Matteo Tosi, 32 anni, è un medico in una tradizione medica di famiglia. Le tante idee e i progetti per la testa di Matteo hanno reso i primi anni di università, quelli dello studio “matto e disperatissimo”, non poi così facili, ma una buona dose di perseveranza e il supporto di alcuni compagni di corso lo hanno aiutato nel compimento di un percorso.
Oggi frequenta in ateneo la specializzazione in Igiene e Medicina preventiva e, nel frattempo, lavora svolgendo attività clinica di reperibilità notturna presso la Casa di Cura Villa Santa Chiara, una struttura di riabilitazione psichiatrica
. Ma in Matteo è presente un’anima “social” molto spiccata, come dimostrano i suoi numerosi progetti nel volontariato e l’attività di sensibilizzazione su violenza di genere, affettività, disabilità e salute mentale che porta avanti attraverso la sua associazione Unimed.

Ciao Matteo, parlaci un po’ della tua esperienza da studente: cosa ti ha portato a scegliere il percorso in Medicina?

Avevo già deciso al liceo cosa fare all’università. Entrambi i miei genitori sono medici, la medicina ha sempre fatto parte della nostra vita. Ricordo che a dodici anni accompagnai mio papà in sala operatoria a vedere un intervento di cataratta!

Per un breve periodo, quando mi dedicavo a realizzare grafiche per magliette, pensai di iscrivermi a un corso di design a Milano. Fu solo una “deviazione” temporanea da quella che ho sempre considerato la mia strada: Medicina.

Il mio percorso universitario è stato impegnativo, inizialmente molto in salita. Potrei dire, per usare una metafora, che è come se a una gara fossi partito inciampando. Non passai subito il “temuto” test di ingresso e rimasi fermo un anno a studiare. Avvertii molto “il rimanere indietro” rispetto ad alcuni miei coetanei che avevano iniziato subito con un altro corso e poi erano entrati a Medicina. Ora, ripensandoci, riconosco che mi mancava un metodo di studio. L’università è molto diversa dal liceo.

Ricordo con affetto l’amicizia con un compagno di corso, Alessandro: ci trovavamo tutti i giorni a studiare, dalla mattina alla sera. Così siamo riusciti a ingranare e abbiamo recuperato terreno. Da lì in poi il percorso è stato più lineare. E poi ho incontrato Camilla, la mia attuale compagna, che mi ha sempre supportato. Non si riesce mai da soli…

Durante gli anni di Università ho avuto anche l’opportunità, grazie al bando Short Term Mobility dell’Università di Verona, di trascorrere una ventina di giorni a Londra, al Moorfields Eye Hospital, il miglior istituto al mondo di oculistica. All’inizio dei miei studi mi immaginavo oculista ed è proprio su questa branca che ho fatto la mia tesi magistrale.

Una volta laureato, dopo un paio di mesi di riposo, ho iniziato a lavorare: inizialmente, tenendo corsi di primo soccorso nelle aziende e nelle scuole e poi facendo attività di guardia medica notturna in due strutture psichiatriche d’eccellenza del nostro territorio. Dapprima all’Ospedale Santa Giuliana, dove sono rimasto per tre anni e dove ora non presto più servizio e poi, un anno dopo anche alla Casa di Cura Villa Santa Chiara.

È stato un percorso graduale che mi ha portato sempre più a interessarmi alla cura e alla prevenzione.

Parlaci della specializzazione alla quale sei iscritto…

Faccio prima una premessa: a volte una persona comincia il proprio viaggio pensando a una meta ma poi, lungo la strada, scopre cose nuove e sceglie di cambiare destinazione. Così il mio percorso e le mie esperienze mi hanno portato quest’anno a decidere di iniziare la scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva. Ho scoperto che organizzare le risorse, le attività e i progetti di prevenzione e l’ambito della salute pubblica mi danno molta soddisfazione. In questo posso dire di essere anche molto fortunato avendo trovato nel Direttore della mia scuola, il Prof. StefanoTardivo, una persona illuminata e disponibile che mi ha incoraggiato a portare avanti l’associazione e le attività di cui mi occupo.

Il medico igienista è una figura forse poco conosciuta ma è coinvolto in molte attività diverse tra loro. Per me è molto stimolante in quanto si affrontano dagli aspetti più burocratico-economici – controllo delle cartelle cliniche, appropriatezza delle schede di dimissione e dei rimborsi che arrivano dalla Regione – al Risk management che riguarda aspetti medico legali, sicurezza del personale, miglioramento dei processi.

So però che hai anche un’anima “social”, se così la vogliamo chiamare, che ti ha portato a occuparti di importanti iniziative anche nell’ambito della sensibilizzazione…

È venuto un po’ per caso come molte cose nella vita. Con alcune colleghe del mio corso di laurea avevamo deciso di dedicarci ad alcune iniziative di sensibilizzazione. Per tre anni siamo stati ospiti all’evento di beneficenza Aperyshow. Un palco importante perché è un evento che coinvolge ben 30 mila persone, unendo musica, divertimento e sensibilizzazione.

