
Nikola Blagojević nasce a Belgrado, nell’attuale Serbia. All’età di sei anni giunge a Roma per il deteriorarsi della situazione nella ex Jugoslavia: poi il trasloco a Verona, che diventa la sua città. È qui che si iscrive alla triennale di Economia e management per le imprese di servizi prima e alla magistrale in Marketing e comunicazione poi. La tesi sulla Global Supply Chain di alcuni importanti marchi di moda è stato il preludio alla sua carriera nel mondo del beauty e della profumeria di lusso che di lì a poco intraprenderà e che lo porterà a ricoprire importanti ruoli di responsabilità. Dopo oltre quindici anni di esperienza nel settore, Nikola ora guarda al mondo della consulenza in veste di imprenditore.
Ciao Nikola, parlaci un po’ di te e dei tuoi studi.
Sono nato a Belgrado, nell’attuale Serbia, nel 1985. Quando avevo circa sei anni, nel 1991, venni con i miei genitori e mia sorella in Italia, a Roma, perché nel mio Paese stava per iniziare la guerra civile, c’erano i carri armati che giravano per la capitale dell’allora Jugoslavia. Nel 1996 ci spostammo a Verona, per un’opportunità di lavoro di mio padre.
Quando qualcuno mi chiede da dove vengo, io rispondo sempre Verona: è qui che arrivai quando avevo undici anni, qui che frequentai le scuole medie iscrivendomi subito dopo al liceo scientifico con sperimentazione tecnologica all’istituto Girolamo Fracastoro. Ero molto attivo su diversi fronti. Suonavo la chitarra con metodo e praticavo diversi sport come canottaggio e basket. Avevo una mentalità da atleta.
Tra i miei interessi, però c’era anche l’economia, un ambito che avevo sempre considerato nella mia visione ideale di futuro professionale. Mi piaceva il fatto che con il corso in Economia aziendale si potesse entrare nel merito dei bilanci e studiare la struttura dell’azienda e della sua contabilità. Mi iscrissi e mi accorsi che, facendo gli esami, mi sarebbe piaciuto anche un lato più umano e umanistico della materia economica, incentrato maggiormente sulle relazioni: per questo motivo, durante il primo anno di Economia aziendale, decisi di passare a Economia e management per le imprese di servizi. L’ultimo anno di triennale feci anche un Erasmus alla Sorbonne Université di Parigi… furono anni meravigliosi!
Giunto alla magistrale in Marketing e comunicazione, il secondo anno fu caratterizzato dalla tesi specialistica per la quale volli focalizzarmi su qualcosa che poi mi sarebbe tornato utile nel mondo del lavoro. Fui molto metodico anche nella scelta dell’argomento, mi chiesi infatti quali fossero i principali settori strategici in Italia. Giunsi alla conclusione che uno potesse essere quello dello slow food e l’altro quello della moda.
Considerando che il cibo non mi appassionava, optai per il mondo del fashion, anche perché costituiva un indotto enorme. Proprio in quel periodo era uscito nelle sale cinematografiche il primo capitolo de “Il diavolo veste Prada”, che sottolineò ulteriormente la dimensione e l’importanza della moda, e anche e soprattutto quella italiana.
Scelsi come relatore il prof. Ivan Russo: anche se la mia vocazione era per il marketing e il prof. insegnava Global Supply Chain, decisi di lavorare con lui perché mi ci trovavo bene, lo trovavo molto preparato oltre che appassionato, requisiti che più avanti ho compreso essere per me fondamentali per poter dare il meglio. Mi misi subito al lavoro, organizzando interviste con Calzedonia e Franklin & Marshall per comprendere come costruivano e gestivano la loro catena di fornitura a livello globale. Io, da ragazzo di origine jugoslava e serba che si era trasferito in Italia, sentivo il tema del global come molto vicino a me, in particolare come persone provenienti da diverse parti del mondo potessero lavorare insieme pur avendo culture, usanze e ritmi diversi. Mi affascinava tantissimo. Scrissi la tesi ma poi mi ritrovai davanti alla domanda che molti laureati si pongono al termine dei propri studi: “E ora?”

