
Francesca Moscardo, alumna Univr, scopre di avere un’attitudine molto particolare durante il lockdown del 2020: fare ricerca genealogica. Quell’attività che è nata un po’ per caso, oggi costituisce la sua principale occupazione. Le sue giornate si dividono tra la ricerca sul campo in archivi fisici e la ricerca all’interno di portali online, mettendo a frutto alcuni degli insegnamenti ricevuti durante il suo percorso universitario. Nell’intervista ci spiega meglio la professione da genealogista, svelandone modalità e retroscena.
Ciao Francesca, qual è stato il tuo percorso di studi?
Ho sempre avuto passione per il mondo dell’arte e la storia dell’arte: per questo decisi di frequentare l’Istituto d’Arte Napoleone Nani, dove scelsi l’indirizzo Architettura e arredo nell’ottica di continuare il mio percorso in architettura. Una volta diplomata, però, raggiunsi la consapevolezza di preferire Storia dell’arte. Al tempo, non conoscevo ancora il corso in Beni culturali offerto dall’Università di Verona. Lo scoprii al Job&Orienta, mi incuriosì molto e così, dopo aver partecipato all’Open Day, mi iscrissi.
Al termine de i tre anni del percorso mi laureai con una tesi sulla storia dell’arte medievale con la professoressa Tiziana Franco e poi continuai con la magistrale, al termine della quale mi laureai sempre con la stessa docente, scrivendo una tesi sulla chiesa di San Zeno di Bardolino, una chiesa carolingia sulle sponde del Lago di Garda. Io sono una medievista dedita, in particolare, all’Alto Medioevo, quello che in genere alla gente proprio non appassiona (ride, nda). Solitamente, non piace sentir parlare di quel periodo “buio” del Medioevo, ma è proprio ciò che a me affascina maggiormente, poiché ha lasciato meno tracce ed è quindi tutto da ricostruire e completare con informazioni mancanti. Questo mi affascina molto rispetto a un artista di cui si sanno tutte le opere.
Come è avvenuto il tuo avvicinamento al mondo del lavoro e, in particolare, al mondo della genealogia?
Dopo la magistrale, mi iscrissi alla Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici all’Università di Padova. Proprio durante questo percorso, però, cambiai un po’ idea. Mi stava un po’ stretto quel mondo: non perché non mi appassionasse più, ma perché mi sembravano limitate le opportunità lavorative che offriva.
È così che avvenne il mio passaggio al mondo della comunicazione: aprii un blog, “Nanabianca Blog – Il mondo a un metro d’altezza”, che è ancora online anche se non lo aggiorno più da tempo. Ebbe tutta una sua vita, qui raccontavo il mio mondo da persona con una patologia genetica rara che mi porta a essere molto bassa e ad avere caratteristiche fisiche che devono essere affrontate quotidianamente. Mi fece ricevere il titolo di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana e mi aiutò ad avere più contatti, aprendomi anche al mondo del lavoro. Infatti, da lì entrai poi a far parte della Cooperativa Sociale Centro di Lavoro San Giovanni Calabria che ha un reparto dedicato alla comunicazione per le aziende con il quale collaboro per attività di copywriting e social media management al servizio delle aziende.

