Giovanni de Manzoni, una carriera medica a Verona… per scelta

Laureato in Medicina e chirurgia nel 1986 e specializzato in Chirurgia d’urgenza, il Prof. Giovanni de Manzoni ricopre dal 2018 il ruolo di Direttore del Dipartimento di Scienze Chirurgiche Odontostomatologiche e Materno-Infantili dell’Università degli Studi di Verona. Il suo racconto a 360 gradi rivela l’importanza di avere una cultura umanistica per affrontare la professione medica e per trasmettere valore alle generazioni future di medici. 

Prof. De Manzoni, ci racconti la sua storia.

Mi chiamo Giovanni de Manzoni. Sono nato a Verona, ho studiato a Verona, vivo a Verona, lavoro a Verona e ho fatto carriera a Verona… nonostante sia piccola, la nostra città offre delle possibilità di sviluppo internazionale paragonabili solo ad altre grandi città. Al liceo classico non ero il più bravo della classe. Sono sempre stato un amante delle materie umanistiche eppure, all’ultimo anno di liceo, nel momento della scelta, è scattato dentro di me qualcosa che mi ha fatto propendere per una disciplina ben diversa, la medicina.

Qual è quel fattore che la motiva ogni giorno a venire a lavorare?

Potrei elencare più di un fattore, ma il primo è sicuramente il rapporto con il paziente. La mia curiosità, poi, mi permette di imparare ogni giorno dalle sfide che si presentano nel lavoro che svolgo. Oltre alla professione medica, svolgo anche il ruolo di docente, grazie al quale mi trovo circondato da studentesse e studenti volenterosi di imparare. Lavorare in un ospedale universitario ti dà la possibilità di assistere al ricambio generazionale e per me è entusiasmante poter trasmettere ai giovani “l’arte” della nostra professione.  

C’è qualcosa che si porta dietro dal periodo di studi?

Ho frequentato e mi sono diplomato al Liceo classico “Maffei” tra gli anni Settanta e Ottanta prima di iscrivermi alla facoltà di Medicina all’Università degli Studi di Verona. Aver studiato greco, latino, storia, filosofia mi ha aiutato durante il percorso universitario perché sono materie fondamentali a costruire una base per tutti i meccanismi di ragionamento. Ricordiamoci che anche la medicina è ragionamento, non è una scienza esatta, ha dei margini di errore. Stiamo attenti a non impoverire troppo i nostri studi perché in realtà restituiscono sempre qualcosa. Il lavoro di analisi che fa un medico è fondamentale e deriva sicuramente da un insieme di vissuto personale, storia professionale e preparazione culturale. 

Spesso chi si laurea preferisce guardare all’estero, ma quanto è ancora valido “giocare in casa” oggi? 

Quando i ragazzi vanno all’estero, spesso lo attribuiamo a un errore di sistema. Credo invece che molti dei migliori rimangano qui a “lottare”. Il problema è trovare un maestro che ti guidi lungo la strada da percorrere e questo non è semplice, ma non solo nel nostro Paese. Sicuramente rimanere in Italia è più difficile per una serie di ragioni ma, allo stesso tempo, è un percorso più formativo. A un ragazzo che vale consiglierei, appunto, di restare. 

Perché oggi si fatica o ci si rifiuta di accettare la sconfitta per progredire? 

Secondo me la colpa è della mia generazione. La questione nasce da un punto di vista educativo, non solo da parte dei genitori, ma anche a causa di un sistema che da una parte ci dice di non essere troppo selettivi e non mettere troppa pressione, e dall’altra di stare attenti che non è tutto semplice perché un pochino di difficoltà, anche quando si è giovani, è corretto affrontarla. Affrontando un esame, ad esempio, la bocciatura non deve essere ritenuta una cosa “tragica”. Ricordo durante gli anni di studio i miei insuccessi e quelli dei colleghi: è normale, anche questo aspetto fa parte del percorso.

Quanto è importante essere curiosi al di fuori del proprio ambito?

Per me la curiosità è fondamentale. Uno studente dovrebbe dedicare tempo alla lettura di libri e quotidiani, bisogna calarsi nella realtà di tutti i giorni perché altrimenti si rischia di astrarsi dal mondo che ci circonda. 

Quale consiglio darebbe agli studenti?

Un consiglio che darei ai ragazzi e alle ragazze è di avere un po’ più di “capacità di sofferenza”: le sconfitte esistono, vanno metabolizzate in maniera serena perché consentono di migliorarsi, non bisogna viverle in maniera drammatica. Molte volte mi accorgo che il fallimento lo vivono peggio gli studenti di come, invece, lo possa vivere io da professore. In fondo va compreso che fa tutto parte del percorso della formazione.

Stefano Trespidi, un alumno Univr ai vertici di Fondazione Arena

Una laurea in Giurisprudenza a Trento e una in Scienze della comunicazione a Verona non hanno placato la sete di formazione di Stefano Trespidi, regista e vice direttore artistico per Fondazione Arena, ora verso la laurea in Economia presso il nostro ateneo. Trespidi racconta il suo amore per il teatro, dalle prime esperienze di comparsa in Arena al management. “Agli studenti – spiega – consiglio di non aspettarsi che l’università li formi già per svolgere un mestiere. L’università ti fornisce una grammatica: sei tu che devi costruirti una base culturale e di esperienza che ti porti a una professione. Serve un comportamento proattivo”.  

Parlaci un po’ di te.  

Sono Stefano Trespidi, vice direttore artistico di Fondazione Arena di Verona. Ho compiuto i miei studi a Verona, al liceo scientifico, per poi iscrivermi a Giurisprudenza – e conseguire il titolo – all’Università di Trento. Parallelamente, già dall’età di 18 anni, avevo cominciato a lavorare come comparsa all’Arena di Verona, ed è stato proprio lì che mi sono appassionato al teatro e all’opera. Dopo la laurea, l’opportunità di frequentare un master in ambito giuridico negli Stati Uniti che mi ha portato per la prima volta lontano dall’estate areniana, ma il distacco è stato troppo forte. Per questo motivo, nel 1997, decisi di rientrare in Italia e abbandonare la carriera forense per dedicarmi completamente al teatro. 

Come hai affinato le tue competenze nell’ambito teatrale e registico?

