
La forte passione per l’informatica ha portato Alessandro Fin, alumno Univr, a iniziare prestissimo con la programmazione. Già alle medie scrive un programma che lo aiuta a risolvere i problemi di fisica e così, dopo il diploma all’ITIS G. Marconi, l’iscrizione al corso di Informatica diventa una scelta naturale. Il suo mentore, il Prof. Fummi, gli dice una frase che non dimenticherà mai e che lo porterò a fare il dottorato, iniziando il suo percorso verso la Silicon Valley. Dopo essere stato co-creatore di Google Lens, oggi ricopre un importante ruolo executive in Google DeepMind.
Ciao Alessandro, ci parli un po’ del tuo percorso di studi?
Mi sono sempre piaciuti i computer e la programmazione, sin da quando ero bambino. I miei genitori mi regalarono il primo computer quando avevo dodici o tredici anni. Imparai a programmarlo da solo usando un libro che, peraltro, aveva parecchi errori di stampa, ma la passione era talmente forte che mi portò a imparare comunque come utilizzarlo. Una delle prime applicazioni della programmazione che feci fu aumentare il numero delle vite in uno dei videogiochi che avevo, ma volevo anche che il computer facesse certi compiti ed esercizi scolastici al posto mio, soprattutto quelli che una volta imparato il procedimento sarebbero stati sempre uguali. Così feci un programma che risolveva tutti i problemi che ci assegnava il professore di fisica.
Capii che ciò che mi interessava era scrivere software.
Mi diplomai all’Istituto Tecnico Industriale Marconi di Verona, dopodiché, la scelta di proseguire con il corso universitario in Informatica fu naturale. Fui anche fortunato perché il corso venne attivato per la prima volta a Verona proprio quell’anno: diventai infatti la matricola numero 17 del corso di Informatica.
Poco prima di laurearmi, il mio relatore, il Prof. Franco Fummi, mi disse una frase che poi segnò il resto della mia vita. Mi disse che vedeva in me il fuoco della ricerca. Pensai che non avrei potuto spegnere quel fuoco, decisi così di fare anche il dottorato: ebbi varie opportunità anche per trasferirmi in altri atenei ma, alla fine, mi fu chiaro che i miei studi a Verona sarebbero stati un’esperienza incredibile. E così fu. Lo ricorderò sempre come un periodo eccitante e stimolante, soprattutto dal punto di vista intellettuale.
Poi, finito il dottorato, che strada hai scelto?
Finito il dottorato, avevo due opzioni: continuare il mio periodo accademico come ricercatore oppure entrare in azienda. Con mia moglie, decidemmo di trasferirci all’estero e questo significò optare per la seconda opzione. Vinsi una borsa di studio Marie Skłodowska-Curie che ci portò nel sud della Germania, a Ulma. Qui iniziai un’esperienza con Intel, in un team che lavorava sui compilatori della CPU dei telefoni mobili. Venendo dal mondo accademico, questo primo lavoro mi sembrò molto noioso.
Così, nel giro di nove mesi, cambiai lavoro e mi trasferii a Dresda, a lavorare per Infineon Technologies. Qui iniziò il mio percorso nel mondo delle memorie allo stato solido. Ricevevo i wafer, i dischi iridescenti con i vari chip stampati, e mi occupavo di testarne il funzionamento atteso. Fu un’esperienza in linea con quanto avevo studiato durante il dottorato. Durante il periodo in questa azienda, la mia curiosità di scoprire dove questi chip venissero usati divenne sempre più grande.
Così, decisi di trasferirmi ad Amsterdam in una ditta americana che si chiamava Simple Tech: qui realizzavano prodotti con memoria flash come dischi allo stato solido e schede compact flash che, tipicamente, finivano per essere installate in elicotteri, razzi, e altre applicazioni che necessitavano di estrema affidabilità.

L’idea alla base che mi spinse a lavorare per una ditta americana era quella di trovare un modo per trasferirmi negli USA. In realtà, avevo già avuto un’esperienza negli States quando, durante il dottorato, nell’estate del 2001 feci un internship per Synopsys che, all’epoca, era considerata leader nel settore dell’Electronic Design Automation (EDA). Lasciai Simple Tech e andai a lavorare negli USA per dei loro competitor. Qui rimasi quattro anni, il tempo necessario per ottenere la green card, che è il permesso di soggiorno permanente per poter rimanere negli Stati Uniti.
In seguito, fondai una start-up di tre persone che, nove mesi più tardi, venne acquisita dalla PNY Technologies, azienda produttrice di componenti hardware per computer. Da una start-up a un’altra: infatti, divenni l’impiegato numero nove di Skyera, che si occupava di prodotti di storage per data center. Seguii tutta la sua crescita, passando da essere un’azienda che lavorava in una stanza all’interno di un edificio concesso dalla Western Digital, fino ad avere circa 200 impiegati e un edificio tutto nostro.
Dopo un anno e mezzo qui, il lavoro continuava a essere intensissimo così parlai con il CEO proponendogli di affidarmi maggiori responsabilità ma, nel mentre, venni contattato da un recruiter di Google. Portai avanti entrambe le negoziazioni e, alla fine, avendo due opzioni sul tavolo, decisi per Google. Significò abbandonare le memorie allo stato fisico e lo storage, per tornare alla parte software vera e propria. E poi, come per tutti gli appassionati di informatica, il richiamo di Google era impossibile da ignorare.
Come si è sviluppato il tuo percorso in Google?
Ho passato otto anni nel campo della computer vision, un ambito per me relativamente nuovo. Fui il co-creatore di Google Lens, ne definii le specifiche di prodotto e ne creai il primo prototipo, sempre in collaborazione con i miei ricercatori che mi fornirono i modelli di machine learning, utilizzati tutt’oggi per riconoscere gli oggetti attraverso Google Lens. Fu un periodo incredibile, ma non senza difficoltà iniziali:
Google Lens, durante le sue prime fasi, rischiò di essere cancellato diverse volte perché non riuscivamo a comprendere appieno quale potesse essere il suo Product-Market Fit (PMF). Inizialmente, la tecnologia non funzionava al meglio ma poi, nel giro di qualche anno, divenne il secondo motore di ricerca più utilizzato al mondo dopo Google.com. Fu un traguardo molto gratificante.
In seguito mi sono occupato anche di riconoscimento facciale per eseguire lo sblocco dei telefoni. Ebbi la fortuna di diventare il product manager del primo sistema di face unlock dei telefoni Google Pixel e responsabile di tutti i face conditional di Google, impiegati in telefoni, altri dispositivi e in alcuni software per la sicurezza degli account degli utenti.
Da tre anni a questa parte, faccio parte di Google DeepMind, in particolare sono nel Product Management del modello Gemini. Specificatamente mi occupo di modelli che si “automigliorano”, il termine specifico è Recursive self-improvement agents (RSI). Nel frattempo, sono diventato un esecutivo di Google, occupo infatti il ruolo di Director of Product Management in DeepMind.

