Sono passato dalle aule universitarie agli uffici di MSC USA in tempo zero

“Sono Alessandro, classe ‘95, nato e cresciuto nel territorio mantovano. Mentre scrivo queste righe sto realizzando che sono ormai passati 8 mesi dalla mia partenza per questa avventura post-laurea negli Stati Uniti d’America.

Ma cerchiamo di fare un passo indietro, partendo dall’inizio.

Siamo circa agli inizi di luglio 2019, sono iscritto al corso di Marketing e Comunicazione d’Impresa. Un solo esame mancante e in più la tesi per completare il percorso di studi in Univr. Si dà il caso che l’esame mancante fosse quello del prof. Russo che, prima della consegna dei compiti, parla di una mail che avrebbe inviato nei giorni successivi relativa al Premio di Laurea “Training on the Job at MSC USA”. Una volta superato l’esame, in uno dei giorni seguenti in ufficio (lavoravo già full time da circa un anno come Production Planner in un’azienda del mantovano) quasi per caso ho deciso di controllare se la mail fosse arrivata e senza pensarci troppo, ho fatto l’application per il bando.

Sono sincero, l’esperienza mi attirò da subito ma nella mia testa frullava il classico “Con tutte le persone che si presenteranno, perché dovrebbero scegliere proprio me?” cosi qualche settimana dopo, senza troppe speranze, mi presentai al colloquio per la selezione. Poco dopo la conclusione, i 4 presenti comunicarono la decisione per cui proprio io risultai vincitore.

Nei giorni successivi iniziai a comunicare la news, ai genitori in primis ancora ignari di tutto, e poi ad amici e colleghi. I mesi successivi sono stati un susseguirsi di burocrazia tra visto, passaporto e documentazioni varie fino al giorno del via libera: partenza fissata al 18 ottobre.

Volo diretto di circa 9 ore Malpensa-New York, scalo di 30 minuti (ancora mi chiedo come abbia fatto a salire sull’aereo successivo) e poi di nuovo a bordo per 40 minuti: destinazione Baltimora. Una volta arrivato sono stato accolto da una collega, che sarebbe poi stata la mia coinquilina per i primi sei mesi e che non mi stancherò mai di ringraziare per l’aiuto e la disponibilità, qualità dimostrate anche da tutti gli italiani incontrati nel mio percorso. Da lì a poco, dopo un breve tour della città, è iniziata la mia nuova avventura lavorativa e ho incontrato Mauro (ex studente dell’Università di Verona, negli USA da circa 20 anni e attualmente Branch Manager dell’ufficio MSC di Baltimora), presente nella fase di selezione. Dopo una breve training, sono stato assegnato al team che si occupa di logistica intermodale. Ad oggi mi occupo della gestione del cargo in arrivo tramite navi negli USA (quindi lato import) con l’obiettivo efficienti distribuzioni presso le destinazioni finali nel Paese attraverso camion, ferrovie e navi di dimensioni minori.

Nel primo periodo sono stato a Washington, Philadelphia e New York mentre le successive vacanze, settimana in Italia compresa, mi sono state cancellate causa Covid-19. Al momento l’ufficio vive, come la maggior parte delle attività, una fase di smart working da circa inizio aprile ma è pianificata una ripresa graduale da inizio luglio mirata al ritorno alla normalità il prima possibile.

Dovessi tirare le somme a questo punto dell’esperienza (il mio visto attuale ha scadenza maggio 2021), non posso che ritenermi assolutamente soddisfatto sia a livello personale che a livello lavorativo: il mio inglese è notevolmente migliorato, ho sviluppato nuove skills professionali ma soprattutto umane e mi sono adattato ed integrato in un mondo abbastanza diverso dal mio. Dovessi pensare ora al futuro? Sono sincero, già da un po’ lo sto facendo ma in tutta onestà ritengo sia ancora troppo presto per poter prendere una decisione definitiva.

Concludo con un consiglio, se amate mettervi in gioco e realizzare i vostri sogni allora la cosa da fare è solo una: uscite al più presto dalla cosiddetta comfort zone.