L’ho fatto affrontando un corso di regia e produzione teatrale alla Scala di Milano, che ha di fatto avviato il mio percorso da regista, come volontario prima e come professionista poi. Nel 2002 venni assunto come aiuto regista all’Arena di Verona; poi, nel 2004, la nomina a responsabile dell’ufficio regia dell’Arena. Ho fatto per tanti anni, circa quindici, il regista o l’assistente alla regia in giro per l’Italia, da girovago… un teatrante con le valigie in mano, in pratica. Una svolta nella mia carriera lavorativa però arrivò nel 2018, quando Cecilia Gasdia divenne sovrintendente della Fondazione e mi chiese di collaborare con lei in maniera strutturata. Da allora in poi la mia vita divenne molto più stanziale, qui a Verona. Detto ciò, cerco sempre di seguire una o due produzioni all’anno fuori città per mantenere la mia passione originale e tenermi aggiornato a livello professionale. 

Tornando al tema universitario, fu durante i miei anni da girovago che decisi di iscrivermi a Scienze della comunicazione a Verona. Una volta laureato decisi di formarmi anche in ambito economico, per cui decisi di iscrivermi a Economia aziendale. Ora mi manca solo l’ultimo esame per completare il corso!

Come sei passato da tre corsi di studio così diversi tra loro?

Innanzitutto perché il teatro e lo spettacolo vivono di comunicazione, basti vedere cosa succede durante Sanremo, l’attenzione mediatica per giorni e giorni si focalizza su interventi, ospiti, testi delle canzoni che incollano la popolazione e i media solo su determinati temi: questo dà un’idea di come i mezzi di comunicazione siano fondamentali nell’ambito dello spettacolo. Un contenitore artistico per giorni e giorni diventa l’evento principale della vita sociale, culturale e sociologica del

Paese. Oggi è veramente importante quanto fai e come lo fai, ma lo sono altrettanto il prodotto artistico e come esso viene comunicato. Studiare Scienze della comunicazione è stato un corollario nel mio percorso. Il fatto di essermi trasformato, poi, da manager del palcoscenico come regista a manager di un teatro, mi ha fatto capire che ero lacunoso nel management teatrale tout court. Considerando la mia carriera artistica e la mia formazione comunicativa e giuridica, ho sentito la necessità di colmare il gap anche dal punto di vista economico e dell’organizzazione aziendale.

Ti sono serviti tutti questi studi?

Sì, totalmente. Il sistema italiano non produce manager culturali di alto livello che siano spendibili nelle istituzioni italiane, per non parlare di quelle europee. L’aspetto che ho compreso è che, diversamente da altri Paesi, qui manca la prospettiva secondo la quale un manager non possa avere solamente una competenza artistica o giuridica o economica, ma debba invece averle tutte, con almeno un livello medio di competenza su tutti gli aspetti. Poiché in Italia non avviene, ho pensato di formarmi adeguatamente in tutti questi ambiti.

Cosa consigli a chi studia e lavora?

Ho la convinzione profonda e personale che il mondo dell’istruzione sia cambiato tantissimo. Ho avuto la possibilità di vivere il mondo accademico in tempi diversi e di vederlo cambiare nel corso di oltre vent’anni. Un tempo le professioni avevano delle “corsie” predeterminate che, se le seguivi, ti portavano all’obiettivo, in un modo o nell’altro.
Oggi il mondo del lavoro si è molto destrutturato, si affermano delle professioni che nascono non da un’esigenza ma che vengono modellate dal mercato, vedasi gli influencer.
Il consiglio che darei a uno studente universitario è di non aspettarsi che l’università ti formi per svolgere un mestiere. L’università ti fornisce una grammatica: sei tu che devi costruirti una base culturale e di esperienza che ti porti a una professione. Serve un comportamento proattivo, bisogna guardare a se stessi, guardare il mercato, capire dove si vuole arrivare e comprendere da soli quali sono gli strumenti di cui dotarsi per arrivare a quella posizione. Non puoi delegare queste azioni all’università come, invece, accadeva un tempo. Oggi la formazione accademica arriva a un punto, poi sei tu a doverci mettere del tuo.

C’è qualcosa che ti porti dagli anni dell’università?

L’università un tempo era più formale, severa nelle ritualità, nelle modalità di approccio, nella relazione con i professori. Posso dire che quello che mi hanno lasciato gli anni di università è stato un approccio meticoloso alle cose: preciso, sistematico, di analisi, di ragionamento profondo. Un approccio che non mi ha mai abbandonato. Queste qualità ti portano a scandagliare e approfondire la realtà che hai di fronte. Trovo che questo sia un aspetto affascinante della vita.


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Francesca Palladini, dirigente medica all’Aoui di Verona

Francesca Palladini è dirigente medica e fa parte dell’equipe della Direzione medica ospedaliera per le Funzioni igienico-sanitarie e prevenzione del rischio dell’Aoui, l’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona. Al percorso formativo avviato con la laurea in Medicina e chirurgia all’Università di Padova la dott.ssa Palladini ha aggiunto la specializzazione in Igiene e medicina preventiva presso il nostro ateneo. La dirigente si racconta dentro e fuori il posto di lavoro, con alcuni consigli su come affrontare un percorso tanto affascinante quanto difficoltoso.

Parlaci di te, Francesca.

Sono Francesca Palladini, trentuno anni, e faccio parte dell’equipe della Direzione medica ospedaliera per le Funzioni igienico-sanitarie e prevenzione del rischio dell’Aoui Verona, l’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata. All’Università di Verona ho completato i miei studi con la specializzazione in Igiene e medicina preventiva. Mi considero una persona entusiasta, nel senso che mi metto in gioco tutte le volte che è possibile.

Come si svolge la tua giornata tipo?

La mia giornata tipo può variare molto a seconda dei periodi. In genere qui iniziamo verso 8.30/9.00 del mattino, ma nei periodi più intensi finiamo anche molto tardi. Alla mattina abbiamo una routine: ci dividiamo i compiti e ci si organizza rispetto alle attività da svolgere. Nelle giornate di lavoro più intenso, alla sera facciamo un debriefing con i colleghi. Fuori dal lavoro non ho un hobby principale: mi piace andare al cinema e uscire a cena con gli amici, nel weekend amo fare delle belle passeggiate e possibilmente stare all’aperto. 

Quanto conta instaurare relazioni “umane” nel lavoro?

Personalmente credo molto nei rapporti umani che si creano all’interno del luogo di lavoro e che poi si continuano a coltivare anche fuori. Si tratta di un aspetto che ho iniziato a considerare con più attenzione quando mi sono approcciata per la prima volta agli ambienti di lavoro: da allora, per me è sempre stato un elemento che alleggerisce le difficoltà quotidiane che si possono incontrare. Apprezzo tanto il fatto di portare avanti delle relazioni umane sul lavoro: permette di prendersi una piccola pausa durante la giornata per darsi un piccolo incoraggiamento a vicenda nei momenti di difficoltà.

Descrivici il tuo percorso di formazione. Come sei arrivata a un ruolo così importante?

