Parte da lontano la start-up fondata dall’alumno Univr Nicolò Menini. Appassionato fin dalle superiori di acquari, al termine della magistrale in Banca e finanza decide di compiere il grande salto e fondare Myeden, un’azienda di vertical farming che sfrutta alcuni principi di acquaponica per la coltura di piante e ortaggi. Nicolò ci ha raccontato i vantaggi, le difficoltà e le sfide di un settore, quello dell’agricoltura verticale, complesso ma affascinante.

Ciao Nicolò, parlaci un po’ del tuo percorso che ti ha visto lavorare qualche anno prima di decidere di iscriverti all’università.

Il mio percorso è cominciato a Verona con la triennale in Economia aziendale, per poi proseguire con l’iscrizione alla magistrale in Banca e finanza, curriculum Finanza quantitativa. Già durante il percorso universitario avevo iniziato a lavorare come consulente. Fu in quel periodo che iniziai a sviluppare seriamente l’idea della start-up che avevo in testa fin da ragazzo. Lavorai a questo progetto per anni e trovai l’occasione giusta di avviarla durante gli ultimi mesi della magistrale. Fondai così Myeden e iniziai a sviluppare questa tecnologia, sviluppando da zero gli impianti di crescita di vertical farming. Fu un impegno molto sfidante perché per un periodo portai avanti lavoro e università parallelamente.

Dopo qualche anno di lavoro, arrivò il Covid che ci mise in difficoltà e che ci costrinse a mettere tutto in stand-by. Mi dedicai quindi, per un periodo, a ciò per cui avevo studiato facendo l’analista finanziario, lavorando per Generali. Trascorsi così un paio d’anni, lavorando tra Trieste, Mogliano Veneto e Verona. A fine 2024 i tempi erano maturi per ripartire a pieno regime con la start-up. Ora ci stiamo sviluppando pian pianino ma con basi solide!

Quando dici che avevi questa vocazione fin da ragazzo, intendi alle superiori?

Sì, a 14-15 anni avevo già iniziato a fare alcuni test. Io sono appassionato di acquari, quindi tutto è nato da questa passione: la tecnologia che ci permette di produrre secondo il metodo della vertical farming “deriva” da ciò che è l’acquaponica e gli acquari. Quindi la conoscenza di certi meccanismi mi fu di grande aiuto per sviluppare un’azienda di vertical farming. Sapevo già un po’ maneggiare certi strumenti e saper fare, in un lavoro, è già il 20% di tutto quello che ci orbita intorno. La parte difficile arriva quando devi vendere il prodotto.

Dalla passione per gli acquari alla vertical farming, come è avvenuto questo passaggio?

Non lo so nemmeno io. Si è iniziato a parlare di vertical farming diversi anni fa, quando ancora certe tecnologie per metterlo in pratica non erano ancora state pienamente sviluppate. Ricordo come si iniziò a impiegare questa tecnologia con successo, ad esempio, in Giappone, all’indomani del disastro di Fukushima nel 2011, quando i giapponesi riuscirono a dare un impulso a questa pratica attraverso un mix di idroponica e agricoltura tradizionale. Presi ispirazione e cominciai anch’io a studiarne la fattibilità: mi feci un micro impianto a casa e iniziai a studiare agricoltura, biologia e chimica, con l’aiuto del papà enologo e della sorella biotecnologa. Questo fu il grosso del lavoro, insieme alla parte economica che impattò molto.

Come andarono i primi tempi della tua start-up e che organizzazione vi siete dati?

Ero quasi al termine della magistrale e mi dissi: “O lo faccio adesso o non lo faccio più!” Mi decisi così a provarci e mi dissi che, alla peggio, avrei comunque avuto la “via d’uscita” di un altro lavoro che avrei potuto cercare grazie alla mia formazione universitaria. All’inizio andò bene: per i primi due-tre anni riuscimmo a portare avanti un’idea completa e sviluppare un primo progetto e, nel mentre, mi laureai alla magistrale.

L’università mi ha aiutato in tutta quella che è l’analisi finanziaria ed economica a supporto della parte più operativa e pratica. Ebbi anche il supporto da parte di alcuni professori nell’improntare, ad esempio, il business plan o altri dettagli utili ad avviare la start-up. Fu molto utile ricevere un sostegno.

