Alessia Rodighiero con in testa la corona d'alloro tiene per le mani un bouquet di fiori per festeggiare il conseguimento della laurea.

Alessia Rodighiero studia Lingue alle superiori ma è proprio qui che conosce anche un’altra materia che la affascina tantissimo: l’arte. Sceglie quest’ultima quando, al bivio della scelta del corso di studio, si iscrive a Beni culturali all’Università di Verona. L’arte è un settore lavorativo di nicchia, si sa, ma attraverso diverse esperienze sul campo portate avanti già dai tempi dell’università, Alessia è riuscita a farsi strada in questo mondo e oggi lavora come Responsabile didattica al Palazzo Maffei Casa Museo e come assistente curatoriale per Urbs Picta.

Ciao Alessia, parlaci un po’ del tuo percorso di studi e di come sei arrivata alla tua attuale occupazione.

Io sono originaria della provincia di Vicenza, mi trasferii a Verona per gli studi. Sono diplomata a un liceo linguistico dove ho studiato l’inglese come prima lingua e, successivamente, anche spagnolo e tedesco. Ho sempre avuto questo interesse nel riuscire a parlare con le altre persone e nel provare a fare mediazione. Le lingue mi hanno aiutato a crearmi e ampliare la mia rete di relazioni.

Dopo il diploma le opzioni erano due: continuare con un percorso linguistico oppure indirizzarmi verso una strada che avevo scoperto proprio durante gli studi e per la quale nutrivo una vera passione: l’arte!

All’inizio non ero a conoscenza di quali potessero essere le opzioni, ma poi scoprii il corso di Beni culturali a Verona che mi sembrò la scelta più adeguata rispetto a quelle che erano le discipline che mi riuscivano meglio. Con tanti altri studenti condivisi la difficoltà di studiare nel periodo Covid, ma l’idea di rimanere chiusa in casa e non avere altre possibilità mi portò a riflettere in modo un po’ più ampio su come poter far fruttare, da un punto di vista pratico, la teoria studiata.

Come conseguenza, mi avvicinai a corsi promossi proprio dall’Università di Verona, come quello di Ask Me: un Progetto di mediazione culturale per Palazzo Maffei. Devo ringraziare docenti come il Prof. Terraroli e la Prof.ssa Molteni, che ci condussero all’avvicinamento a questa casa museo che, col tempo, è poi diventata Palazzo Maffei. Proprio in quel periodo di cambiamento, iniziai ad affiancare allo studio un lavoro di mediazione culturale a chiamata e che si concentrava proprio sullo svolgimento di visite guidate e rapporto con il pubblico… Fu proprio in quel frangente che mi tornò molto utile lo studio delle lingue! Io poi, oltre all’esperienza al Palazzo Maffei, per mantenermi durante gli studi lavorai nei fine settimana come cameriera e feci altre attività in ambito accademico, prima come tutor e poi come assegnista di ricerca nell’ambito dell’arte contemporanea, quel periodo dell’arte per il quale avevo avvertito una certa predisposizione durante i miei studi.  

Terminata la triennale, cominciai la laurea specialistica in Storia delle arti sotto condizione sempre a Verona, proprio per evitare vuoti temporali prima della nuova sessione di laurea. Anche alla magistrale, intrapresi nuove esperienze lavorative.

Ce ne vuoi parlare?

Certo! Oltre al lavoro a Palazzo Maffei, dove sono ancora oggi, mi avvicinai anche a Urbs Picta, un’associazione di arte contemporanea dove ho potuto mettere in pratica le mie esperienze pregresse di mediazione. Allo stesso tempo, lavorai anche in alcune mostre occupandomi soprattutto di accoglienza e biglietteria. Furono importanti perché mi permisero di rimanere all’interno del settore.
Ma non è tutto. Nel periodo della magistrale feci anche da tutor a ragazzi con disabilità. Con il Servizio Inclusione seguii ragazzi con diverse tipologie di disabilità o dislessia. Questa esperienza mi permise di non fermarmi mai, nemmeno nei buchi tra lo studio e gli altri lavori, dandomi anche l’opportunità di sperimentare un lavoro di didattica.

Come si svolge la tua giornata tipo al lavoro?

Lavorando al Palazzo Maffei, un contesto giovane e di recente apertura, ho la fortuna di far parte di un piccolo team di lavoro. La giornata tipo si svolge principalmente in ufficio: si apre con un confronto con la direzione sulle mansioni principali della giornata; successivamente, dalle 9 alle 10 circa, sbrighiamo alcune attività prioritarie. Alle 10, il museo apre e si sviluppa, quindi, tutto quello che è il lavoro di gestione del museo, del personale e di coordinamento tra il piano organizzativo e il piano di azione.