Il mio percorso è iniziato al liceo classico. Dopo essermi diplomata, mi sono iscritta a Medicina e chirurgia all’Università di Padova. Mi sono laureata nei tempi giusti ma, nei miei anni, il corso non era professionalizzante, per cui ho avuto un periodo di latenza prima dell’abilitazione, nel quale ho anche viaggiato. Dopo l’abilitazione ho iniziato a lavorare, ed è lì che sono cambiati i miei orizzonti: la laurea in Medicina è una delle più lunghe, e per la prima volta ho iniziato ad avere una prospettiva di quello che sarebbe stato il lavoro vero. Mi sono messa subito in gioco: dapprima facendo il medico di guardia in una struttura privata, poi conducendo corsi di primo soccorso aziendale. Un’esperienza che ho apprezzato molto perché così si diffonde un minimo di cultura sanitaria anche nella popolazione non addetta ai lavori. 

Poi è arrivata la specializzazione nel nostro ateneo…

Esattamente. È proprio al culmine di tutte queste esperienze che ho conseguito la mia specialità in Igiene e medicina preventiva all’Università degli Studi di Verona. Durante gli studi precedenti non avevo un’idea precisa di questo settore che però mi aveva sempre attirato: l’ho sempre considerata come una specialità in grado di valorizzare degli aspetti del mio carattere e della mia personalità. Ho deciso così di cambiare ateneo e città: da qui deriva la scelta di Verona che offriva il percorso che mi interessava di più. 

Cosa consigli a studentesse e studenti che si approcciano al mondo del lavoro?

A chi affronta i miei stessi studi, vorrei dire che non è vero che “dopo anatomia è tutto in discesa”: si dice così ma è un falso mito. La parte più dura di questi anni è che la prospettiva è sempre a medio-lungo termine, cioè quando gran parte dei tuoi compagni delle superiori si laureano, tu sei a malapena alla metà del tuo percorso. La laurea in Medicina è una prova di resistenza e resilienza, però poi arriva la fine. C’è un periodo più difficile di tutti, quando ti chiedi “chi te l’ha fatto fare”, però il consiglio per chi inizia è di fare un passo alla volta, esame per esame, senza rinunciare mai alla vita fuori dall’università, mi ha aiutato a vivere più serena quegli anni. Lo direi a tutti gli studenti, ma a quelli di Medicina in particolare, per i quali il carico di studio si protrae più a lungo nel tempo. Non focalizzarsi solo sulla durata aiuta molto ad andare avanti. A chi si sta laureando e si sta affacciando alla vita professionale il mio consiglio e la mia speranza è di avere sempre vigile la percezione che si può imparare da tutti: da chi fa la nostra professione e ha più esperienza di noi, ma anche da figure professionali molto diverse. Qualcuno ti insegna cosa vorrai diventare, qualcun altro, invece, quello che non vorrai mai essere… sta poi alla persona imparare per analogia o per contrasto.

Definiresti la carriera medica come una vocazione?


Per quello che è la mia personalissima esperienza, non definirei questo lavoro una vocazione, una forza esterna che ti chiama e ti attira, una tensione. Io invece la mia professione l’ho sempre percepita come un percorso. È certo che la tua crescita va verso l’obiettivo, ma la mia sensazione è questa: si deve avvertire una spinta che viene e deve per forza venire dal basso, da se stessi, perché se così non fosse poi ti ritrovi a dire “ma chi me lo fa fare”, con difficoltà e sconforto pronte a prendere il sopravvento. La motivazione è tua e ti conduce a una crescita per il raggiungimento del tuo obiettivo.

Elisabeth Graf, dalle Scienze della formazione all’imprenditoria digitale

La laurea in Scienze della formazione a Verona le ha dato le basi teoriche, mentre la voglia di libertà lavorativa e la padronanza di tre lingue hanno fatto il resto nel percorso professionale di Elisabeth Graf verso l’imprenditorialità digitale. Oggi l’Alumna Univr fornisce, con la sua società, consulenza sui rischi ambientali ad aziende di tutto il mondo.

Elisabeth, parlaci di te.

Sono Lilli e sono un’imprenditrice. Sto costruendo IMMA Collective, una comunità di liberi professionisti nell’ambito della sostenibilità e dell’innovazione sociale. Inoltre, mi occupo di fornire consulenza sulla resilienza climatica, ovvero su come ci stiamo preparando all’impatto del cambiamento climatico sulla nostra vita, per essere adattabili e resilienti.

Come è stato il tuo percorso di formazione e come hai scelto la via dell’imprenditoria?

Credo che Scienze della formazione, il corso che ho frequentato all’Università di Verona, possa fornire le basi per crearsi una propria professione. Subito dopo la laurea ho fatto esperienza lavorando nelle risorse umane, nel campo della formazione e della gestione dei progetti. Dopo alcuni anni, però, ho deciso di tornare a studiare, questa volta frequentando un master in Service Design a Milano. Questa la considero come la prima volta in cui mi sono reinventata, anche come imprenditrice. A volte l’università ti costringe a inventarti un lavoro. Il mondo evolve e con esso anche le necessità e le figure richieste in ambito professionale. In realtà quando studiamo non abbiamo nemmeno idea dei lavori che potranno esistere in un futuro prossimo.

L’università ci prepara a diventare lavoratori indipendenti, poi ci sono realtà – come gli incubatori e gli acceleratori – pensate per far crescere la tua start-up per farla diventare una cosiddetta start-up “unicorno”. Il fatto è che ancora oggi non ci sono tanti posti che ti permettono di capire come costruire un business abbastanza agile, adattabile e resiliente in un mondo sempre più incerto.

Lavorare per conto proprio è quindi una delle scelte più resilienti che si possono fare, perché devi capire come navigare su e giù nella libera professione. Ora sto strutturando la mia attività a livello globale e in questo mi ha aiutato molto aver lavorato, dopo la laurea, alcuni anni a Londra e in altri contesti internazionali. Credo sia bella questa contaminazione tra realtà, culture e prospettive diverse tra loro.

Come hai scelto il tuo percorso?

Un fattore importante in questo senso sono stati i miei genitori, che hanno trasmesso a me e ai miei fratelli il criterio del “vai a fare ciò che ti piace veramente”. Per farlo si deve sperimentare, non sai cosa può piacerti o meno a priori. L’altro elemento è stato l’aver ascoltato, durante gli anni dell’università, diversi podcast sul tema dell’imprenditoria. È lì che ho capito che anch’io volevo costruire qualcosa.

Cosa ti porti dai tuoi anni di università?

