L’idea di Cina degli occidentali non corrisponde alla vera Cina, dove noi abbiamo lasciato un pezzo di cuore

“Anche quest’anno l’Università di Verona ha dato la possibilità agli studenti del Dipartimento di Scienze Giuridiche di trascorrere una settimana alla scoperta del sistema giuridico cinese. Abbiamo deciso di metterci in gioco, prendendo parte alla Summer School della Guanghua Law School di Hangzhou in Cina, entrando in contatto con un sistema giuridico differente dal nostro.

Sin dall’inizio questo sistema si è rivelato molto avanzato: basta pensare che le udienze avvengono via Skype, per evitare che gli avvocati e le parti provenienti da paesi lontani debbano spostarsi, così conseguenti problemi logistici e rinvii. Le lezioni si svolgevano perlopiù di sera, in una piccola chiesa sconsacrata molto caratteristica all’interno del campus, e si concentravano sulla risoluzione di problematiche concrete, ambientali e politiche ma non solo. Il fine di questa scuola è formare i giuristi del futuro, cercando di imprimere in loro un ragionamento critico volto a trovare soluzioni concrete in un clima di alta competizione.

Una di noi, Valerie, è stata anche onorata del compito di tenere un discorso d’apertura in rappresentanza degli studenti overseas. Durante gli ultimi giorni siamo stati poi accompagnati dai tutor all’Università di Ningbo, una città che coniuga la tradizione alla modernità, un luogo molto particolare e frizzante. Oltre all’accoglienza dei professori, siamo stati accompagnati dalle maggiori LAWFIRM del paese:

La scelta di partire per questa esperienza non vi consentirà solamente di affacciarvi ad un Paese con regole, servizi e sistemi differenti. Vi permetterà anche di sperimentare un impatto culturale dirompente, a cominciare dal cibo, fino alla religione e al vivere quotidiano. È stato un viaggio che ci ha permesso di ampliare orizzonti e amicizie, di avvicinarci alla cultura orientale e scoprire una realtà nella quale, nonostante le contraddizioni, tutto si trova in armonia come lo Yin e lo Yang. Scoprirete che l’idea di Cina degli occidentali non corrisponde alla vera Cina, dove noi abbiamo lasciato un pezzo di cuore”.

Valerie, Ulderico e Federico, studenti di Giurisprudenza che hanno partecipato alla Summer School in Cina

Sono uscita dalla mia comfort-zone alla Enactus World Cup

L’esperienza alla Enactus World Cup vissuta di recente mi ha lasciata senza parole. Per tre giorni, in trasferta a San José, California, ho vissuto appieno lo spirito che guida l’operato di Enactus: la condivisione e l’aiuto reciproco, ma soprattutto la voglia di crescere e diventare davvero i leader di domani. 

Accanto  alla competizione vera e propria, non sono mancati i momenti in cui si celebravano le varie culture dei 37 Paesi protagonisti dell’evento. Ricordo con piacere soprattutto la Cultural Fair, durante la quale ogni delegazione ha potuto mostrare a tutta la comunità gli usi e i costumi del proprio Paese d’origine. 

Alla Project Showcase, tenutasi il secondo giorno, ho avuto la possibilità di illustrare il nostro progetto, Rewind For Future, a tutta la comunità di Enactus e ricevere spunti, suggerimenti e possibili collaborazioni future!

Torno a casa arricchita da momenti di incontro  e confronto con personalità di spicco del mondo del business, che hanno cercato di trasmettere la propria esperienza per aiutare noi ragazzi a crescere e impegnarsi per costruire un futuro migliore per tutti noi.

In quest’esperienza coinvolgente  ho messo alla prova me stessa e sono uscita dalla zona di comfort. Mi sento pronta a trasmettere tutto ciò che ho imparato ai futuri membri del Team! 

Erica Dalla Vecchia fa parte del team Enactus per il nostro ateneo ed ha partecipato alla World Cup 2019, dal 16 al 18 settembre. L’Enactus World Cup è l’evento annuale che coinvolge più di 3.500 studenti, docenti e imprenditori da ogni parte del mondo, per mostrare come l’innovazione sociale possa creare un futuro migliore a livello globale. Ogni anno 72 mila studenti gareggiano per promuovere il proprio progetto

Erica, studentessa del team Enactus 2019 dell’Ateneo

Stando fermi non si può crescere, mai

Cercavo qualcosa da fare per volontariato e ho sempre voluto fare un’esperienza all’estero, quindi Aiesec mi sembrava la scelta giusta che unisse questi due aspetti. Sono entrato nel comitato e fino ad ora è stata un’esperienza davvero formativa: mi sono trovato a fare cose che non avevo mai fatto, con l’opportunità di lavorare in gruppo.

