Camilla Pirrello posa in piedi con corona d'alloro e portando tra le mani un mazzo di fiori e la tesi di laurea per festeggiare il conseguimento del titolo universitario

Camilla Pirrello, alumna di Scienze della formazione primaria, ha realizzato il suo sogno che aveva sin da piccola quando disponeva in fila le sue bamboline e faceva loro lezione con lavagna e gessetto: diventare insegnante alla scuola primaria. Ma quello che sembrava un percorso di studi lineare – almeno nelle sue intenzioni iniziali – ha subito delle variazioni e Camilla si è ritrovata a fare delle scelte non programmate. E sono proprio queste le scelte che possono aprirti nuove strade e offrirti grandi opportunità…

Ciao Camilla, parlami del tuo percorso di studi.

Per descrivere il mio percorso con un’immagine direi che è stato come un viaggio in mare: all’inizio, un mare calmo con una rotta ben definita, in quanto avevo gli obiettivi chiari e sapevo di voler diventare una maestra di scuola primaria. Dopo la laurea il mare cominciò a farsi un po’ mosso perché si sono affacciati imprevisti e scelte inaspettate, che paragono a onde e scogli da superare. Devo dire, però, che queste difficoltà mi aiutarono a crescere, offrendomi opportunità che mai avrei immaginato di poter avere.

Fin da piccola ho sempre avuto una grande passione per i bambini e per il mondo dell’insegnamento. Mia mamma mi racconta spesso che già quando avevo cinque o sei anni mettevo le mie bamboline ordinate in fila come a formare una classe e con la mia piccola lavagnetta e un gessetto iniziavo a spiegare loro la lezione. A ripensarci adesso, fa un po’ sorridere ma in realtà significa che la passione era già lì presente.
Crescendo, questo interesse e questa predisposizione sono diventati sempre più forti. Anche alle scuole medie cercavo sempre di aiutare i miei compagni più in difficoltà, per spiegare loro quello che non riuscivano a capire… Ci provavo in vari modi e non mi davo pace finché non capivano. Penso che anche questo fosse un tratto dell’insegnamento già presente in me e, quando arrivò il momento della scelta della scuola superiore, non ebbi dubbi a optare per il liceo delle scienze umane. Qui affrontai materie, come pedagogia, che mi interessarono molto, così come mi affascinò il periodo di alternanza scuola-lavoro, che feci presso una scuola. Furono cinque anni che confermarono il mio grande desiderio di lavorare nella scuola con i bambini.

Dopo la maturità, avevo in mente solo una strada: iscrivermi a Scienze della formazione primaria. Riuscii a superare il test e a entrare al primo colpo.

Come sono stati i tuoi cinque anni di università?

Sono stati cinque anni intensi sia a livello di studio, che è stato molto impegnativo, sia a livello personale perché ho imparato la costanza, l’impegno, l’organizzazione, la gestione di tanti impegni in poco tempo e con tanta pressione e devo dire che tutto questo mi ha aiutato molto nel lavoro di insegnante.

Fino alla laurea, pensavo di sapere già anche il passo successivo che avrei fatto. Poi, però, arrivò un’opportunità che mai mi sarei aspettata: entrare nel mondo accademico con un assegno di ricerca in ambito educativo.

Per la prima volta mi ritrovai così a essere davvero indecisa: da una parte c’era la scuola che rappresentava il sogno che avevo fin da bambina, dall’altra parte c’era la ricerca, un mondo nuovo che avevo conosciuto durante il percorso universitario. Scelsi di mettermi in gioco e partecipai al bando per l’assegno di ricerca che sarebbe iniziato a novembre.

Nel frattempo, però, riuscii a ottenere anche una supplenza in una scuola per circa un mese, da fine settembre a fine ottobre, per quella che di fatto fu la mia prima esperienza da insegnante. Durò poco, troppo poco per entrare fino in fondo nelle dinamiche della scuola, ma abbastanza per costruire un rapporto sincero con bambini e colleghi. Fu difficile lasciare quella realtà!