Io sono altoatesina e ho fatto tutte le scuole in tedesco. Ho così deciso di essere l’unica della mia famiglia a dire “vado a studiare all’università in italiano”. All’inizio è stato uno shock cambiare totalmente lingua e per il primo anno, un po’ per caso, sono finita in una casa piena di studenti Erasmus. Ho vissuto con ragazzi inglesi, spagnoli, brasiliani e altri ancora, quindi probabilmente in quel primo anno di totale confusione linguistica nella mia testa ho sviluppato la curiosità e la voglia di stare con persone provenienti da altri contesti.

Facendo Scienze della formazione impari ad imparare, impari a metterti in gioco; l’avevo scelta proprio perché era molto ampio e vario come ambito di studio. Quando fai questo lavoro ti rendi conto che ogni organizzazione è composta da persone delle quali vanno colte le motivazioni, i comportamenti, le esigenze per creare un servizio efficace. Quello che ho studiato si può applicare spesso al contesto lavorativo e così mi sembra in un certo senso di “chiudere un cerchio”.

In che modo parlare tre lingue ti aiuta?

Più che parlare tre lingue, il vantaggio è saper lavorare usando tre lingue: un conto è conoscerle ma un altro conto è saperle usare in un contesto professionale. Mi danno una grande sicurezza, so che se tutto va male troverò sicuramente un lavoro, quindi perché non provare a creare qualcosa anche rischiando? È quello che ho fatto, mi sono creata il lavoro e la vita che volevo. Mi ritengo fortunata ad aver modellato la mia professione sul fatto che posso scegliere dove stare e cosa fare.

Cosa consiglieresti agli studenti che si approcciano per la prima volta al mondo del lavoro?

Un consiglio è di fare esperienza lavorativa già durante l’università: io l’ho sempre fatto, in parte per potermi mantenere, ma devo dire che mi ha dato “una marcia in più”. Se lavori, guardi alle materie che studi con occhi diversi perché pensi già a come mettere in pratica e rendere concreta una nozione teorica.

Lavorando si ha anche il tempo per sperimentare e capire cosa piace, non necessariamente il lavoro in sé, ma almeno gli elementi che lo costituiscono. Più esperienza hai in contesti vari, più diventa facile costruire qualcosa.

Come si svolge la tua giornata lavorativa?

Io sono qua a Verona ma in realtà i miei clienti sono un po’ sparsi per il mondo, ciò vuol dire che lavoro maggiormente da casa e inizio relativamente presto, alle otto del mattino, perché mi piace iniziare presto, il mio cervello funziona a quell’ora. Sostanzialmente mi occupo di gestire un progetto, scrivere una proposta, pensare a come rivedere il mio sito. Aver creato una società da zero significa coprire mille ruoli, dall’amministrazione fino al marketing e alle vendite. Mi piace quest’ultimo aspetto perché vuol dire che devo costantemente imparare.

Solitamente dopo pranzo faccio un riposino o una passeggiata, mi prendo del tempo per ricaricare quando non ho tanta energia. Soprattutto in inverno, essendoci buio presto, mi godo la giornata e poi magari continuo a lavorare fino a sera cercando di assecondare i miei ritmi.

Il tema del clima oggi è fondamentale. Quanto conta essere costantemente aggiornati?

È basilare comprendere come integrare l’attenzione all’ambiente e al clima all’interno del nostro lavoro e della vita quotidiana. Sarà sempre più importante cominciare a fare upskilling non solo sulla tematica del clima ma anche riguardo una serie di eventi “disruptive” che caratterizzano l’attualità. In generale, passiamo da un periodo molto stabile a un periodo molto instabile quindi è necessario rivedere costantemente quello che si fa e quello che si è.

Per maggiori informazioni si rimanda ai siti www.lilligraf.com e www.immacollective.com.


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Walter Riviera, un Alumno Univr nel mondo dell’IA

Walter Riviera si laurea nel 2014 in Visual computing and pattern recognition (Ingegneria e Scienze informatiche) all’Università di Verona. È qui che inizia ad appassionarsi e approfondire un tema che oggi è più che mai attuale: l’intelligenza artificiale. Dopo una serie di esperienze approda al colosso informatico Intel, del quale è responsabile per l’area Europa, Medio Oriente e Africa. Nel frattempo, ha scelto nuovamente l’ateneo scaligero per il percorso di dottorato. 

Walter Riviera, parlaci un po’ di te.

Sono Walter Riviera e mi occupo di intelligenza artificiale. Sono il referente tecnico per l’area Emea, cioè Europa, Medio Oriente e Africa di Intel per quanto riguarda il mondo dei server e quindi dei data center. Sono laureato in Ingegneria e Scienze informatiche all’Università degli Studi di Verona.

La scelta universitaria è stata dettata dalla tua passione per linformatica oppure da una scelta consapevole?  

La scelta del mio percorso universitario è stata caratterizzata da entrambi gli elementi: sia dalla consapevolezza che dalla curiosità, accompagnata anche dalla passione. L’interesse verso l’aspetto dell’elaborazione del segnale – fosse esso audio, video, un’immagine o altro – è stato il motivo che mi ha fatto propendere per l’informatica multimediale anziché per quella classica. 

Questa scelta si è poi evoluta nella magistrale che allora veniva chiamata Visual computing and pattern recognitionPattern recognition oggi si traduce come intelligenza artificiale, tematica che mi ha sempre affascinato. La tecnologia è un mondo brutale dal punto di vista delle competenze perché è un ambito in continua evoluzione che richiede un costante aggiornamento, per cui, per stare al passo con i continui cambiamenti, oltre alla consapevolezza e alla competenza, una buona dose di passione aiuta. A distanza di otto anni dalla laurea mi sono rimesso in gioco, sempre con l’Università di Verona, iniziando un dottorato nell’Apprendimento Federato, una tecnica nella quale credo tantissimo e che sarà parte del futuro ma che, in realtà, caratterizza già il nostro presente. 

Qual è stato il tuo percorso professionale? 

Ho finito la magistrale nel 2014, subito dopo ho vinto un assegno di ricerca con l’Università di Verona e ho lavorato sui classificatori. Successivamente ho vinto un altro assegno, questa volta a Glasgow, in Scozia. Sono poi tornato in Italia e, dopo vari curricula inviati e qualche colloquio, sono arrivato a Intel. 

Quando si fa esperienza, che sia positiva o negativa, bisogna prendersi del tempo per metabolizzare, perché è in questo modo che si riesce a imparare e migliorare. Se giochi sempre le stesse carte, qualche partita la perdi: devi adattare le carte che giochi alla partita che hai davanti. Bisogna “farsi i complimenti” non solo quando si vince, ma soprattutto quando si sbaglia e si impara dagli errori.  