Lavorare in un museo ha tutto un “dietro alle quinte” che non ci si aspetta: non c’è solamente la storia dell’arte, ci sono anche tanti altri aspetti che non si studiano ma che si imparano sul campo, come la manutenzione o le relazioni con i fornitori esterni, con chi cura e aggiorna le audioguide e con i relatori per gli incontri che si svolgono al museo, solo per fare alcuni esempi. Una giornata non è mai strutturata uguale alla precedente, ma si cerca sempre di dare l’offerta migliore possibile al pubblico.

Alessia Rodighiero tocca un display per "interagire" con un'opera proiettata sul muro.

C’è qualcosa dei tuoi anni da studentessa che hai fatto tuo e che ti stai ancora portando dietro al lavoro?

Per quella che è la mia occupazione lavorativa, sono in contatto continuo con l’Università, per cui sono felice perché gli anni che ho trascorso nelle sue aule da studentessa non sono stati solo anni di studio: ho cercato di integrarmi in tante esperienze diverse. Sono ancora in contatto con tanti miei ex docenti e succede spesso di vedersi in ambito lavorativo: incontri al museo, riunioni… Sono molto felice di questo!

Una cosa che mi porto dietro nel mio approccio al lavoro e agli studi è proprio l’idea di non considerare mai un obiettivo – come può essere un esame – come il punto finale dello studio, né la tesi come la conclusione di un percorso: lo vedo piuttosto come una spirale, un processo che continua ad evolvere. Poi nell’ambito artistico non ci si puoi mai adagiare e pensare di sapere tutto di una cosa, è un continuo. Questa devo dire che è una cosa che ho applicato negli studi e adesso mi segue anche in ambito lavorativo.

Nei corsi di Beni culturali e Storia delle arti si formano futuri professionisti di un settore, quello dell’arte, che in Italia vanta un patrimonio inestimabile. Tuttavia, questi corsi, al pari di tanti altri corsi umanistici, vengono talvolta poco valorizzati nella società. Cosa ne pensi di questa ambiguità?

È una laurea che ha la stessa validità di tutte le altre ma è più complicata perché ti vai a immettere in un mondo del lavoro molto settoriale ed esclusivo. Allo stesso tempo, però, come ho vissuto sulla mia pelle soprattutto durante il triennio, il corso di Beni culturali, essendo ad accesso libero, viene vissuto da alcuni come una soluzione di ripiego

Io ho avuto fortuna perché sono sempre riuscita a trovarmi in contesti in cui ho potuto inserirmi bene e nei quali mi sono trovata al posto giusto nel momento giusto, ma so benissimo che è una laurea che purtroppo non apre molto vie e, quelle poche, le raggiungi facendo molta fatica. Lo so, sembra un discorso scoraggiante ma io, invece, lo vedo dal lato opposto: se una persona ci crede davvero, allora l’università non è solo una sede d’esami ma un luogo dove poter fare anche tante altre esperienze. Non si è più alle superiori dove tutto ti viene dato in mano, qui c’è un potenziale di scelta molto più ampio. Bisogna metterci del proprio. L’università può essere vista come un passaggio intermedio tra l’esperienza di studio e quella del lavoro. Non è tutto così facile ma è un ponte che, se lo sfrutti bene, ti insegna come fare. Non ti dà certo tutte le chiavi di lettura, ma è proprio per questo che ci si deve mettere alla prova.

Qual è il lato bello e affascinante di lavorare a contatto con l’arte? Qualcosa che magari non arriva a chi visita un luogo d’arte provenendo dall’esterno? 

È la soddisfazione di portare a termine un progetto. Un quadro esposto può sembrarti un semplice quadro attaccato alla parete, ma vedere e partecipare a tutto quello che è il percorso per arrivare a quel punto è bellissimo. Comprendere tutto il lavoro che c’è dietro, parteciparvi e poi vedere il risultato finale e l’apprezzamento da parte del pubblico.

E poi c’è il fatto di poter avere un contatto stretto con opere che si è normalmente abituati a guardare da lontano: qui le posso vedere da vicino, creando un rapporto più intimo con ciò che di solito viene trattato con una certa sacralità.

Una curiosità: hai un’opera d’arte preferita?

Ho sempre avuto una grande passione per l’ambito dell’arte contemporanea, in particolare per il periodo dal secondo Novecento in poi. L’autore che mi ha preso particolarmente per il punto dell’ironia – e al quale ho anche dedicato anche la mia tesi magistrale – è Maurizio Cattelan, per via dell’aspetto concettuale della sua arte. Un’altra opera che mi piace molto e, di conseguenza, anche l’artista che l’ha realizzata, è Il sogno del melograno di Felice Casorati, esposto al Palazzo Maffei. Un’opera arrivata qui di recente ma che stupisce e merita tantissima attenzione. Mi affascina molto, sono fortunata a poterlo vedere ogni giorno. La corrente a cui appartenne Felice Casorati è il Realismo magico, lo potremmo anche definire come il “seguace italiano” di Klimt perché prende molto ispirazione da lui. È un nome poco acclamato ma che meriterebbe molto più rilievo.

Alessia Rodighiero posa in piedi davanti a un'opera d'arte.

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