Camilla Pirrello posa in piedi sorridente nel giorno del conseguimento della laurea

L’assegno di ricerca, una tappa inaspettata che, però, ti ha dato molto…

Con l’assegno di ricerca mi si aprì un mondo vastissimo: ebbi modo di conoscere e collaborare con docenti, colleghi assegnisti, dottorandi di ricerca e capii che a volte sono le rotte non programmate che nascondono le opportunità più preziose. Lavorai in sinergia con altre due università italiane a un progetto nazionale finalizzato a studiare come la scuola potesse diventare un ambiente di apprendimento democratico, promuovendo l’educazione civica attraverso il Whole School Approach, un modello educativo che coinvolge vari aspetti della scuola.

Ebbi modo di partecipare a webinar, seminari e congressi sia da auditrice, sia da relatrice, di pubblicare articoli e monografie, di conoscere persone da tutta Italia e non solo e diventare anche membro del CRESPI, un centro di ricerca educativa interateneo. In questa esperienza, collaborai anche con il mio corso di laurea in Scienze della formazione primaria aiutando studenti nel percorso di tirocinio indiretto e conducendo anche qualche laboratorio. Tuttora, invece, faccio parte del gruppo che sostiene i futuri insegnanti, quindi nel passaggio tra la formazione universitaria e l’ingresso alla professione.

Mentre stavo navigando in questo mare, arrivò un’altra onda inaspettata: uscì il concorso per entrare di ruolo come insegnante. Decisi di partecipare per curiosità: non avevo aspettative in quel momento e, essendo molto coinvolta nell’assegno di ricerca, volevo solo capire come funzionassero i meccanismi del concorso, per essere poi preparata nel momento in cui sarei stata pronta a entrare nella scuola.

Quell’onda mi travolse perché superai il concorso e così sopraggiunsero emozioni contrastanti: ero felice ma allo stesso tempo mi trovavo nuovamente davanti a una scelta importante. Fu molto difficile decidere, ma alla fine capii che non potevo perdere questa occasione per coronare il mio sogno e, per giunta, non sapevo quando sarebbe stato il concorso successivo.

Così lasci l’assegno di ricerca ed entri nella scuola. Come è stato realizzare il tuo sogno?

Appena arrivata, vedendo il mio percorso pregresso, mi inserirono nella commissione Curricolo e Valutazione, un gruppo di lavoro che tra le varie cose, si occupa anche dell’educazione civica, l’area di ricerca della quale mi ero occupata durante l’assegno di ricerca.

Il primo anno fu molto sfidante essendo anche l’anno di prova e formazione previsto dopo il superamento del concorso. Capii un po’ come funziona l’organizzazione della scuola e trovai un mio equilibrio nel modo di essere insegnante. Partecipai a tutte le attività previste dall’anno di prova ed elaborai un’unità di apprendimento da condurre insieme ai bambini, da presentare poi anche al colloquio finale.
Mi fu data, inoltre, anche l’opportunità di seguire un corso di mentoring con un ragazzo delle medie: avevo il compito di seguirlo, aiutarlo nei compiti e negli argomenti non capiti a lezione, un’esperienza che mi è servita per imparare ad ascoltare e a elaborare strumenti adatti e personalizzati in base alla tipologia di alunno che si ha davanti.

Superato l’anno di prova e divenuta insegnante, pensai che il mare si sarebbe calmato ma, in realtà, anche il secondo anno si presentò come uno scoglio da superare: mi furono affidati una classe nuova e delle discipline nuove. Come se non bastasse, divenni coordinatrice di classe e mi fu assegnato anche l’incarico di funzione strumentale in Percorsi curricolari e Valutazione, una figura di coordinamento di quest’area all’interno della scuola, affiancata da una collega che non finirò mai di ringraziare. Entrai anche nella commissione PTOF, un gruppo di lavoro che riguarda il piano triennale dell’offerta formativa e il Nucleo Interno di Valutazione che si occupa di riflettere in ottica auto-valutativa ciò che ha funzionato meglio e quelle che sono le criticità. Fui onorata per la fiducia posta in me, ma anche un po’ spaventata per queste responsabilità. Grazie al lavoro di squadra riuscii ad affrontare anche queste sfide.

Tutto ciò mi ha permesso di vedere la scuola non solamente come il rapporto tra maestra e alunni, ma come qualcosa di molto più ampio ed è qui che capisci come il lavoro educativo si basa su un lavoro di progettazione e di responsabilità condivisa. Da questo mondo e, soprattutto dalle sfide più difficili, sto imparando tantissimo.

