da circa 20 anni e attualmente Branch Manager dell’ufficio MSC di Baltimora), presente nella fase di selezione. Dopo una breve training, sono stato assegnato al team che si occupa di logistica intermodale. Ad oggi mi occupo della gestione del cargo in arrivo tramite navi negli USA (quindi lato import) con l’obiettivo efficienti distribuzioni presso le destinazioni finali nel Paese attraverso camion, ferrovie e navi di dimensioni minori.

Nel primo periodo sono stato a Washington, Philadelphia e New York mentre le successive vacanze, settimana in Italia compresa, mi sono state cancellate causa Covid-19. Al momento l’ufficio vive, come la maggior parte delle attività, una fase di smart working da circa inizio aprile ma è pianificata una ripresa graduale da inizio luglio mirata al ritorno alla normalità il prima possibile.

Dovessi tirare le somme a questo punto dell’esperienza (il mio visto attuale ha scadenza maggio 2021), non posso che ritenermi assolutamente soddisfatto sia a livello personale che a livello lavorativo: il mio inglese è notevolmente migliorato, ho sviluppato nuove skills professionali ma soprattutto umane e mi sono adattato ed integrato in un mondo abbastanza diverso dal mio. Dovessi pensare ora al futuro? Sono sincero, già da un po’ lo sto facendo ma in tutta onestà ritengo sia ancora troppo presto per poter prendere una decisione definitiva.

Concludo con un consiglio, se amate mettervi in gioco e realizzare i vostri sogni allora la cosa da fare è solo una: uscite al più presto dalla cosiddetta comfort zone.

Alessandro, laureato in Marketing e Comunicazione d’Impresa
Instagram: @alartoni




Restate eterni studenti e non perdete mai la voglia di rincorrere nuove stelle

“Nel 2006 lavoro a Milano come metalmeccanico a tempo indeterminato. L’anno seguente, festeggio i 21 anni come animatore nei villaggi turistici, in Marocco. A stagione finita, mi offrono una promozione sotto forma di 6 mesi come capo-animatore alle Maldive.

Nel breve termine la prospettiva si annuncia divertente, ma non vedere una luce in fondo al percorso mi spaventa. Rifiuto e decido per una meta più lontana. Sarà la mia stella da seguire: mi iscrivo alla triennale in Informatica Multimediale a Verona.

Scelta sofferta. In famiglia, nessuno è laureato e l’incoraggiamento va a braccetto con lo scetticismo. Lo stesso avviene nella mia testa, dove il misero 63 in uscita dalle superiori urla prepotente. A completare l’opera, si aggiungono il cambio di stile di vita, da villaggi turistici ad università, l’assenza di amicizie veronesi dovuta alle mie origini bresciane e la consapevolezza di iniziare con due anni di ritardo.

Non capisco se sia quella stella a brillar felice, o io ad esser nato basso, eppure mi sento costretto a guardare verso l’alto.

Il cervello si scrolla la ruggine, ma l’Università mi appare molto fredda, distaccata. Decido di candidarmi come rappresentante degli studenti per dare il mio umile contributo. Non mi identifico nei partiti esistenti e creo una lista neutra. Credo molto nella rappresentanza. Penso che un rappresentante possa servire da esempio a molti.

La stella ora brilla più forte, ma pare allontanarsi. Per raggiungerla, devo dare di più. Molto di più.

Mi convinco che un Rappresentante deve aspirare ad essere l’esempio per gli altri. Divento Presidente del Consiglio Studenti. Tuttavia, il rischio che uno divenuto popolare per attività extra-curricolari (cabaretScienze, FestaScienze), venga scambiato per uno studente facinoroso è alto. L’idea mi terrorizza.

La stella è più vicina. Mi sprona. Accelero e chiudo la magistrale nei 2 anni previsti, con Lode.

Dopo 6 anni, la stella è raggiunta. Le sono seduto sotto: mi scalda e fa luce su una nuova galassia. La ignoro e continuo a godermi il panorama veronese: nel 2014 vinco un assegno di ricerca e partecipo a Start-cup Veneto con un’idea imprenditoriale. Imparo molto, da entrambe le esperienze, ma inizio a riflettere su cosa potesse riservarmi la galassia che avevo ignorato fino a quel momento. Tra coraggio e paura, decido di buttarmi.

Il biennio 15/16 mi vede costantemente con la valigia in mano. Giro 6 appartamenti in un anno, arrivando a dormire in condizioni indicibili. Cambio due città. Raggiungo nuove stelle, ma non scaldano abbastanza da farmi fermare. Rifiuto due opportunità lavorative: una per l’ambiente tossico, l’altra per evitare di perdere le mie competenze di Intelligenza Artificiale. Passo notti insonni con l’ansia di preparare colloqui di lavoro per grandi realtà, come Amazon. Tiro troppo, crollo e fallisco l’ultimo step. Mi ritrovo senza un lavoro e coi risparmi quasi a zero.