Partirò per Florianópolis, in Brasile, per sei settimane: seguirò un progetto di quality education, insegnerò inglese e farò conoscere la mia cultura ai bambini e ragazzi del luogo. Ho bisogno di fare un’esperienza che mi metta in contatto con me stesso, di respirare un’aria nuova perché la mia casa e la mia città cominciano a starmi strette. Penso che trascorrere un mese e mezzo completamente fuori dalla mia vita, fare cose nuove, immersi in una cultura diversa, parlando un0altra lingua, mi permetterà di capire meglio chi sono e cosa voglio.

Stare sempre nello stesso posto, con le stesse persone, a fare sempre le stesse cose, credo sia limitante e renda difficile esprimere il proprio potenziale o scoprire sé stessi. Stando fermi non si può crescere, mai. Parto, nella speranza di trovare qualcosa, non so esattamente cosa, ma qualcosa che abbia un forte impatto su di me.


Mi trovo a Florianópolis, in Brasile da ormai un mese. Sono partito con Aiesec, l’associazione studentesca di volontariato internazionale, e sto svolgendo un progetto di quality education, insegno inglese e faccio conoscere la mia cultura ai bambini e ragazzi del posto.

Questa esperienza si sta rivelando davvero fantastica, mi sono fatto molti amici provenienti da diverse parti del mondo (Germania, Spagna, Tunisia, Colombia, Perù, Uruguay), ho sempre qualcosa di interessante da fare che io sia a lavoro o in giro con gli amici.

Sto collaborando con gli operatori che lavorano nella NGO, propongo attività ricreative e cerco di trasmettere un po’ della mia cultura (ad esempio l’altro giorno abbiamo fatto la pizza!).

La famiglia che mi ospita è super carina, il padre è di origine italiana quindi parla un po’ di italiano e mi sta insegnando vari aspetti culturali del Brasile mentre la madre parla solo portoghese e questo mi sta permettendo di imparare almeno qualche parola di una nuova lingua.

La cultura brasiliana è particolare, molto calorosa e vivace. Amano ballare e spesso capita di sentire la samba per strada. È facile conoscere persone perché molti sono inclini a parlare con tutti senza pregiudizi. Ci sono anche persone chiuse e a volte violente, da una parte trovi completa emancipazione delle donne e accoglienza della comunità LGBT, dall’altra però risulta essere il paese con un numero incredibile di femminicidi.

Sono partito con diversi obiettivi: migliorare il mio inglese, conoscere a fondo una nuova cultura, riuscire ad avere una mentalità aperta a tutto, e più in generale cercare di conoscere di più me stesso. E devo dire che li sto raggiungendo tutti!

Sicuramente fare un’esperienza del genere ti fa crescere perché ti ritrovi a dover fare tutto da solo, non ci sono più gli appoggi che hai nella tua città come possono essere i genitori o gli amici, ti ritrovi a doverti arrangiare al 100%. Quindi sicuramente è un’esperienza che mi ha fatto crescere.

Consiglierei questa esperienza a chiunque perché appunto ti permette di essere indipendente, ti fa scoprire molte cose su te stesso e ti diverti anche un sacco!