Camilla Pirrello posa sorridente con un mazzo di fiori in mano

C’è un aspetto del tuo lavoro che ti ha sorpreso?

La capacità dei bambini di capirti, c’è tanto da imparare da loro. Generalmente si pensa che l’insegnante insegna e che loro imparino, ma spesso vale il contrario. Si tende a sottovalutare questo aspetto dei bambini: hanno una sensibilità talmente grande da riuscire a sentire alcuni stati d’animo che proviamo, anche quando colleghi o altri adulti non se ne accorgono.

Molto spesso si dà per scontato che i bambini stiano bene o che basti redarguirli se fanno qualcosa che non va, ma la cosa fondamentale da fare è ascoltarli attentamente e non pensare di sapere già il motivo dei loro comportamenti, è importante osservarli, capire i loro bisogni e poi agire di conseguenza. Non bisogna fermarsi alla superficie ma andare sempre oltre e cercare il più possibile di essere giusti nei loro confronti.

Come si svolge la tua giornata lavorativa?

Io faccio tempo pieno, quindi dalle 8 alle 16. Dopo le lezioni ci sono spesso riunioni, alcune più frequenti, altre meno, dove abbiamo momenti di confronto tra docenti o, in alcune occasioni, con la dirigente scolastica o i genitori. Ma il lavoro non finisce a scuola: nel fine settimana, infatti, correggo compiti e verifiche, progetto le lezioni, elaboro documenti scolastici e mi occupo dei materiali per i lavoretti e le attività da fare in classe.

Cosa ti porti dentro ancora oggi dai tuoi anni di università?

La cosa che mi porto maggiormente dall’università è proprio il modo di affrontare la scuola. La chiave non sta tanto nel cosa insegnare ma come insegnarlo. Il corso di laurea di Verona ti dà una postura con cui entrare a scuola, basata soprattutto sull’osservazione e sulla riflessione del contesto per imparare a guardare oltre ciò che appare, capire i bisogni dei bambini e rispondere con delle esperienze che siano davvero funzionali a loro.
Questo lavoro di osservazione e riflessione riguarda anche noi insegnanti che siamo portati a chiederci come abbiamo agito in questa o quella situazione, se si poteva fare qualcosa di differente o se potevamo agire diversamente. Tutto questo serve per crescere.

Camilla Pirrello parla seduta a una cattedra

Se tu avessi carta bianca, c’è qualcosa che vorresti per la scuola?

Alla luce della mia esperienza da assegnista di ricerca, mi piacerebbe che l’educazione civica e la cittadinanza avessero un po’ più di spazio nella scuola. Viene data tanta importanza all’italiano, alla matematica, alla geografia… Certo, è giusto dare importanza alle nozioni, ma ci vuole anche un percorso parallelo che sia strettamente legato all’educazione della persona, soprattutto al giorno d’oggi.

Penso che sarebbe fondamentale, sin dall’inizio delle scuole, formare i bambini a quella che sarà la vita fuori: se la scuola deve essere una preparazione alla vita, come fai a non porli davanti a certi temi educativi? Problematiche come violenza, gestione della rabbia o delle emozioni in generale, devono essere affrontati nel concreto e non come una mera trasmissione di valori e di regole. Serve andare più in profondità, facendo in modo che i bambini interiorizzino questi valori. Mi piacerebbe, quindi, proporre percorsi specifici che non siano però degli spot o argomenti da trattare per un breve periodo ma, anzi, parte di un programma strutturale e trasversale.

Cosa consiglieresti a chi sta studiando Scienze della formazione primaria e vuole affrontare il tuo mestiere?

Un consiglio che darei è che quando vi trovate di fronte a proposte che non erano programmate – come è capitato a me – dovete coglierle al volo anche se vi spaventano. Bisogna buttarsi e cercare di imparare sempre cose nuove perché si possono scoprire strade che non avresti mai pensato di poter intraprendere.

Molto spesso, quando sei all’università non hai ancora ben chiaro quali sono tutti gli sbocchi professionali possibili. A tal proposito, è importante informarsi e capire quali sono tutte le esperienze che si possono fare: finché non si sperimenta, non si potrà mai capire se piace o meno qualcosa.
È un modo anche per conoscere meglio aspetti di sé stessi e scoprire capacità che pensavi di non avere.

Camilla Pirrello di spalle mentre percorre a piedi un sentiero