La mia nuova stella di una carriera all’estero sembra troppo lontana. Organizzo il rientro in Italia. Volgo uno sguardo indietro alla prima stella, quella dell’Università: mi sorride fioca. C’è così tanto buio intorno.

Decido di dare tutto quello che ho. Affilo il curriculum. Ottantadue versioni per trovare quella definitiva. Risponde Intel – il colosso tecnologico – ed ottengo un contratto a tempo indeterminato in un paese sconosciuto del Regno Unito. Dopo 3 anni, sono il punto di riferimento per EMEA in Intelligenza Artificiale e collaboro a progetti di caratura mondiale.

Non so per quanto ancora mi scalderò sotto questa stella, né tantomeno se ne raggiungerò altre. So solo che se oggi ho la fortuna di contemplare un universo di opzioni, è solo grazie agli insegnamenti appresi inseguendo la mia prima stella. L’Università “Scienze MM.FF.NN.” di Verona non solo mi ha aperto una galassia di possibilità, ma mi ha anche dato i mezzi per poterla navigare.

L’augurio è quello di rimanere eterni studenti e non perdere mai la voglia di rincorrere nuove stelle.”

Walter, laureato in Informatica Multimediale
Instagram: @wudy_tb

Il mio agognato Erasmus in Germania, dalla finestra della mia camera

“In quanto studentessa di Lingue, penso che l’opportunità di partecipare e prendere parte ad un progetto come l’Erasmus+ sia fondamentale per migliorare le proprie capacità e per comprendere realmente se il percorso intrapreso sia quello giusto. E così, all’alba dell’inizio del mio secondo anno di triennale, decisi di candidarmi per il bando.

Non avevo mai studiato il tedesco prima di entrare in università, ma (stranamente) ne ero affascinata e consapevole della sua complessità. In effetti, questa lingua così ostica si è subito palesata come un’enorme sfida da affrontare. E quale poteva essere la soluzione migliore per poter vincere quest’eterna “lotta”? Trascorrere un semestre in Germania, dove avrei potuto abbattere la paura del parlare la lingua tedesca.

Armata di determinazione e pazienza, mi sono immersa nello studio in modo da conseguire ottimi risultati che mi avrebbero aiutata a scalare la graduatoria del bando Erasmus. E dopo aver dovuto comunque affrontare la fase dei ripescaggi, il 17 aprile 2019 risultai vincitrice di una borsa di studio per Monaco.

Ed è così che, tra appelli e lezioni, trascorsero i giorni, sognando costantemente l’arrivo della data di partenza. Nonostante in Italia la situazione stesse diventando sempre più critica a causa del crescente numero di contagi da Coronavirus, un po’ incoscientemente e un po’ egoisticamente, decisi comunque di salire su quel treno che da Verona mi avrebbe scortato a Monaco. Il 5 marzo, dopo un anno di burocrazia, finalmente la mia esperienza poteva cominciare. Peccato che tutto ciò che avevo meticolosamente programmato e immaginato nei mesi precedenti si è potuto realizzare solamente per una settimana.

Non appena l’OMS ha dichiarato lo stato di emergenza globale, ordinando il lockdown, un dubbio amletico ha afflitto la mia mente: rimanere confinata nei miei 10 mq in Germania, o tornare in Italia e trascorrere questo periodo di crisi con la mia famiglia? Ad oggi non saprei ancora dire quali sono le ragioni che mi hanno portato a prendere la decisione di restare qui, ma posso dire con certezza che ne sono comunque contenta. Non è ciò che desideravo, ma sto comunque esercitando le mie capacità linguistiche, sia grazie alle lezioni online che l’università ospitante (LMU München) sta impartendo, sia grazie a banalità come chiedere informazioni mentre si fa la spesa o leggere il quotidiano in tedesco. Inoltre, vivendo in uno studentato in una città così multiculturale come Monaco, ho la possibilità di incontrare gente proveniente da ogni parte del mondo e scoprire le loro tradizioni, le loro lingue.

Tutto sommato, poteva andarmi molto peggio! E non disdegno nemmeno quei giorni di malinconia, in cui mi affaccio alla finestra della mia camera, sorseggiando un’amata birra tedesca e osservando come questa pandemia abbia sconvolto le nostre routine.”

Anna Maria, studentessa di Lingue e culture per l’editoria
Instagram: @anne_cingu

Il mio cuore è costantemente volto all’Italia, che spero di rivedere presto

“Proprio un anno fa, mi comunicarono che ero stata selezionata per partecipare al programma di mobilità Erasmus e il cuore mi scoppiava di gioia. Mi sentivo così fortunata a poter trascorrere un periodo di studio all’estero, conoscere gente proveniente da tutto il mondo, studiare in una nuova università, praticare una nuova lingua, arricchire la mia cultura.

Il 23 febbraio presi quel tanto atteso aereo per la Spagna, le mie emozioni erano un miscuglio di paura per l’ignoto e spirito di avventura. Le prime due settimane furono un po’ strane, non conoscevo quasi nessuno, cercavo di capire come muovermi, tentavo di praticare al meglio la lingua. Mi guardavo attorno, in giro per la città, e il sole della Spagna mi faceva sentire così grata per tutto quello che avevo tra le mani.