Alessandro, laureato in Marketing e Comunicazione d’Impresa
Instagram: @alartoni




Restate eterni studenti e non perdete mai la voglia di rincorrere nuove stelle

“Nel 2006 lavoro a Milano come metalmeccanico a tempo indeterminato. L’anno seguente, festeggio i 21 anni come animatore nei villaggi turistici, in Marocco. A stagione finita, mi offrono una promozione sotto forma di 6 mesi come capo-animatore alle Maldive.

Nel breve termine la prospettiva si annuncia divertente, ma non vedere una luce in fondo al percorso mi spaventa. Rifiuto e decido per una meta più lontana. Sarà la mia stella da seguire: mi iscrivo alla triennale in Informatica Multimediale a Verona.

Scelta sofferta. In famiglia, nessuno è laureato e l’incoraggiamento va a braccetto con lo scetticismo. Lo stesso avviene nella mia testa, dove il misero 63 in uscita dalle superiori urla prepotente. A completare l’opera, si aggiungono il cambio di stile di vita, da villaggi turistici ad università, l’assenza di amicizie veronesi dovuta alle mie origini bresciane e la consapevolezza di iniziare con due anni di ritardo.

Non capisco se sia quella stella a brillar felice, o io ad esser nato basso, eppure mi sento costretto a guardare verso l’alto.

Il cervello si scrolla la ruggine, ma l’Università mi appare molto fredda, distaccata. Decido di candidarmi come rappresentante degli studenti per dare il mio umile contributo. Non mi identifico nei partiti esistenti e creo una lista neutra. Credo molto nella rappresentanza. Penso che un rappresentante possa servire da esempio a molti.

La stella ora brilla più forte, ma pare allontanarsi. Per raggiungerla, devo dare di più. Molto di più.

Mi convinco che un Rappresentante deve aspirare ad essere l’esempio per gli altri. Divento Presidente del Consiglio Studenti. Tuttavia, il rischio che uno divenuto popolare per attività extra-curricolari (cabaretScienze, FestaScienze), venga scambiato per uno studente facinoroso è alto. L’idea mi terrorizza.

La stella è più vicina. Mi sprona. Accelero e chiudo la magistrale nei 2 anni previsti, con Lode.

Dopo 6 anni, la stella è raggiunta. Le sono seduto sotto: mi scalda e fa luce su una nuova galassia. La ignoro e continuo a godermi il panorama veronese: nel 2014 vinco un assegno di ricerca e partecipo a Start-cup Veneto con un’idea imprenditoriale. Imparo molto, da entrambe le esperienze, ma inizio a riflettere su cosa potesse riservarmi la galassia che avevo ignorato fino a quel momento. Tra coraggio e paura, decido di buttarmi.

Il biennio 15/16 mi vede costantemente con la valigia in mano. Giro 6 appartamenti in un anno, arrivando a dormire in condizioni indicibili. Cambio due città. Raggiungo nuove stelle, ma non scaldano abbastanza da farmi fermare. Rifiuto due opportunità lavorative: una per l’ambiente tossico, l’altra per evitare di perdere le mie competenze di Intelligenza Artificiale. Passo notti insonni con l’ansia di preparare colloqui di lavoro per grandi realtà, come Amazon. Tiro troppo, crollo e fallisco l’ultimo step. Mi ritrovo senza un lavoro e coi risparmi quasi a zero.

La mia nuova stella di una carriera all’estero sembra troppo lontana. Organizzo il rientro in Italia. Volgo uno sguardo indietro alla prima stella, quella dell’Università: mi sorride fioca. C’è così tanto buio intorno.

Decido di dare tutto quello che ho. Affilo il curriculum. Ottantadue versioni per trovare quella definitiva. Risponde Intel – il colosso tecnologico – ed ottengo un contratto a tempo indeterminato in un paese sconosciuto del Regno Unito. Dopo 3 anni, sono il punto di riferimento per EMEA in Intelligenza Artificiale e collaboro a progetti di caratura mondiale.

Non so per quanto ancora mi scalderò sotto questa stella, né tantomeno se ne raggiungerò altre. So solo che se oggi ho la fortuna di contemplare un universo di opzioni, è solo grazie agli insegnamenti appresi inseguendo la mia prima stella. L’Università “Scienze MM.FF.NN.” di Verona non solo mi ha aperto una galassia di possibilità, ma mi ha anche dato i mezzi per poterla navigare.

L’augurio è quello di rimanere eterni studenti e non perdere mai la voglia di rincorrere nuove stelle.”