Giovanni, volontario AIESEC e studente all’Università di Verona

Aiutare gli altri, leggere e viaggiare: ecco cosa mi rende felice

“Alla fine dell’ultimo anno di scuola superiore ero ancora indecisa sulla strada da intraprendere all’università, sebbene fossi indirizzata verso Scienze dell’Educazione non ero ancora convinta. Tuttavia, ero consapevole di voler iniziare un percorso focalizzato sulle relazioni sociali: ascoltare, dialogare ed essere a contatto con la gente erano le mie prerogative per il lavoro che avrei voluto fare in futuro. Svolgendo alcune ricerche sul web, mi sono imbattuta nel corso di laurea in Scienze del Servizio Sociale e ho capito che era il percorso adatto a me. Vivevo in Trentino, in una splendida valle, ma volevo che l’università fosse anche un’occasione per conoscere una nuova realtà, un modo per stringere nuove amicizie. Ricordo che quando ero piccola mi recai a Verona per una gita fuori porta con i miei genitori: l’atmosfera di questa città mi colpì particolarmente; pensai che da grande avrei voluto frequentare proprio qui l’università. La mia vita oggi a Verona è tranquilla e piacevole, trovo che sia un ambiente ricco di opportunità. Ho due passioni: leggere e viaggiare con gli amici. Devo ammettere che è stato proprio un viaggio speciale a far nascere in me la consapevolezza di voler lavorare in un contesto che mi desse l’opportunità di interagire il più possibile con le persone. Mi riferisco a un viaggio a San Francisco, tre anni fa, per svolgere attività di volontariato. Un’esperienza che non dimenticherò mai”.

 

Alessandra, srudentessa di Scienze del Servizio Sociale

In Colombia ho trovato la serendipità

“Scrivo ascoltando del “latino americano”. Qui in Italia siamo abituati a dargli un nome generico, ma in Colombia te lo puoi scordare. La champeta è la champeta, e il ballenato è il ballenato. La champeta é un po’come fare l’amore, con i vestiti, ballando. Pensavo di partire per conoscere di più me stessa, in realtà ho conosciuto il mondo e il mondo mi ha riempita. Non so se avete mai sentito parlare di serendipità. È un concetto semplice e complicato allo stesso tempo. Comunque in sintesi, consiste nel trovare qualcosa mentre stai cercando altro. E per me ha funzionato alla grande. Spesso siamo solo convinti di aver bisogno di qualcosa, in realtà gli avvenimenti ci raddrizzano con gioie o sfide che necessitiamo. Mi sono portata via mille convinzioni e duemila domande. Sono tornata con tremila domande e una convinzione: credi in te stessa ma ricordati che non si smette mai di imparare.

 

 

La mia attività di volontariato era legata ad un dopo scuola fortemente ortodosso e in un primo momento ho creduto di dover affrontare qualcosa che mai sarei riuscita a sopportare. Come sviluppo un programma sulla conoscenza di sé e consapevolezza della propria sessualità se non posso dire che essere gay, etero, lesbica, bisessuale o asessuato sono tutte condizioni normali? Come gli racconto di affidarsi solo a Dio a ragazzi che a casa subiscono molestie? Dopo una settimana di interminabili pianti e voglia di tornare a casa – con addosso anche una relazione in Italia che si trascinava sempre di più nella dipendenza affettiva e nell’abuso psicologico – ho finalmente realizzato che avrei potuto farcela ribaltando la situazione.

 

 

Posso esprimere il mio sostegno senza mancare di rispetto alle credenze altrui, posso parlare di me e non giudicare. Posso usare tante parole ma ancora di più posso ascoltare, e lasciare piccoli semini che magari a tempo debito cresceranno. Posso anche passare tre giorni nella savana dormendo su un’amaca con attorno altre quindici persone e solo due prese di corrente, facendo colazione all’alba con il mango appena caduto dall’albero. Posso uscire dai miei schemi e arricchirmi giorno dopo giorno. Posso portare il mondo dentro di me invece di portare me nel mondo”.

Sofia, studentessa di Scienze della Formazione nelle Organizzazioni e volontaria AIESEC

Ogni giorno mi chiedo chi sono, e tutti i giorni è una scoperta continua di me stessa

“A 18 anni sono partita per l’America, alla volta di Filadelfia, per scoprire cosa offre il mondo. Andare dall’altra parte dell’oceano, a maggior ragione da sola, mi ha aiutato ad aprire la mente, a capire quali sono le opportunità della vita, a cogliere l’attimo. Ho vissuto un anno negli States e quando sono tornata a casa ero una ragazza completamente diversa. Ogni giorno mi chiedo chi sono, e tutti i giorni è una scoperta continua di me stessa. Adesso lavoro per Thesy all’UnivrStore, sono stata scelta per questo negozio perché parlo tante lingue, sono espansiva ed estroversa, perché mi piace stare a contatto con il pubblico, ridere, scherzare… perché questa sono io!”.