Parlando dellintelligenza artificiale, come pensi che potrà essere assimilata da noi “profani”? Quali sfide dovrà superare questa tecnologia per entrare nelle nostre vite e quindi aiutarci? 

Per entrare nelle nostre vite, direi che l’IA ha già superato le sfide necessarie, ha bisogno solo di tempo prima che venga sfruttata al massimo del suo potenziale. Il mondo sta per essere letteralmente “shakerato” e la realtà che conosciamo oggi resterà solo nostra perché il domani sarà totalmente diverso. 

Pensiamo ad esempio come l’IA un anno fa si è presentata al mondo con ChatGPT, alla quale è poi seguito il generatore di immagini. Per poter comprendere la portata di questi strumenti, non ci si deve soffermare sulla semplice possibilità di chiedere e ottenere una ricetta pronta da cucinare o creare un’immagine frutto della nostra fantasia. 

Pensiamo invece all’IA come uno strumento in grado di leggere e scrivere, al servizio di una macchina per dare comandi. Il mouse e la tastiera sono stati costruiti perché il computer è una macchina, ma se non si interagisce con questa, allora non si ottiene un risultato. L’interfaccia grafica del computer è stata creata proprio per permettere di “sbloccare” un bacino di utenti notevolmente maggiore rispetto a quello degli addetti ai lavori, cioè coloro che sanno scrivere il codice. 

Ora, disporre di un sistema che mi “traduce” tastiera e mouse in un dispositivo al quale posso parlare e ottenere risposta, potenzialmente permette anche a un analfabeta di riuscire ad inviare una e-mail, semplicemente perché impartisce i comandi parlando. Se mettiamo questo, ad esempio, nella casa di un anziano che non può arrivare al telefono e che ha bisogno di aiuto, oppure nelle automobili e nei computer di ognuno, pensiamo ai benefici che può generare. Le innovazioni introdotte da questo strumento impatteranno praticamente su tutti i settori.

Descrivici la tua giornata tipo.  

La mia giornata lavorativa tipo si divide in quattro aree di attività principali: educare e informare i clienti, che in genere sono grandi imprese o istituti di ricerca, in merito a quanto Intel fa nell’ambito dell’intelligenza artificiale dal punto di vista software e hardware; ottimizzare i loro processi; costruire demo e fornire consulenze tecniche per il design di queste infrastrutture; infine studiare, tenermi aggiornato e imparare. 

Che consiglio daresti ai ragazzi che si affacciano sul mondo del lavoro? 

Ai ragazzi consiglio di fare tanta esperienza lavorativa, ma soprattutto umana, durante il percorso di studi. Personalmente sono stato rappresentante degli studenti, sono stato animatore e il mio essere uscito “fuori strada” mi ha permesso di acquisire delle competenze che sono riuscito poi a sfruttare durante il mio percorso professionale, investendo così quel tempo e quelle risorse in altre sfide. Altro consiglio che mi sento di dare ai ragazzi è quello di imparare a interagire e dialogare in modo efficace: con educazione si può chiedere qualsiasi cosa.


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Roberta Gueli, un’Alumna nel parco delle meraviglie


Roberta Gueli è stata una pioniera dei corsi di laurea in Scienze della comunicazione prima e Editoria e giornalismo poi. Gli anni di formazione accademica all’Università di Verona le hanno permesso di farsi strada nell’ambito della comunicazione e, dopo uno stage, è arrivata la grande opportunità di gestire l’ufficio stampa del Parco Giardino Sigurtà, il sito naturalistico di Valeggio sul Mincio che ha ricevuto importanti riconoscimenti. “Se si hanno le qualità prima o poi si emerge: ognuno deve trovare il proprio mondo”

Buongiorno Roberta, parlaci un po’ di te.

Sono Roberta Gueli, lavoro qui dal 2007, sono arrivata al Parco Giardino Sigurtà senza avere una formazione di stampo naturalistico e botanico, bensì nell’ambito della comunicazione. Dall’inizio della mia esperienza professionale ad oggi ho sviluppato una passione per questo mondo e da questo bene culturale, la natura, ho imparato tantissime cose. Con il passare del tempo, mi sono innamorata di questo posto e questo mi permette di lavorare sempre con maggiore passione. L’interesse per la natura si è ampliato anche con il recente avvicinamento al mondo degli animali ma, in generale, mi piace trascorrere il mio tempo anche con la lettura, il cinema e l’attività fisica. Possibilmente all’aria aperta.

Come descriveresti la tua esperienza universitaria?

Personalmente la mia esperienza all’Università degli Studi di Verona è stata serena, ho conosciuto tante persone, con alcune delle quali sono ancora in contatto. Mi sono laureata prima in Scienze della comunicazione e poi in Editoria e giornalismo. Ho avuto anche l’opportunità di fare uno stage: nel 2006, infatti, ho seguito per un periodo l’ufficio stampa della Provincia di Verona.
Consiglio a tutti i ragazzi di fare pratica sul campo, me ne sono accorta proprio arrivando qui al Parco Sigurtà da neolaureata che l’università aiuta tantissimo ma l’esperienza e il saper fare sono imprescindibili. Tirocini, uscite didattiche, esperienze all’estero, partecipazioni ad associazioni studentesche: non bisogna precludersi niente. Vanno colte le opportunità mantenendosi sempre aperti e curiosi. E a chi lavora durante gli studi dico che con fatica e sacrificio queste due sfere possono trarre un arricchimento reciproco.

Come si svolge una tipica giornata lavorativa e quali aspetti ti piacciono di più?

Ci si alza, si viene sul posto di lavoro, si fa il punto dei compiti che vanno sbrigati. Qui si fa pochissimo smart working, bisogna essere presenti fisicamente perché la natura cambia in continuazione, soprattutto nella stagione di apertura in prossimità della primavera. Ci sono eventi e iniziative da promuovere in ogni momento dell’anno, quando il parco è chiuso e ancor di più quando è aperto.
La giornata è scandita da una serie di appuntamenti, che possono spaziare dalla redazione di un comunicato stampa, al contatto con la famiglia Sigurtà o interviste con i media. Occupa un ruolo fondamentale anche il Crm – Customer Relationship Management – dei social media, ossia tutte le attività legate all’utenza che abbiamo online: recensioni e commenti degli utenti dei social sono solo alcuni esempi. Quest’ultimo aspetto, in questo momento, necessita di grande attenzione, anche e soprattutto per mantenere la reputazione. Mi piace trascorrere anche dei momenti nella natura, proprio per quel richiamo importantissimo esercitato dal parco, un vero e proprio magnete, per fare del lavoro una passione.