Walter, laureato in Informatica Multimediale
Instagram: @wudy_tb

Il mio agognato Erasmus in Germania, dalla finestra della mia camera

“In quanto studentessa di Lingue, penso che l’opportunità di partecipare e prendere parte ad un progetto come l’Erasmus+ sia fondamentale per migliorare le proprie capacità e per comprendere realmente se il percorso intrapreso sia quello giusto. E così, all’alba dell’inizio del mio secondo anno di triennale, decisi di candidarmi per il bando.

Non avevo mai studiato il tedesco prima di entrare in università, ma (stranamente) ne ero affascinata e consapevole della sua complessità. In effetti, questa lingua così ostica si è subito palesata come un’enorme sfida da affrontare. E quale poteva essere la soluzione migliore per poter vincere quest’eterna “lotta”? Trascorrere un semestre in Germania, dove avrei potuto abbattere la paura del parlare la lingua tedesca.

Armata di determinazione e pazienza, mi sono immersa nello studio in modo da conseguire ottimi risultati che mi avrebbero aiutata a scalare la graduatoria del bando Erasmus. E dopo aver dovuto comunque affrontare la fase dei ripescaggi, il 17 aprile 2019 risultai vincitrice di una borsa di studio per Monaco.

Ed è così che, tra appelli e lezioni, trascorsero i giorni, sognando costantemente l’arrivo della data di partenza. Nonostante in Italia la situazione stesse diventando sempre più critica a causa del crescente numero di contagi da Coronavirus, un po’ incoscientemente e un po’ egoisticamente, decisi comunque di salire su quel treno che da Verona mi avrebbe scortato a Monaco. Il 5 marzo, dopo un anno di burocrazia, finalmente la mia esperienza poteva cominciare. Peccato che tutto ciò che avevo meticolosamente programmato e immaginato nei mesi precedenti si è potuto realizzare solamente per una settimana.

Non appena l’OMS ha dichiarato lo stato di emergenza globale, ordinando il lockdown, un dubbio amletico ha afflitto la mia mente: rimanere confinata nei miei 10 mq in Germania, o tornare in Italia e trascorrere questo periodo di crisi con la mia famiglia? Ad oggi non saprei ancora dire quali sono le ragioni che mi hanno portato a prendere la decisione di restare qui, ma posso dire con certezza che ne sono comunque contenta. Non è ciò che desideravo, ma sto comunque esercitando le mie capacità linguistiche, sia grazie alle lezioni online che l’università ospitante (LMU München) sta impartendo, sia grazie a banalità come chiedere informazioni mentre si fa la spesa o leggere il quotidiano in tedesco. Inoltre, vivendo in uno studentato in una città così multiculturale come Monaco, ho la possibilità di incontrare gente proveniente da ogni parte del mondo e scoprire le loro tradizioni, le loro lingue.

Tutto sommato, poteva andarmi molto peggio! E non disdegno nemmeno quei giorni di malinconia, in cui mi affaccio alla finestra della mia camera, sorseggiando un’amata birra tedesca e osservando come questa pandemia abbia sconvolto le nostre routine.”

Anna Maria, studentessa di Lingue e culture per l’editoria
Instagram: @anne_cingu

Il mio cuore è costantemente volto all’Italia, che spero di rivedere presto

“Proprio un anno fa, mi comunicarono che ero stata selezionata per partecipare al programma di mobilità Erasmus e il cuore mi scoppiava di gioia. Mi sentivo così fortunata a poter trascorrere un periodo di studio all’estero, conoscere gente proveniente da tutto il mondo, studiare in una nuova università, praticare una nuova lingua, arricchire la mia cultura.

Il 23 febbraio presi quel tanto atteso aereo per la Spagna, le mie emozioni erano un miscuglio di paura per l’ignoto e spirito di avventura. Le prime due settimane furono un po’ strane, non conoscevo quasi nessuno, cercavo di capire come muovermi, tentavo di praticare al meglio la lingua. Mi guardavo attorno, in giro per la città, e il sole della Spagna mi faceva sentire così grata per tutto quello che avevo tra le mani.

Nel frattempo, il mondo si stava preparando ad affrontare questa grande pandemia e, mentre in Italia era già iniziato il periodo di confinamento,  qui la gente sembrava non rendersi conto di quello che stava succedendo e a volte notavo la diffidenza nello sguardo di alcuni. “La colpa è di tutto questi studenti venuti qui dall’Italia”, dicevano.