Nel frattempo, il mondo si stava preparando ad affrontare questa grande pandemia e, mentre in Italia era già iniziato il periodo di confinamento,  qui la gente sembrava non rendersi conto di quello che stava succedendo e a volte notavo la diffidenza nello sguardo di alcuni. “La colpa è di tutto questi studenti venuti qui dall’Italia”, dicevano.

Fin quando, il 15 marzo, Sanchez dichiara lo stato di emergenza e l’inizio della quarantena. Molti andarono via, presero d’assalto i traghetti e salirono sugli ultimi aerei disponibili. Io mi soffermai molto a pensare a quello che sarebbe stato giusto fare, fin quando arrivai alla conclusione che sarebbe stato meglio rimanere in casa e spostarsi il meno possibile. Capii che quello era il momento meno opportuno per essere egoista e pensare, invece, alla mia famiglia e a tutte le persone a me care.

La Spagna mi sta dando tanto, nonostante tutto.

Anche qui la gente cerca di farsi forza a vicenda con applausi collettivi, saluti dai balconi e musica a tutto volume. Mi sento a casa anche qui, siamo tutti soli ma lo siamo tutti nello stesso momento. Il mio cuore è costantemente volto all’Italia, che spero di poter rivedere presto.”

Valeria, studentessa di Lingue e culture per l’editoria
Instagram: @_valeriacarbone

La piega assurda che ha preso il mio Erasmus mi sta dando la lezione più importante: siamo tutti uguali e vulnerabili

“Sono partita per la Lituania il 28 Gennaio 2020. Vivo a Vilnius più di 70 giorni. Era il 16 Marzo 2020 quando, al fine di poter controllare il contagio da COVID-19, il Governo lituano ha dichiarato la quarantena sull’intero territorio nazionale. A differenza di altri Paesi, siamo ancora liberi di uscire, obbligatoriamente con la mascherina e in gruppi di non più di due persone. Ma alla fine poco cambia, perché là fuori di aperto non c’è niente, se non supermercati e farmacie. I confini nazionali sono chiusi, nessuno può entrare e nessuno può uscire, salvo per chi torna al proprio Paese d’origine.

Ma che fare quando quel Paese è tra i primi al mondo per numero di contagi e decessi? È davvero una buona idea tornare a casa? A questo punto, quel che è giusto o sbagliato è estremamente soggettivo.


Quel 28 Gennaio l’Italia contava solo 2 casi di Coronavirus. Sono partita con un bagaglio pieno di curiosità, di voglia di esplorare, di conoscere persone da tutto il mondo per poter entrare in contatto con culture e tradizioni diverse; volevo divertirmi, sperimentare la vita universitaria all’estero e pensare a nient’altro se non al fatto che stessi vivendo l’esperienza più bella della mia vita.


Le prime settimane non le dimenticherò mai: ho conosciuto tantissime persone delle più svariate nazionalità, e quando loro mi chiedevano “E tu? Da dove vieni?”, io rispondevo con fierezza “Sono italiana”. Ma con il passare dei giorni e l’aumento esponenziale dei casi di contagio del virus in Italia, la fierezza è diventata quasi paura. Paura di essere sentirsi a disagio, paura di un rifiuto, paura di far paura. Quando le persone hanno paura, la parte irrazionale scavalca quella della ragione, e porta generalmente a creare pensieri come “Sei italiano? Sei inevitabilmente portatrice del virus”. E a rincarare la dose c’è che stiamo vivendo una pandemia mondiale ai tempi dei social che, con il loro potere di distorcere la percezione della realtà e del pericolo, influenzano i comportamenti umani.

Nel primo periodo di soggiorno all’estero, tutti andavamo avanti con la nostra vita tra università, studio, cene con gli amici, feste ed eventi, cercando di vivere al meglio. Ma lo sguardo degli italiani non l’aveva nessun altro, perché a casa nostra la vita si stava gradualmente bloccando, quasi già a presagire quello che prima o poi si sarebbe verificato anche qua.


In Lituania ci sentivamo al sicuro, e poi eccolo là, il primo caso di contagio; poi il secondo, il terzo e così via. Oggi il numero dei contagi è di quasi mille persone e noi ci siamo tutti resi conto che non c’è più differenza tra una nazione e un’altra. Il mondo è un unico grande Paese. La preoccupazione nei nostri occhi  adesso appartiene anche a tutti gli altri.


E scrivendo questa breve testimonianza mi sono accorta che, alla fine, nonostante la piega assurda e inimmaginabile che ha preso questa esperienza Erasmus, la lezione più importante l’ho colta lo stesso: la diversità nazionale, culturale o sociale che a volte ci fa sentire distanti, non cambierà mai il fatto che siamo tutti, indistintamente, esseri umani e, in quanto tali, vulnerabili.”

Micaela, studentessa di Lingue e culture per l’editoria
Instagram: @micamarci

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