L’università si propone di fornire una base sulla quale costruire il proprio futuro professionale ma non solo. Cosa ti porti dentro da quegli anni da studentessa?

La curiosità, sicuramente. Un professore ci aveva consigliato di leggere un quotidiano al giorno, uno locale e uno nazionale, per farsi un’idea di come va il mondo. È importante leggere e continuare a studiare per comprendere il contesto sociale e lavorativo in cui viviamo. Ho tratto vantaggi anche dal punto di vista dei rapporti interpersonali: cerco di essere sempre curiosa ascoltando gli altri e rispettando l’opinione di tutti. Il fatto di dover fare gli esami con una certa continuità aiuta poi nel lavoro a essere costanti, precisi, a impegnarsi e non sedersi mai. A breve otterrò anche il tesserino di giornalista pubblicista, proprio per proseguire in questo percorso di miglioramento costante.

Come hai affrontato la transizione tecnologica degli ultimi anni che ha introdotto tante novità nell’ambito comunicativo?

È assolutamente importante studiarla e comprenderne le dinamiche. Oggi le aziende devono capire che la comunicazione è imprescindibile, ci si deve aggiornare e formare continuamente in quest’ottica. Noi stessi come parco siamo approdati sui social network, la tecnologia è un supporto importantissimo. Abbiamo un target anche giovane, una novità riguarderà infatti una nuova applicazione per i visitatori. Ci saranno degli indizi sparsi nella natura, quindi non vivranno un’esperienza esclusivamente tecnologica, dovranno divertirsi con il supporto tecnologico ma sempre a contatto con l’ambiente. Questo è un mondo in continua evoluzione e bisogna conviverci senza perdere il senso umano e della natura.

Cosa consigli a chi inizia a lavorare?

Non arrendersi alle prime difficoltà. Tutti ne abbiamo incontrate. Cercare di imparare, di avere sempre un atteggiamento positivo, propositivo, umile, di fare al meglio delle proprie possibilità il lavoro senza mollare. Il parco per me è stata una palestra pazzesca: all’inizio, da neo assunti bisogna fare tante cose, non essere schizzinosi, darsi da fare. Anche se un compito all’inizio ti sembra banale in quel momento, come fare una fotocopia, in realtà ti può essere utile un domani. L’ho provato sulla mia pelle. Bisogna farsi trovare sempre attenti e disponibili. Se ci si prepara assecondando le proprie passioni, con le giuste qualità, prima o poi si emerge: ognuno deve trovare il proprio mondo, il proprio spazio e solo così potrà lavorare serenamente ed essere soddisfatto.

Per maggiori informazioni sul Parco si rimanda al sito.


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Niccolò Vallenari (Unaforesta), dalla tesi sui social all’impresa

Niccolò Vallenari, laureato in Economia aziendale all’Università di Verona, è oggi a capo di Unaforesta, importante società di consulenza che collabora con alcuni dei più prestigiosi brand dei settori sport, moda e design. La sua storia è affascinante perché il lavoro che svolge nasce dall’intuizione, avuta oltre dieci anni fa, nella scelta dell’argomento di tesi: i social network in ambito aziendale. Un tema che al tempo era ancora poco esplorato.

Ciao Niccolò, presentati in poche parole.

Sono Niccolò Vallenari, Alumno Univr in Economia aziendale e imprenditore co-fondatore di Unaforesta, società di consulenza in ambito sport, moda e design.

Come è nata l’idea di Unaforesta?

L’idea nasce grazie alla collaborazione e al supporto di diverse persone. Il mio percorso professionale parte ben prima della laurea, con esperienze in piccole aziende nel settore della moda durante gli studi. In effetti, Unaforesta nasce come estensione della mia esperienza universitaria. Ho frequentato il corso di laurea triennale in Economia aziendale, un percorso che mi ha sempre affascinato e ho sempre voluto fare, considerando che la mia idea originale era quella di diventare commercialista.

La tesi di laurea può rappresentare uno strumento di grande importanza. Raccontaci della tua esperienza.

Penso che la tesi di laurea possa essere uno strumento pazzesco perché quando una persona sceglie un argomento, allora lo svilupperà mettendoci il cuore. In questo modo la tesi può diventare un biglietto da visita importante. Il mio lavoro è nato proprio così: scegliendo un argomento – i social network in ambito aziendale – piuttosto sperimentale ai tempi (più di una decina di anni fa). Poi un’azienda ha chiesto di visionare la tesi, l’argomento è piaciuto e così l’ha trasformata in un corso. Per un periodo ho quindi insegnato l’utilizzo dei social a imprenditori in giro per l’Italia. Sono diventato consulente e, quando le collaborazioni sono aumentate, io e i miei soci abbiamo creato una società partendo dall’area digital. Con il tempo le nostre competenze sono aumentate e oggi siamo una società di consulenza.

In che modo le tue caratteristiche personali si riflettono su questa azienda?

Qui dentro c’è tanto della mia personalità in chiave positiva, ma mi rendo conto che in realtà vi si riflettono anche elementi meno positivi. Ad esempio, io sono innamorato del mio lavoro e questo aspetto a volte rischia di influire un po’ troppo sul team: se parlo sempre e solo di lavoro, gli altri potrebbero sentirsi obbligati a fare lo stesso. Però sono convinto che l’equilibrio tra lavoro e vita privata sia fondamentale, e negli ultimi anni per quanto mi riguarda questa componente è diventata una delle mie priorità.

Direi però che in generale la cultura aziendale è espressione della cultura e del mindset dei soci che prendono le decisioni chiave. Non a caso qui dentro ci rivedo una serie di mie caratteristiche: l’attenzione al dettaglio, il fatto di provare costantemente una sana insoddisfazione per fare sempre meglio. Qui dentro c’è anche la mia intraprendenza: da un punto di vista progettuale e operativo non bisogna mai accontentarsi e guardare sempre oltre. Serve la voglia di fare, la fame per mantenere viva la voglia di crescere, imparare e misurarsi con professionisti.

Cosa ti porti dietro dai tempi dell’università?

Il fatto di porsi dei propri obiettivi, darsi delle scadenze nei confronti di qualcosa che non ti viene imposto categoricamente. Come si decide di distribuire gli esami e prepararli è a discrezione dello studente. Il calendario, ad esempio, ho iniziato a usarlo proprio durante gli studi per far combaciare il tutto e oggi è uno degli elementi imprescindibili del mio lavoro. Per lavoro sono anche tornato ad approfondire tematiche meramente economiche che negli anni di studi non reputavo così importanti ma che oggi hanno invece una rilevanza per me, come la capacità di analizzare i numeri, fondamentale per prendere decisioni a livello aziendale.