Fin quando, il 15 marzo, Sanchez dichiara lo stato di emergenza e l’inizio della quarantena. Molti andarono via, presero d’assalto i traghetti e salirono sugli ultimi aerei disponibili. Io mi soffermai molto a pensare a quello che sarebbe stato giusto fare, fin quando arrivai alla conclusione che sarebbe stato meglio rimanere in casa e spostarsi il meno possibile. Capii che quello era il momento meno opportuno per essere egoista e pensare, invece, alla mia famiglia e a tutte le persone a me care.

La Spagna mi sta dando tanto, nonostante tutto.

Anche qui la gente cerca di farsi forza a vicenda con applausi collettivi, saluti dai balconi e musica a tutto volume. Mi sento a casa anche qui, siamo tutti soli ma lo siamo tutti nello stesso momento. Il mio cuore è costantemente volto all’Italia, che spero di poter rivedere presto.”

Valeria, studentessa di Lingue e culture per l’editoria
Instagram: @_valeriacarbone

La piega assurda che ha preso il mio Erasmus mi sta dando la lezione più importante: siamo tutti uguali e vulnerabili

“Sono partita per la Lituania il 28 Gennaio 2020. Vivo a Vilnius più di 70 giorni. Era il 16 Marzo 2020 quando, al fine di poter controllare il contagio da COVID-19, il Governo lituano ha dichiarato la quarantena sull’intero territorio nazionale. A differenza di altri Paesi, siamo ancora liberi di uscire, obbligatoriamente con la mascherina e in gruppi di non più di due persone. Ma alla fine poco cambia, perché là fuori di aperto non c’è niente, se non supermercati e farmacie. I confini nazionali sono chiusi, nessuno può entrare e nessuno può uscire, salvo per chi torna al proprio Paese d’origine.

Ma che fare quando quel Paese è tra i primi al mondo per numero di contagi e decessi? È davvero una buona idea tornare a casa? A questo punto, quel che è giusto o sbagliato è estremamente soggettivo.


Quel 28 Gennaio l’Italia contava solo 2 casi di Coronavirus. Sono partita con un bagaglio pieno di curiosità, di voglia di esplorare, di conoscere persone da tutto il mondo per poter entrare in contatto con culture e tradizioni diverse; volevo divertirmi, sperimentare la vita universitaria all’estero e pensare a nient’altro se non al fatto che stessi vivendo l’esperienza più bella della mia vita.


Le prime settimane non le dimenticherò mai: ho conosciuto tantissime persone delle più svariate nazionalità, e quando loro mi chiedevano “E tu? Da dove vieni?”, io rispondevo con fierezza “Sono italiana”. Ma con il passare dei giorni e l’aumento esponenziale dei casi di contagio del virus in Italia, la fierezza è diventata quasi paura. Paura di essere sentirsi a disagio, paura di un rifiuto, paura di far paura. Quando le persone hanno paura, la parte irrazionale scavalca quella della ragione, e porta generalmente a creare pensieri come “Sei italiano? Sei inevitabilmente portatrice del virus”. E a rincarare la dose c’è che stiamo vivendo una pandemia mondiale ai tempi dei social che, con il loro potere di distorcere la percezione della realtà e del pericolo, influenzano i comportamenti umani.

Nel primo periodo di soggiorno all’estero, tutti andavamo avanti con la nostra vita tra università, studio, cene con gli amici, feste ed eventi, cercando di vivere al meglio. Ma lo sguardo degli italiani non l’aveva nessun altro, perché a casa nostra la vita si stava gradualmente bloccando, quasi già a presagire quello che prima o poi si sarebbe verificato anche qua.


In Lituania ci sentivamo al sicuro, e poi eccolo là, il primo caso di contagio; poi il secondo, il terzo e così via. Oggi il numero dei contagi è di quasi mille persone e noi ci siamo tutti resi conto che non c’è più differenza tra una nazione e un’altra. Il mondo è un unico grande Paese. La preoccupazione nei nostri occhi  adesso appartiene anche a tutti gli altri.