 

Rachele, laureata in un altro ateneo e commessa da UnivrStore

Instagram: @rachelemischi

 

Il mio american dream: 6 mesi alla University of Massachusetts Boston

Ho sempre viaggiato molto e fin da bambina ho vissuto diverse esperienze all’estero ma in America non ero mai stata. Quando ho visto che era possibile frequentare un semestre all’università di Boston con il progetto Worldwide study 2018/2019 mi sono detta “Perché no? Proviamoci!”. Sono contentissima di averlo fatto: ho vissuto un’esperienza stupenda. Vivere in un college americano è stato meraviglioso, mi sembrava di vivere un sogno: mi sono subito sentita ben accolta da tutti, compagni e professori, e ho conosciuto persone fantastiche che mi hanno aiutata a vivere l’università a 360 gradi … mi sentivo parte integrante del campus!

I campus universitari sono fantastici, assomigliano a delle mini città dove c’è tutto ciò che serve: campi, palazzetti per ogni tipo di sport, piscine, il centro medico e il supermercato. Il campus  dove mi trovavo è un po’ fuori dal centro di Boston ed è sviluppato su una penisola: da qualsiasi punto della struttura potevo osservare il blu dell’oceano in lontananza.

Tra le tante cose che mi hanno colpito della realtà universitaria americana, sicuramente c’è il modo in cui viene fatta lezione: gli studenti partecipano in modo attivo attraverso discussioni, presentazioni, lavori di gruppo che rendono più dinamico l’apprendimento e facilitano la socializzazione.

Ho vissuto molti attimi meravigliosi, una delle esperienze che mi porterò per sempre nel cuore è la partita dei Red Socks perché non è stato semplicemente assistere a un match di baseball, è stato un vero e proprio evento sociale che mi ha fatto innamorare della cultura americana.

 

Martina, studentessa di Editoria e Giornalismo

10 mesi in Irlanda, 6 case diverse e persone da tutto il mondo

“Il periodo dopo la fine del liceo è stato traumatico. Da un momento all’altro ho sentito mancare quella sicurezza che mi aveva sostenuto fino a lì: la spensieratezza. Soprattutto perché mi trovavo a dover decidere del mio futuro, solo con me stesso. Alla fine, decisi di viaggiare prima di iniziare l’università. In pochi giorni trovai una famiglia in Irlanda pronta ad ospitarmi. Dopo una settimana ero già sull’aereo, ma non ero spaventato da ciò che avrei dovuto affrontare. Il mio viaggio durò circa 10 mesi, durante i quali cambiai sei volte “casa” e conobbi persone meravigliose da tutto il mondo. Conobbi la vita lavorativa, capii cosa significa fare volontariato. Imparai a gestire i miei risparmi, in modo da non pesare troppo sulle spalle dei miei genitori. Imparai a cucinare, a pulire e a convivere con altre persone, altre etnie, altre culture, altri modi di vivere. Esplorai posti totalmente nuovi per me, che ogni volta mi lasciavano a bocca aperta e mi facevano pensare che non c’è mai fine al meravigliarsi. Conobbi cosa vuol dire instaurare dei rapporti profondi e il dolore dell’addio. Imparai finalmente a distinguere la solitudine, che temevo, dallo “stare da solo”, che conobbi essere un modo per trovare la serenità. Quel viaggio, come tutte le avventure d’altronde, mi ha dato l’opportunità di fare i conti con me stesso, di guardare cosa ci fosse dentro di me, di capire ciò che volevo veramente”.

 

Mattia, 22 anni, studente di Lingue e Culture per il Commercio Internazionale

Mi sono innamorata dell’Italia, dove la vita si vive fuori

“Studio Italiano da quando ho 14 anni e ho scelto Verona come meta per il mio anno di studi all’estero. Sono stata parecchie volte in Italia, soprattutto in Umbria e in Toscana durante le vacanze con la mia famiglia e mi sono innamorata dello stile di vita, della lingua… e ovviamente della cucina italiana! La cosa che amo di più di questo Paese è che la vita si vive fuori: in strada, nei parchi, nelle piazze, mangiando un gelato o sorseggiando uno spritz. Mi piace molto la cultura italiana, a Leeds continuerò ad approfondire i miei studi per conocerla ancora meglio. Spero di poter viaggiare ancora in futuro, per scoprire nuovi angoli di mondo!”.

Eleanor, studentessa Erasmus dall’Università di Leeds

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