Per quanto riguarda l’organizzazione, ho seguito personalmente un po’ tutti gli aspetti. Nel nostro caso abbiamo iniziato davvero da zero e penso che questo abbia sempre rappresentato un vantaggio per varie ragioni: così facendo abbiamo in mano sia la tecnologia, studiando da zero il processo produttivo e aziendale, sia tutto l’aspetto finanziario-economico. Agli inizi abbiamo lavorato localmente, andando con il nostro sacchettino nei ristoranti o nei bar a proporre i nostri prodotti.In pratica, non abbiamo avuto aiuti da nessuno e non abbiamo cercato investitori, siamo in piedi con le nostre gambe. Chiaramente, ci vorrà qualche anno in più, ma ogni passetto in avanti sarà stato solo per merito nostro. Di recente abbiamo anche iniziato a valutare la possibilità di affacciarci alla grande distribuzione organizzata.

Cosa producete e come scegliete le piante da coltivare?

Attualmente, ci stiamo concentrando maggiormente su germogli e micro piante che, anche economicamente, sono quelle che rendono di più e garantiscono un margine più alto di guadagno, anche perché il mondo dell’agricoltura dell’ortofrutta è un mondo di forte competizione, tutti i giorni. Noi, in questo scenario, riusciamo a dare un prodotto diverso da quello che si può trovare in giro. Ad esempio, per quanto riguarda le piante aromatiche, non producendo su terra, possiamo offrire un prodotto puro che può essere servito sul piatto senza sporcare e senza inquinare, grazie all’utilizzo della tecnologia che ci permette di modellare la pianta a nostro favore. Puoi far crescere di più o di meno una pianta, renderla più o meno colorata, più o meno gustosa… è questo il focus aziendale e il nostro core business.

Il massimo sarebbe riuscire a creare una rete in cui possiamo anche aiutare aziende con quello che abbiamo studiato finora. Il nostro business model cerca di rendere questo tipo di agricoltura più sostenibile di quanto non lo sia oggi

Come si svolge la tua giornata tipo?

Oltre alla mia attività, da un paio d’anni insegno economia in un istituto tecnico a indirizzo ragioneria. Ho accettato l’incarico anche quest’anno, anche se è un periodo piuttosto impegnativo! La mia giornata parte con la sveglia alle sei, poi vado nel capannone dove ci sono le piantagioni e organizzo la giornata. In mattinata, se ho lezioni, vado a scuola, mentre il pomeriggio è interamente dedicato alle colture e così via fino a tarda sera.

Ci occupiamo di tutti gli aspetti aziendali: dalla vendita alla produzione, fino al marketing, anche se per quest’ultimo riceviamo un piccolo aiuto da un’azienda esterna. La maggior parte del lavoro è sulle spalle mie e di quelle di mio fratello che è anche mio socio. Siamo solamente in due e non possiamo permetterci di integrare nuove figure lavorative sia per un aspetto economico, sia per un discorso di tutela del prodotto, di know-how e di conoscenze che vogliamo non vengano divulgate prima del dovuto.

Non ho una giornata lavorativa invidiabile, non ci sono sabati e domeniche ma spero che tutto ciò verrà ripagato in futuro. Però, dai, ci divertiamo e ci togliamo delle soddisfazioni, come alcuni articoli usciti sui giornali che per noi sono un riconoscimento più grande di quanto non lo sia il denaro… Vuol dire che qualcosa di buono lo abbiamo fatto!

Tornando ai tuoi anni di università, cosa ti porti ancora dietro dalla tua esperienza da studente?

Sicuramente mi ha insegnato far fatica. L’università mi ha insegnato questo: la pazienza e l’impegno, al di là delle nozioni teoriche che si possono apprendere anche altrove. Il rigore che ha richiesto l’università per me è stato un insegnamento enorme che sta dando i suoi frutti anche a livello lavorativo. L’abitudine a far fatica e a doversi impegnare ripaga più di qualsiasi altra nozione. Quando mi dicono che ho studiato per niente perché adesso sto facendo tutt’altro, rispondo che non sarei riuscito a fare quello che sto facendo senza la mentalità universitaria, oltre ovviamente ad aver acquisito una formazione universitaria che mi permette di gestire tutta la parte economica della mia attività.

Cosa ti senti di dire agli studenti di area economica e a quelli che nel loro futuro vedono la possibilità di aprire una start-up?

Il consiglio che darei e che do ai miei studenti è di studiare non per diventare necessariamente qualcuno.  L’università dovrebbe essere uno strumento che ti aiuta a sviluppare qualcosa che hai già dentro, un’idea o una passione. Oltre alle nozioni che ti insegna, l’università, secondo me, aiuta ad avere rigore mentale… Ti dà conoscenza ma anche, e soprattutto, un’attitudine.


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