Oltre a questo impiego, negli anni, mi è tornato l’amore per il passato: gli archivi e la ricerca storica. Un amore che declinai in un interesse che, nel frattempo, era sbocciato – soprattutto durante il lockdown del 2020 – riaprendo i cassetti con i ricordi di famiglia. Da lì iniziai una mia ricerca genealogica, improntata a rintracciare i miei antenati per ricostruire le loro storie. Vidi che mi piaceva e così iniziai a farlo anche per altri. Mi riusciva bene, trovavo quel che c’era da trovare e negli anni decisi di farlo diventare un lavoro visto che nel frattempo cominciavo ad avere un po’ di richieste.
Oggi tengo corsi di avviamento alla ricerca genealogica, che ho chiamato “Genealogia Domestica”: per adesso ne svolgo a Verona e a Bologna, ma ci stiamo un po’ espandendo anche in altre città. Nel gennaio 2025 aprii anche la partita IVA per fare questo lavoro che, attualmente, costituisce circa il 70% del mio tempo lavorativo. Lo scorso novembre, ho anche partecipato al TEDX Bilancino Lake in Toscana raccontando proprio la professione del genealogista. È un lavoro di nicchia, molto particolare, la gente non si immagina nemmeno come si potrebbe svolgere una giornata tipo facendo questo lavoro!
Mi fornisci proprio l’input per la prossima domanda: com’è la vita lavorativa da genealogista?
La passo principalmente in archivi, ma anche facendo ricerche online perché, fortunatamente, tante cose sono state digitalizzate, anche se bisogna comunque sapere come e dove cercarle. È così che passo gran parte del mio tempo. Lavoro mezza giornata del martedì e del giovedì come dipendente alla Cooperativa Sociale, mentre gli altri giorni sono tutti dedicati alla ricerca genealogica, a volte sfruttando anche il sabato e la domenica, se necessario. Con la partita Iva non si hanno giorni o orari… Questo è un bene e un male!
Il lavoro non è solo fatto di archivi, c’è anche una forte componente relazionale e di contatto: l’interfacciarsi con i clienti o, per esempio, contattare parrocchie o Comuni per richiedere i documenti necessari.
In alcuni casi mi ritrovo a dover solo trascrivere documenti antichi, mentre in altri devo compilare l’albero genealogico con i software dedicati; ma capita anche di dover cercare documenti su portali online, sfogliandoli come se fossero dei registri veri e propri, ma rimanendo davanti a uno schermo.
Svolgo la ricerca digitale da casa ma mi muovo anche per archivi. Ce ne sono tantissimi: l’archivio di stato, l’archivio diocesano, gli archivi parrocchiali, per citarne solo alcuni. In questi giorni, ad esempio, mi sto spostando tra Verona, Vicenza e Rovigo… Insomma, non sai mai dove ti può portare una ricerca!

Questo mestiere l’hai imparato tutto sul campo o in questo ti ha aiutato anche l’esperienza universitaria?
Devo dire che l’esperienza universitaria, soprattutto nel caso della tesi svolta, mi ha dato un’importante formazione proprio nella ricerca d’archivio, nel saper leggere i documenti e, soprattutto, nel saper leggere le diverse grafie, il che non è scontato e, anzi, richiede molto allenamento. L’università, quindi, è stato il mio primo momento importante di formazione, al quale è poi seguito negli anni un percorso di sempre maggiore specializzazione con la frequentazione di corsi più mirati – come ad esempio sul tema degli archivi parrocchiali – per saper consultare correttamente le fonti necessarie.
Cos’altro ti porti dietro dagli anni dell’università?
Il rigore della ricerca, il rigore nel saper leggere le fonti e anche l’accettazione delle fonti che trovo, ossia il non voler piegare le risposte che trovo a quello che mi aspetto o a quello che si aspetta il cliente.
Ci racconti qualche retroscena sul tuo lavoro di genealogista?
Il più delle volte non si scoprono storie eclatanti, sono perlopiù storie molto comuni, a volte anche di povertà. In alcuni casi, questo comporta un po’ di delusione da parte del cliente perché, per fare un esempio, magari non ho scoperto la tresca di un antenato con un nobile locale ma ho semplicemente portato alla luce storie di grande miseria. Capita anche che ci sia delusione per non aver trovato il nome di un avo perché la ricerca non ha permesso di andare così a ritroso. Ci sono quindi sentimenti ambivalenti: l’eccitazione della ricerca e la delusione di non poter scoprire tutto. A volte, la cosa più difficile è quando il cliente capisce che si deve mettere il cuore in pace… È molto difficile da far capire e da comunicare. Io seguo un metodo e, più lo metti in pratica, più impari in vista delle ricerche successive. Ciò che acquisisci da una ricerca è un patrimonio che puoi mettere a punto in seguito.
In conclusione, cosa consigli a chi si affaccia al mondo del lavoro provenendo da un ambito di studio umanistico?
Fare questo tipo di studi aiuta molto ad ampliare sempre lo sguardo e a non restare fissi su un’idea, a sapersi muovere anche tra varie discipline e contesti. Questo è forse il punto di forza più grande delle lauree umanistiche.
Il consiglio è proprio quello di non lasciarsi spaventare dal fatto che non si avrà un lavoro “pronto”. Bisogna cercarselo o inventarselo se si ha un’idea precisa in testa. È quanto è successo a me: non me lo sono inventato io ma il mio lavoro in Italia è ancora poco conosciuto. L’ho intrapreso anche grazie alla formazione che ho ricevuto all’università.


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