Gli anni trascorsi all’università per me hanno significato molto anche dal punto di vista dei rapporti personali: il mio socio, per esempio, era un mio compagno di corso. Ricordo con piacere anche la web radio dell’università FuoriAulaNetwork, dove ho avuto la possibilità di entrare in contatto con diverse persone provenienti dal mondo delle imprese.

Penso di avere “assorbito” molto anche dagli imprenditori che venivano invitatati a lezione all’interno del mio corso di studio. L’università fornisce agli studenti una chiave per poter aprire tantissime porte: ad esempio, chi decide di dedicare la sua tesi allo studio di un’azienda avrà certamente la possibilità di frequentarla e conoscere l’imprenditore in quella realtà.

Come si svolge dentro e fuori da qui la tua giornata tipo?

Mi dedico come prima cosa a mia figlia. Arrivo in ufficio verso le 9 o 9.30, facciamo una riunione d’allineamento per tutti, un momento di confronto che permette di distribuire i carichi di lavoro. Di lì in poi si procede con il lavoro autonomo. Io mi occupo di tutti gli aspetti relativi all’azienda: dalla programmazione finanziaria all’aspetto economico, dalla strategia alla comunicazione e alle problematiche più importanti. La parte più complessa di un lavoro nel settore della comunicazione e del marketing è comprendere – grazie al proprio senso critico – i trend in atto e se questi possano funzionare o meno.

Un’attività importante che porto avanti è il colloquio faccia a faccia con tutti i collaboratori per parlare delle difficoltà personali e interpersonali. Bisogna lavorare sulle persone e questo è lo strumento che abbiamo individuato per ottenere un posto di lavoro desiderabile.
Ogni giorno mi impegno a dedicarmi equamente al lavoro e alla famiglia, perché il tempo che non passo qui dentro deve essere di una qualità molto alta.

Un consiglio da dare agli studenti?

Se fossi ancora studente vorrei ricevere un messaggio positivo di ottimismo verso il futuro prossimo. Penso che a chi oggi si affaccia sul mondo del lavoro, tra i tanti eventi che minano le nostre certezze, serva soprattutto entusiasmo. A quell’eta, nel pieno delle proprie facoltà mentali e fisiche, si dovrebbero poter vedere soprattutto le cose belle, quelle che funzionano bene, per dire “non ho scuse”.
C’è poi da considerare che noi italiani abbiamo un credito incredibile da poter spendere nel mondo, in qualsiasi settore. Il problema è che nel nostro Paese facciamo fatica a sviluppare un’idea e a darle una dimensione globale. Oggi siamo cittadini del mondo e questo rappresenta allo stesso tempo una complessità ulteriore ma anche un’opportunità rispetto anche solo a qualche decennio fa.


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Giovanna Residori, direttrice del Museo Miniscalchi-Erizzo


Giovanna Residori è laureata in Lettere all’Università di Verona. Oggi ricopre l’importante figura di direttrice della Fondazione Museo Miniscalchi-Erizzo di Verona, dove hanno sede opere dal grande valore artistico e culturale. Si sente una privilegiata perché è riuscita a trasformare una grande passione nella sua professione. “Il museo non è soltanto una porta che si apre e si chiude al visitatore – afferma – dietro si nasconde un mondo”  

Buongiorno Giovanna, raccontaci un po’ di te.

Mi sono laureata in Lettere all’Università di Verona durante l’anno accademico 1998/1999. Dopo aver conseguito il titolo e un master in Museologia ho collaborato con vari musei. Sono stata ad Amsterdam, a Parigi e, prima di tornare a Verona, a Bologna per molti anni.

Come ha inciso sul tuo percorso l’esperienza all’Università di Verona?

Ricordo gli anni dello studio con grandissimo piacere. È stato un periodo intenso, eravamo un gruppo di studenti legati all’ambito archeologico, tutti molto affiatati e uniti. Basti pensare che molti dei miei colleghi di corso sono ancora tra i miei migliori amici. C’era uno stretto rapporto tra le discipline studiate e la realtà lavorativa esterna, come il mondo dei musei e degli scavi archeologici. Posso affermare che è stata davvero un’esperienza molto importante.  

Cosa significa lavorare in un museo?

Lavorare in un museo significa crederci, volerlo e desiderarlo, non arrendersi alle prime difficoltà o ai primi rifiuti. Mi sento una privilegiata perché sono riuscita a trasformare la mia grande passione nella mia professione. Il museo non è soltanto una porta che si apre e si chiude al visitatore, dietro si nasconde un mondo che non riguarda solamente l’ambito della storia o dell’arte. Le attività sono variegate, finalizzate a rendere sempre più comprensibili le collezioni che ci si trova a dover tutelare e valorizzare, ma non mancano i continui aggiornamenti sui metodi di fruizione delle opere che sono in continua evoluzione. Il pubblico ha esigenze sempre diverse.  
I musei oggi non sono più il luogo dove vengono semplicemente esposte delle opere: oggi possiamo paragonarli alle agorà, ovvero delle piazze dove ci si può incontrare, scambiare delle esperienze, si possono presentare dei libri, si organizzano attività per adulti e bambini.  

La direttrice di un museo: chi è e cosa fa.

Il direttore è l’immagine del museo. Si tratta di una carriera difficoltosa ma non impossibile, serve sacrificio, come in tutti i lavori, d’altronde. Questo ruolo ti pone davanti a tante responsabilità che spaziano tra questioni amministrative, di sicurezza, di funzionamento e di valorizzazione.  

Oggi si parla molto di digitale, credi che l’esperienza diretta in un museo possa essere sostituita da un’esperienza da remoto?  

Credo che l’esperienza diretta sia insuperabile. L’emozione che può suscitare osservare una tela, un dipinto, un oggetto o comunque qualcosa creato dall’uomo non penso possa essere superata da un’esperienza esclusivamente digitale. Parlo proprio pensando al nostro museo che racconta la storia di una famiglia che ha deciso di donare il patrimonio mobiliare storico-artistico alla città di Verona rendendolo pubblico. Le sale che ospitano le collezioni, per oltre cinque secoli sono state le stanze della famiglia Miniscalchi-Erizzo, loro hanno calcato questi pavimenti e vissuto questo palazzo. L’emozione di accedere allo scalone o di entrare nella sala delle armi non può essere imitata da nessuna tecnologia moderna. Noi non trascuriamo il virtuale, ma in questo momento ritengo che sia uno strumento utile per veicolare le persone ad un’esperienza diretta, più profonda. 

Com’è la tua routine quotidiana?