Nel 2024, c’è poi stato un evento per me significativo: il suicidio di una ragazza. In seguito, la mia motivazione di dedicarmi all’informare, sensibilizzare, ridurre lo stigma è aumentata ancora di più. Penso sia un altro modo di salvare vite. Da qui è partita l’idea di creare un’associazione che poi ha preso forma incontrando un collega, il Dott. Rodolfo D’Agostini, medico psichiatra che si occupa di ragazzi adolescenti, e Veronica Bissoli, laureata in Giurisprudenza. Entrambi condividono l’interesse e la dedizione alla sensibilizzazione e alle attività di prevenzione.
Inizialmente è arrivato il patrocinio della Regione Veneto per l’organizzazione di quattro serate tenutesi a Padova, dedicate ciascuna a uno dei temi della nostra attività: affettività, infezioni sessualmente trasmissibili, violenza di genere, disabilità e salute mentale. Per l’occasione, avevamo anche avuto il supporto di Andrea Gnesato che aveva creato delle bellissime grafiche ad hoc. Negli anni poi l’associazione è cresciuta e, nel 2025, siamo stati nominati Veneto Creators – professionisti che, attraverso i social network, diffondono informazioni e consapevolezza su varie tematiche.

La nostra idea è semplice: portare contenuti scientificamente corretti in setting inattesi come concerti e discoteche, attraverso uno stile comunicativo inedito sui social network con lo scopo di raggiungere il più alto numero di giovani. Sui nostri account comunichiamo attraverso post semplici, immediati, inattesi, che fungono da pillole informative. Inoltre, coinvolgiamo spesso altri content creators digitali che prestano la loro notorietà per promuovere messaggi di sensibilizzazione oppure portano la loro testimonianza personale.

Cosa ti porti dietro dagli anni dell’università?

La perseveranza. Verso la fine dell’università io e un mio collega ci siamo caricati per lo sprint finale: anche in occasione di esami in cui era impossibile “essere pronti su tutto”, abbiamo cercato di presentarci “a testa dura” cercando di tirare giù il “muro” rappresentato metaforicamente dall’esame o dal professore particolarmente esigente. Quando tutto gioca contro di te, devi continuare a crederci a ogni costo e prima o poi i risultati arrivano.

Cosa ti sentiresti di dire a chi sta studiando Medicina o vorrebbe studiare Medicina?

Medicina è un ambiente tosto per varie ragioni. Tanti colleghi medici più grandi mi hanno sempre detto che questo corso di laurea è una maratona e non una gara di velocità, quindi non è importante la velocità che hai ma trovare il proprio passo e arrivare in fondo senza dimenticare quello che ci ha spinti a scegliere di iniziare. Ci sono periodi in cui le cose vengono meglio di altri, non è solo questione di impegno. A volte può succedere di doversi fermare per riprendere fiato. Medicina è anche un ambiente molto competitivo e, talvolta, sono stato preso in giro per il mio essere rimasto indietro… È un peccato che sia così in alcuni casi! Il mutuo supporto è una cosa importante. Come ho detto, devo molto ad Alessandro, l’amico e compagno, con cui ho condiviso il percorso. Non riuscirei a immaginare un percorso così lungo e tosto affrontato da solo. 

Studiare medicina e fare il medico non sono la stessa cosa. Ricordatevi di prendervi cura degli altri e di voi stessi e se avete bisogno nei momenti più difficili non esitate a rivolgervi a professionisti.

Che obiettivi ti poni per i prossimi anni?

Unimed, l’associazione di cui sono presidente, mi sta dando molte soddisfazioni, vorrei farla crescere e riuscire a creare una community in cui i giovani medici possono sensibilizzare su vari argomenti e in varie realtà. In un futuro di intelligenza artificiale, le competenze mediche delle quali ci sarà maggiore bisogno saranno quella umana e comunicativa. Una delle idee che ho per la testa è di proporre di inserire nei percorsi delle scuole di specializzazione, al pari di altri tirocini, un periodo in cui i giovani medici specializzandi possono dedicarsi ad attività di educazione e sensibilizzazione nelle comunità o nelle scuole. Il saper fare prevenzione dovrebbe essere una competenza di ogni medico. A mio parere, una cosa si sa solo se la si sa spiegare. Si impara, come tutto il resto.

A livello lavorativo, ho il sogno di aprire una mia clinica in cui curare i pazienti tossicodipendenti. Lavorando a contatto con questo tipo di pazienti, ho capito che in Italia è molto difficile ambire a strutture molto ben strutturate. Il paziente tossicodipendente ha necessità di una sorveglianza e di una dedizione quasi personale per uscire dalla patologia. Vorrei farlo ispirandomi ad alcune strutture presenti per persone facoltose in Svizzera, agganciandosi a una onlus per poter curare o fare riduzione del rischio con pazienti che non possono permetterselo.


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