Che risposta ti sei dato?
Quasi per gioco, finché stavo svolgendo la tesi, decisi di candidarmi per L’Oréal. Mi chiamarono e, dopo aver affrontato un focus group di scrematura, mi offrirono una posizione di supporto al brand manager di Garnier, uno dei marchi di L’Oréal. Rifiutai perché mi dovevo laureare in novembre ed ero ancora in alto mare con le fonti e le interviste che dovevo portare avanti per la tesi. Fui molto naif e ingenuo ma, allo stesso tempo, curioso di vedere come sarebbe andata a finire dopo aver “perso questo treno”.
Una settimana prima della discussione, mi chiamò un’altra recruiter di L’Oréal, questa volta per una posizione di supporto brand manager per la linea profumi di Giorgio Armani. In quei giorni ricevetti anche un’altra offerta da un altro importante brand di abbigliamento, ma non ebbi dubbi nella scelta. Era gennaio 2010, andai via da Verona e non vi feci più ritorno. Per quattro mesi lavorai come stagista e poi mi assunsero come junior product manager di marchi importanti per la loro sezione profumeria. Non avevo mai vissuto la vita corporate a quel livello.
Dopo un primo periodo trascorso nel gruppo L’Oréal, si aprì un’opportunità nella multinazionale americana Coty per un posto da brand manager. Per loro curai il lancio in Italia delle fragranze del brand Roberto Cavalli. Fu una bellissima esperienza, curammo in modo eccezionale le esposizioni e la distribuzione dei prodotti nei punti vendita. È qui che conobbi anche quella che sarebbe diventata mia moglie.
Nel 2014 feci una grande cambiamento di vita, accettando la sfida di un grande distributore sempre nel settore dei profumi di lusso, occupandomi in particolare del brand Burberry. In poco più di dieci anni in questa azienda, ho vissuto una crescita professionale importante partendo da group brand manager e arrivando a chief brand officer, ma a inizio 2025, con una posizione di prestigio all’interno di questa azienda, mi ritrovai a chiedermi: “E ora?”.
Fu allora che si verificò di nuovo un episodio di serendipità: ricevetti infatti la chiamata da Puig, azienda leader nel mercato della profumeria. Cercavano un direttore marketing per i brand di nicchia, proprio un’importante area di business su cui avevo lavorato nei dieci anni precedenti. Mi ci buttai, ma dopo tanti anni di lavoro e di vita corporate capii che non faceva più al caso mio, così nel marzo 2026 ho definito con l’azienda la mia uscita, per intraprendere un percorso imprenditoriale.
Il senso del mio percorso penso possa essere questo: ho dovuto fare tanta gavetta nel mondo corporate perché serve imparare l’approccio corretto e tessere relazioni per poter lavorare poi bene a livello imprenditoriale.
Oggi qual è il tuo obiettivo professionale?
Oggi la mia ambizione è quella di lavorare in un ambiente molto più imprenditoriale. Dall’uscita dei vari sistemi di intelligenza artificiale, mi sono speso molto per imparare a usarla in ottica di aumento della produttività lavorativa. Così, in questo mio periodo sabbatico, ho iniziato a pubblicare una newsletter su Substack sull’intelligenza artificiale che si chiama NOEMA, dove parlo di “AI per chi lavora e decide”. In parallelo, ho posto le basi per aprire una mia società di consulenza con alcuni miei ex colleghi, a partire da metà luglio 2026, che fornirà servizi per i brand del mondo beauty nel mercato italiano e internazionale, con un occhio di riguardo anche a chi vorrà acquisire licenze.

Cosa ti ha aiutato in questi anni da professionista e cosa consiglieresti a chi si affaccia al mondo del lavoro?
Fai quello che ti piace perché poi, alla fine, i puntini li colleghi. In questo mi ha ispirato molto il famoso discorso di Steve Jobs alla Stanford University. Ma anche diversi libri che lessi sono stati importanti perché mi hanno stimolato a pormi domande importanti grazie alle quali ho capito di avere bisogno della relazione con le persone che mi piacciono, ne traggo molta energia e vorrei averne sempre attorno a me.
Oggi si parla tanto di network, ma serve un network con persone vere: serve entrare in contatto con loro, essere genuinamente curiosi di quello che possono dirti, avere empatia con loro e stabilire un contatto vero. Così si riesce anche a lavorare meglio.
Se devo dare un consiglio, dico sempre di andare a lavorare dove si può imparare qualcosa, anche se all’inizio ti può sembrare una situazione di disagio. Dove non c’è apprendimento inizia un decadimento cerebrale, è fondamentale imparare e apprendere sempre cose nuove.
E poi suggerisco vivamente di imparare a usare l’intelligenza artificiale: non per compiti banali che possiamo tranquillamente svolgere da soli, ma per aiutarci come co-thinker nel pensare a qualcosa di immensamente più difficile, per mirare alla Luna e poi non importa se non si raggiunge ciò che si voleva, anche solo l’averci provato ti aprirà porte che non avresti mai immaginato.
Da recruiter che ha condotto molto colloqui, inoltre, ho sempre apprezzato chi ha la capacità di “sapersi vendere”, ossia avere quella presenza scenica che ti fa essere disinvolto anche in situazioni di potenziale disagio. Da Millennial che lavora molto con la GenZ, mi colpisce quanto molti giovani abbiano un approccio naturalmente imprenditoriale. Forse la sfida non sarà trasmettere loro il senso del lavoro, ma ridefinirlo insieme in modo coerente con il contesto in cui vivranno.
Cosa ti porti dietro dai tuoi anni da studente?
L’abitudine di andare a vedere sempre il dato reale, ossia avere una certa igiene mentale. Questo me l’ha insegnato l’esperienza universitaria. Nel mondo beauty, per esempio, viene generato tantissimo rumore – a livello promozionale soprattutto – ma è necessario guardare alla sostanza di quell’azienda.
L’Università di Verona mi ha insegnato il concetto di “festina lente” (motto latino che può essere tradotto con “affrettati lentamente”, ndr), un approccio che fornisce la base per la capacità di critica e la chiarezza di pensiero che, alla velocità alla quale andiamo oggi, talvolta rischiamo di perdere.
Cosa vorresti per il tuo futuro?
C’era un professore all’università che diceva che l’imprenditore veneto è quello della ditta, nel senso classico, genuino e ironico del termine, colui che ha le toppe sui pantaloni perché investe tutto nella sua attività: io adoro questa visione e mi piacerebbe proprio creare una ditta ma in stile moderno, che sia cool e che comunichi nel modo giusto, offrendo servizi innovativi, ma tenendo ben salde le radici de “la ditta”.

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