La mia giornata tipo inizia molto presto con la lettura dei quotidiani. Arrivata al museo, cerco di concentrare in mattinata gli incontri con i collaboratori, verificare lo stato di avanzamento delle attività e programmare quelle future. Il pomeriggio lo trascorro studiando le collezioni e i documenti di archivio.  

Hai un consiglio da dare agli studenti? 

Essere curiosi e aperti verso nuove esperienze. Cogliere qualsiasi opportunità, sia lavorativa che formativa perché tutto serve ad arricchire e a determinare professionalmente e personalmente un soggetto. 

Biancamaria Tessari, infermiera e campionessa sul ring

Biancamaria Tessari è laureata in Scienze infermieristiche e ostetriche all’Università di Verona. Da oltre dieci anni pratica pugilato, disciplina di cui è campionessa italiana. Oggi lavora a Bologna (in corsia) ma non perde un allenamento. “Il pugilato – afferma – può insegnare molto ai giovani, poiché richiede un grande rigore negli allenamenti e insegna il rispetto per l’avversario. Cosa consiglio a chi si avvicina al mondo del lavoro? Fatelo con serenità, senza dimenticare le vostre passioni!”

Biancamaria, raccontaci di te.

Mi chiamo Biancamaria, sono nata a Soave (Verona), mi sono diplomata al liceo Guarino Veronese di San Bonifacio, poi ho proseguito gli studi all’Università di Verona da pendolare. Dopo la laurea in Scienze infermieristiche e ostetriche all’Università di Verona mi sono trasferita a Bologna per lavoro. Sono infermiera ma la mia passione più grande è il pugilato: lo pratico ormai da dieci anni e attualmente sono campionessa italiana.

Raccontaci il tuo percorso universitario.

Inizialmente ero intenzionata a frequentare medicina, così ho provato il test senza però superarlo. A quel punto non mi sono persa d’animo e, incuriosita da altri percorsi formativi, sono approdata alle Professioni Sanitarie. Con i primi esami e l’avvio di un’esperienza di tirocinio, ho compreso che quello poteva essere il mio percorso. Oggi posso dire di essere contenta della scelta che ho fatto: se tornassi indietro la rifarei. Certo, nel mio caso gli studi sono stati segnati dalla pandemia, il che non mi ha permesso di godere appieno della vita universitaria. Nonostante questo, ho un ricordo molto positivo del mio periodo in ateneo, anche grazie ai docenti che si sono sempre mostrati disponibili e comprensivi. L’ultimo anno, devo dire, per me è stato il più bello, poiché siamo tornati in presenza. Per questo a tutti gli studenti consiglio di frequentare l’università in presenza!

Parlaci della tua passione: da dove nasce e da quanto tempo la pratichi?

Oramai sono 10 anni che pratico questo sport. Il pugilato non è estraneo in famiglia, poiché mio padre è un allenatore e anche mio fratello è un pugile. Tutto è nato una sera, seguendo un allenamento: da quel momento non ho più abbandonato questa disciplina. Si tratta di uno sport ancora poco conosciuto, che però si sta diffondendo sempre di più e sarebbe bello se tra qualche anno fosse “alla pari” di tanti altri sport. Il pugilato richiede un grande rigore negli allenamenti e insegna il rispetto per l’avversario. Per questo motivo può insegnare molto ai giovani.

Come hai conciliato la tua passione per lo sport con lo studio?

Sono una ragazza molto organizzata, per questo sono riuscita a gestire bene i miei impegni. Lo studio e lo sport mi piacciono entrambi e non potevo scegliere l’uno o l’altro. Quindi ho deciso di intraprenderli entrambi con un bel po’ di sacrificio, perché significava ovviamente privarsi di ore di sonno o, comunque, rinunciare ad altri impegni per recuperare. È stata dura, ma l’ho fatto volentieri perché la passione aiuta a superare tutto.

Hai discusso la tesi di laurea sulla traumatologia della mano: lo sport o lo studio ti ha fatto scegliere l’argomento?

Dopo questi tre anni intensi, desideravo unire lo studio con lo sport. Poi sono stati un trauma alla mano e l’esperienza di tirocinio al pronto soccorso ortopedico ad aiutarmi a trovare l’argomento della mia tesi!

Parlaci del tuo inserimento nel mondo del lavoro.

Il mio inserimento nel mondo del lavoro è avvenuto a Bologna. C’è da dire che traslocare e vivere in ambienti diversi è un’abitudine che mi porto dietro sin da piccola, essendomi trovata diverse volte a cambiare città seguendo la mia famiglia per ragioni lavorative. Di fatto, mi è difficile rimanere nello stesso luogo molto a lungo. Detto ciò, il lavoro è arrivato prima della laurea e la preparazione acquisita durante il tirocinio curriculare mi ha aiutata tanto: credo sia fondamentale fare esperienze di stage prima di iniziare a lavorare, soprattutto nel mio ambito. All’inizio il lavoro è un po’ diverso dal tirocinio, perché da studente non si sente il peso della responsabilità. Entra in gioco anche la paura di sbagliare, ma è normale averla perché tutti possiamo commettere errori e questi fanno parte del nostro percorso di crescita, l’importante è poi imparare da questi.

Quale consiglio daresti a uno studente che si approccia al mondo del lavoro per la prima volta?

Credo che sia fondamentale seguire la propria passione e il proprio istinto, perché il percorso universitario porta a formare la propria vita e il proprio lavoro e non consiglierei a nessuno di fare un lavoro che non piace. Ad uno studente che si avvicina al mondo del lavoro consiglio di farlo con serenità, senza dimenticare la propria passione. Credo sia fondamentale anche il cercare di instaurare un bel rapporto con il proprio team e preservare il bagaglio di esperienze teoriche e pratiche acquisite durante l’università, cercando poi di adattarlo al lavoro.

Raccontaci delle tue giornate.

Ogni giornata è a sé. Molto dipende dai turni che si hanno in ospedale: in base a questi organizzo gli allenamenti. Tra lavoro e sport si inserisce poi il contorno: spesa, pulizia della casa, ecc. Quando riesco vado a trovare mia nonna e i miei genitori. Il mio tempo libero? Lo trascorro visitando città e musei!

Siamo nel 2024, nel 2034 Biancamaria dove sarà?

Domanda difficile. Ho tante idee per il futuro. Mi piacerebbe tanto fare un’esperienza lavorativa all’estero. Non penso che il mio futuro sarà a Bologna, ma vedremo. Nell’ambito sportivo, invece, l’idea sarebbe quella di fare un passaggio nel pugilato professionistico. Passare ad un livello successivo rappresenterebbe una novità e uno stimolo in più.


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