E scrivendo questa breve testimonianza mi sono accorta che, alla fine, nonostante la piega assurda e inimmaginabile che ha preso questa esperienza Erasmus, la lezione più importante l’ho colta lo stesso: la diversità nazionale, culturale o sociale che a volte ci fa sentire distanti, non cambierà mai il fatto che siamo tutti, indistintamente, esseri umani e, in quanto tali, vulnerabili.”

Micaela, studentessa di Lingue e culture per l’editoria
Instagram: @micamarci

Ho scelto Buenos Aires per concludere il mio percorso universitario, non mi sarei mai aspettata di passarci il lockdown

“Un anno esatto fa mi laureavo in Lingue e Letterature Straniere, ma avevo già cominciato la magistrale in Editoria e Giornalismo con promessa di laurea. In questi anni non mi sono mai fermata un attimo: ho viaggiato tanto, scritto per La Gallina Ubriaca, Fuori Aula Network, lavorato come interprete in fiera e alla mostra del cinema di Venezia. Non contenta, di notte indossavo una divisa arancione e mi trasformavo in soccorritrice volontaria della Croce Verde.

Ho seguito instancabilmente tutte le mie passioni, senza ovviamente tralasciare l’università e portando avanti gli esami e il tirocinio.

Forse l’unica cosa che avrei voluto davvero erano due settimane di tranquillità per leggere la pila di libri che si accumulavano sul comodino.
Per unire i due percorsi di studio, ho deciso di completare gli ultimi tre esami a Buenos Aires, dove mi trovo attualmente. Qui posso praticare lo spagnolo, una delle cinque lingue che parlo, e approfondire lo studio del giornalismo: questi sono i motivi principali che mi hanno portata fin qui.

Non mi sarei mai aspettata però di trascorrere qui la quarantena, imposta appena un mese dopo il mio arrivo. Ho deciso di restare qui per non correre il rischio del contagio durante il rimpatrio, ma anche così è dura.

È difficile stare da soli in Argentina, dall’altra parte del mondo e lontani dalla propria famiglia. La situazione cambia ogni giorno e bisogna prendere decisioni altrettanto velocemente, senza avere la garanzia che siano quelle giuste. Purtroppo i momenti di sconforto e incertezza non mancano, per questo cerco di darmi degli orari e di ricostruire una parvenza di routine quotidiana: studiare, scrivere, leggere, chiamare i miei cari, aggiornarmi sulle notizie, fare esercizio fisico, guardare film, migliorare il russo.

Anche restando a casa cerco di mantenermi impegnata.

Mi dispiace solo che quest’esperienza, che avrebbe dovuto essere la degna conclusione del mio percorso universitario, abbia preso invece questa piega. In un modo o nell’altro però sono convinta che mi stia formando anche così.

Adesso almeno ho le mie settimane per leggere tutti i libri che voglio… Peccato che la maggior parte siano rimasti in Italia perché non ci stavano in valigia!”

Lara, studentessa di Editoria e Giornalismo
Instagram: @dead_popcorn_

Se il Paradiso è così, mi trasferisco a Sydney per sempre

“8 luglio 2019. È nato tutto per caso, quasi per gioco, e magari con quel pizzico di incoscienza che solo la giovinezza dei 24 anni può regalarti. Sono al Consiglio europeo di Bruxelles per iniziare il mio tirocinio come giornalista europeo presso le istituzioni e il mio tutor aziendale mi introduce nel magico mondo della comunicazione televisiva, mettendomi in mano una videocamera per filmare il doorstep di un ministro italiano.

«Sei un pesce, ti butto in acqua: fammi vedere se sai nuotare!».

Le ultime parole famose, prima di essere accerchiato da colleghi di Rai, Mediaset e ANSA. Passa il ministro, il REC è attivato, ma la vera registrazione è quella che sto vivendo dentro di me. Da quel momento scatta un amore folle per quella che sarebbe diventata la compagna più bella da voler conquistare: la videocamera, una di quelle che ti cambia la vita e te la fa vivere “un quarto di pixel alla volta”.

Quel tirocinio fu tutto per me: il videomaking mi trasformò in un video-giornalista, e trasformò se stesso, come direbbe il buon Armani, in quella “eleganza non da notare, ma da ricordare”. I microfoni, il treppiede, lo stabilizzatore divennero l’emblema di una crescita costante tanto nel campo giornalistico quanto in quello multimediale, ma soprattutto rappresentarono la motivazione principale verso il mio balzo decisivo: un’esperienza in una filmmaking company. Ecco: la videocamera me la sono ricordata eccome!