Quale fattore ti ha aiutato nel tuo percorso di sviluppo professionale in questi anni?
Penso che i traguardi lavorativi che ho raggiunto siano dovuti a quello spirito di curiosità che ho imparato a sviluppare durante gli anni di dottorato. È lì che ci si forma come ricercatore e in quanto tale devi essere autonomo, non devi aspettare che qualcuno ti dica cosa fare, devi avere intuizioni e fare scelte, cercando di capire quali aree di studio vale la pena sviluppare. Queste competenze mi sono servite anche qui nella Silicon Valley, specialmente a Google, dove c’è libertà nel decidere su cosa concentrarsi e quali percorsi intraprendere. Gli insegnamenti del prof. Fummi durante il dottorato di ricerca dono stati molto preziosi in quest’ottica.
Mi racconti come si svolge la tua giornata tipo al lavoro?
Mi alzo molto presto, alle cinque ho già aperto gli occhi. Le prime ore del mattino sono quelle in cui riesco a concentrarmi maggiormente e avere le idee migliori. Mi preparo un caffè, leggo i titoli di alcuni giornali italiani e poi mi dedico a 20 minuti di esercizi nella palestra che ho allestito in casa. Dopodiché guardo se ci sono mail urgenti di lavoro che richiedono un mio input e dedico uno spazio ad alcuni progetti personali, ai quali lavoro sfruttando agenti di IA: alla sera, quando torno dal lavoro, controllo i risultati che hanno prodotto e mi assicuro che nulla sia andato in fiamme, come si dice qua. Poi esco di casa e cammino per un chilometro fino alla fermata del bus di Google che passa a prendermi. Una volta arrivato in ufficio, verso le sette e mezza, mi divido tra avanzamento dei progetti del mio team e riunioni di coordinamento del lavoro con gli uffici sparsi nel mondo. Alle 16:30 prendo l’autobus per tornare che, in base alla giornata e al traffico, può impiegare 20 minuti così come un’ora e mezza… Tornato a casa mi concedo altre due ore di lavoro per programmare la giornata successiva e assicurarmi che non ci sia bisogno di un mio intervento da qualche parte nel mondo, d’altronde avendo a che fare con diverse time zone c’è sempre un ufficio di Google che è nel vivo della giornata lavorativa! Entro le 19 ceno e per le 22 circa vado a letto, stremato. Questo è, a grandi linee, lo schema di giornata che si ripete. Le cose migliorano nel weekend: per filosofia aziendale si stacca un po’, anche se è sempre difficile farlo del tutto avendo miliardi di utenti. Cerco di dedicarmi alla famiglia e agli amici. Avendo due figli che praticano lacrosse è facile trovarmi su un campo nel fine settimana.
E quando posso, cerco di tornare a Verona, per passare a trovare i colleghi e il prof. Fummi al Dipartimento.
Cosa consiglieresti a chi sta studiando Informatica e si affaccia al lavoro in questo settore, anche in virtù degli enormi progressi dell’intelligenza artificiale?
All’inizio vi raccontavo di come abbia imparato da solo a programmare partendo da un libro con un sacco di errori. Ecco, una delle prime cose che ho fatto avendo a disposizione l’intelligenza artificiale è stato proprio caricare una copia del manuale e chiederle di trovare tutti gli errori.
Per chi si sta approcciando in questo momento all’informatica, penso sia un periodo fantastico perché con tutti gli strumenti di IA disponibili al momento e con i progressi che faranno negli anni a venire, si potrà coltivare l’ambizione di risolvere problemi sempre più grandi ed ambiziosi.
Quando l’abbondanza dell’intelligenza non è più il fattore limitante, la creatività e l’intuizione umana diventano i fattori più critici per risolvere le sfide professionali più ambiziose. L’intelligenza artificiale è uno strumento incredibile di cui, tuttavia, non comprendiamo ancora appieno la potenza.

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