16 novembre 2019. Con gli occhi socchiusi, dopo due giorni di viaggio in aereo passando per Londra e Pechino, e con 10 ore di jet lag tra Europa e Oceania, vedo “l’eternità del mare mischiato col sole”. Giuro che non provo a copiare Arthurt Rimbaud per immaginarmela davanti agli occhi, così come non attingo da Herb Caen quando provo a descriverla, ma devo ammettere con tutto il mio cuore che quando la vidi pensai: “Se il Paradiso è così, mi trasferisco a Sydney per sempre”.

Fu tanto shakespeariano il mio incontro con la città dei canguri e dei koala: la perfetta “alchimia nella combinazione tra emozioni ed immagini”, quasi come un fotogramma in una pellicola di Francis Coppola. Questa, però, era la mia pellicola più personale, quella del mio più introspettivo editing. Arrivai subito a capire l’importanza del “guaio” in cui mi ero cacciato: stavo imparando a riprendere e montare da tizi che avevano lavorato con Disney e Paramount, tanto per citarne un paio, e non si limitavano al banale cavalletto con microfono per le interviste, bensì montavano dei veri e propri palcoscenici cinematografici. Fu lì che pensai: “Come è possibile che io abbia voluto fare il giornalista per tutta la mia vita e ora mi ritrovo a voler diventare anche un film-maker?”.

Mio padre mi ha sempre detto che nella vita bisogna fare ciò che si è capaci di fare, e allora guardavo gli altri per “rubare il lavoro”, registravo seguendo tutti i consigli necessari, caricavo l’attrezzatura per essere utile al gruppo, piangevo tra me e me per sorridere agli altri. E alla fine, guess what? Aveva ragione mio padre: presi la fotocamera Sony Alpha 7 di Lenard, il direttore della film-making company dove stavo facendo pratica, e decisi di fare un mini-video per la pagina “solo italiani estero” per il mio tutor aziendale, che nel frattempo aspettava progressi da Bruxelles, e per me stesso, per migliorarmi e per mettermi alla prova.

3 gennaio 2020. Il mio tutor aziendale: «Ho guardato il video australiano: beh, eccezionale, tecnicamente è fatto molto bene, complimenti davvero! Bravissimo!».

13 gennaio 2020: Ho finalmente comprato l’attrezzatura e la mia fotocamera. Indovinate? Una Sony Alpha 7.

Questa parte della mia vita, l’Australia, questa piccola parte della mia vita si può chiamare Felicità”. O meglio, “video-happiness making”, mate!”

Michele, studente di Editoria e Giornalismo

Instagram: @mr.melemayo

La logica ti porta da A a Z, l’immaginazione ti porta ovunque

Sin da piccola i computer mi hanno sempre affascinata. Ho ricevuto il primo computer a 7 anni. Non solo ci giocavo, ma cercavo di capire come funzionasse, tanto che ho dovuto mandarlo in riparazione nel tentativo di smontarlo e riassemblarlo senza successo.

I film di fantascienza sono la mia passione, robots che si comportano come persone e si mescolano tra di noi. Crescendo, qualsiasi materia includesse scrivere codici era la mia preferita. Mi sono quindi iscritta all’università di Verona, l’unica nel Veneto che offriva il corso in Informatica multimediale. Dopo aver frequentato il corso di Psicologia della percezione, volevo studiare come far interagire le persone con i computer e come questi potessero capire, analizzare le persone, le loro reazioni, emozioni, comportamenti e sintetizzarli in modo naturale per poter avere interazioni naturali come avvengono tra persone e come potessimo usarli come collaboratori non umani nei nostri progetti. Ho iniziato a esplorare come le persone interagiscono tra loro con comportamenti non verbali durante la magistrale e il dottorato. Ho esplorato machine learning e computer vision con sociologia, psicologia, neuroscienze, arte, affective computing per affrontare il problema in modo interdisciplinare.

Finito il dottorato volevo avere un’esperienza all’estero. Ho fatto un internship a Disney Research e poi mi sono trasferita a Los Angeles al Caltech a lavorare più approfonditamente su machine learning, computer vision e neuroscienze. Lì ho conosciuto persone fantastiche e lavorato a fianco ad alcune delle menti più brillanti del mondo. Nel postdoc volevo continuare a fare ricerca, scrivere codici, risolvere problemi reali e vedere il mio lavoro realizzato e trasferito in qualche prodotto che le persone potessero usare e gradire; mi piaceva vivere a Los Angeles e non volevo trasferirmi nella Silicon Valley, dove si trovano tutti i colossi che lavorano nel mio campo.

Ho deciso di unirmi a Disney Research LA e contribuire nella realizzazione del posto più felice al mondo. DR è un posto speciale per il tipo di sfide che ci poniamo e ci vengono poste. Come disse Walt Disney, “It’s kind of fun to do the impossible”. Ogni giorno nasce un progetto e si lavora con persone con background totalmente diversi. Lavoro su diversi progetti, come creare nuove tecnologie per artisti usando machine learning, dare la luce a personaggi Disney in forma di robot o virtuali che interagiscono con i gli ospiti nei parchi.

Il mio percorso sembra sia stato in discesa, ma non è così. Come studentessa ho imparato a cadere e rialzarmi. Essere lontana da casa non è facile, essere donna e lavorare in un campo dove il 90% delle persone sono uomini richiede continua affermazione delle tue abilità e tenacia. Scegliere di essere una ricercatrice nella nostra generazione significa scoprire, combinare discipline e andare oltre i confini della tecnologia, fare brainstorming con tipi di persone diverse per risolvere problemi.

Essere ricercatori non è fare quello che devi ma quello che ami, dove la passione per quello che fai è più forte dei pregiudizi o stereotipi. La logica ti porta da A a Z, l’immaginazione ti porta ovunque. Come disse Walt Disney, “Prima pensa, secondo sogna, terzo credi e infine osa”.

Cristina, dottoressa di ricerca del dipartimento di Informatica

L’idea di Cina degli occidentali non corrisponde alla vera Cina, dove noi abbiamo lasciato un pezzo di cuore

“Anche quest’anno l’Università di Verona ha dato la possibilità agli studenti del Dipartimento di Scienze Giuridiche di trascorrere una settimana alla scoperta del sistema giuridico cinese. Abbiamo deciso di metterci in gioco, prendendo parte alla Summer School della Guanghua Law School di Hangzhou in Cina, entrando in contatto con un sistema giuridico differente dal nostro.

Sin dall’inizio questo sistema si è rivelato molto avanzato: basta pensare che le udienze avvengono via Skype, per evitare che gli avvocati e le parti provenienti da paesi lontani debbano spostarsi, così conseguenti problemi logistici e rinvii. Le lezioni si svolgevano perlopiù di sera, in una piccola chiesa sconsacrata molto caratteristica all’interno del campus, e si concentravano sulla risoluzione di problematiche concrete, ambientali e politiche ma non solo. Il fine di questa scuola è formare i giuristi del futuro, cercando di imprimere in loro un ragionamento critico volto a trovare soluzioni concrete in un clima di alta competizione.

Una di noi, Valerie, è stata anche onorata del compito di tenere un discorso d’apertura in rappresentanza degli studenti overseas. Durante gli ultimi giorni siamo stati poi accompagnati dai tutor all’Università di Ningbo, una città che coniuga la tradizione alla modernità, un luogo molto particolare e frizzante. Oltre all’accoglienza dei professori, siamo stati accompagnati dalle maggiori LAWFIRM del paese:

La scelta di partire per questa esperienza non vi consentirà solamente di affacciarvi ad un Paese con regole, servizi e sistemi differenti. Vi permetterà anche di sperimentare un impatto culturale dirompente, a cominciare dal cibo, fino alla religione e al vivere quotidiano. È stato un viaggio che ci ha permesso di ampliare orizzonti e amicizie, di avvicinarci alla cultura orientale e scoprire una realtà nella quale, nonostante le contraddizioni, tutto si trova in armonia come lo Yin e lo Yang. Scoprirete che l’idea di Cina degli occidentali non corrisponde alla vera Cina, dove noi abbiamo lasciato un pezzo di cuore”.

Valerie, Ulderico e Federico, studenti di Giurisprudenza che hanno partecipato alla Summer School in Cina

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