Se Riccardo Federle oggi è ostetrico lo deve, in parte, a una compagna di banco delle scuole che per prima gli suggerì l’idea. Laureato in Ostetricia all’Università di Verona e oggi ostetrico all’Ospedale di Peschiera del Garda, Federle è convinto che un professionista debba anche andare oltre alla sua professione di ogni giorno. In ricerca di nuovi stimoli e approcci multidisciplinari, l’alumno Univr decide di assecondare il suo fascino per le Medical Humanities avvicinandosi alla divulgazione scientifica e alla comunicazione della scienza.

Ciao Riccardo, parlaci un po’ del tuo percorso di studi…

Sono originario del Vicentino e ho frequentato le scuole superiori a Bassano del Grappa. Credo che durante le superiori sia sempre difficile scegliere cosa fare nella vita: è una decisione che va presa in un momento preciso, ma che poi necessita di essere confermata – o rimessa in discussione – negli anni successivi. Una scelta che, ne sono convinto, ognuno di noi dovrebbe sentirsi libero di cambiare.

In ogni caso, la mia prima “ispirazione” verso l’ostetricia nacque proprio sui banchi di scuola. Fu infatti la mia compagna di banco a parlarmene per la prima volta: la cosa divertente è che era lei a voler diventare ostetrica, ma alla fine lo sono diventato io, e non lei!

Io mi ero orientato verso un corso di laurea che avesse a che fare con la cura o comunque orientato all’area scientifica. Quando arrivò il momento di fare i test di ammissione, scelsi come prima opzione “Ostetricia” e andò bene. L’ostetrico è una figura che tutti tendenzialmente releghiamo alla sala parto e all’evento della nascita. In realtà, è una figura professionale che fa mille altre cose di cui non siamo coscienti. La professione si scopre un po’ alla volta, prima studiandola e poi vivendola.

Cominciai a valutare l’idea di non fermarmi a ciò che una professione già è: iniziai a capire che portare avanti il mio lavoro ordinario mi stava po’ troppo stretto, così come il fatto che le mie conoscenze si limitassero solamente al mondo scientifico. Ne scaturì un primo approccio a corsi post lauream che spaziassero dall’aspetto scientifico a quello umanistico. Due sfere molto integrate tra loro, anche se non sembra.

Iniziai ad appassionarmi alla divulgazione scientifica e alla comunicazione della scienza, ambiti nei quali bisogna mettere assieme l’aspetto della lingua – giornalismo, lingua italiana, capacità di scrittura, di parlare, di raccontare – con il mondo della scienza. Decisi anche di ampliare le conoscenze rispetto alle Medical Humanities, le discipline che integrano le scienze umane e sociali con la pratica clinica e la formazione medica. Possono costituire un allargamento della frontiera delle cure attraverso la musica, il teatro, la letteratura, la scrittura, il cinema… tutti aspetti che di fatto permettono di non fermarsi a quello che una professione è e basta.

Perché non fermarsi alla sola professione?

Penso che noi come persone non siamo portate a fare sempre la stessa cosa tutti i giorni perché con il tempo diventa noiosa, scontata e faticosa da fare. In quest’ottica, credo che il percorso di studi sia un primo step ma poi, quando si inizia a lavorare, subentrano tutta una serie di difficoltà differenti rispetto al percorso di studi: è qui che dobbiamo rinnovarci senza bloccarci e aumentare le nostre possibilità è un dovere verso noi stessi. Questo modo di pensarla è stato fondamentale durante i miei studi e infatti a questo periodo è corrisposta un’effettiva crescita nella mia vita, sia dal punto di vista delle conoscenze che dal punto di vista personale. Ho notato anche un’altra cosa.

Quale?

Quando esci dalle scuole superiori pensi che studiare sia il tuo dovere e quindi lo affronti anche con poca serenità. Di conseguenza, al tuo primo percorso universitario sei ancora abituato a perseguire la performance. Poi, dai percorsi successivi, almeno nella mia esperienza, mi sono detto che quello che dovevo dimostrare lo avevo dimostrato e che da quel momento avrei iniziato a fare le cose per me. Quando ho iniziato a pensare in questo modo, le cose hanno avuto tutto un altro sapore. Penso che questi siano passaggi di evoluzione personale, non si può pretender di iniziare l’università e ragionare subito così. L’università italiana, al momento così bistrattata, ha questo senso positivo di assaporare ancora una libertà e una capacità di pensare, pur con le su criticità.

Come è nata l’idea di avvicinarti alla divulgazione?

L’idea di avvicinarmi alla divulgazione e alla comunicazione scientifica mi venne proprio in corsia. Il lavoro in prima linea, soprattutto in ambito sanitario, è un lavoro che unisce l’aspetto scientifico con quello umano. Spesso ci si ritrova a dover “tradurre” alcuni aspetti dell’ambito sanitario a persone che non hanno lo stesso bagaglio di conoscenze, ed è estremamente importante farlo. Banalmente, nessun operatore sanitario viene preparato alla comunicazione. Penso che questa sia una pecca poiché la cura passa anche attraverso una buona comunicazione: è proprio da questa convinzione che decisi di intraprendere il mio percorso nella divulgazione frequentando un master. Oggi abbiamo questo grande problema: accedere all’informazione è facilissimo, accedere alla giusta informazione è complicatissimo perché in questo mare gigante distinguere ciò che è vero da ciò che è falso è un gran problema. Siamo in un momento storico in cui virtuale è reale, per cui c’è bisogno di vivere quel mondo per evitare che possa andare alla deriva.

Come gestisci durante la settimana questo tuo doppio impegno da ostetrico e divulgatore?

Parto da una considerazione che una volta mi fece un amico: “Sant’Ambrogio diceva che se vuoi far bene tutte le cose ogni tanto devi smettere di farle”. Questa massima pone l’accento sulla pausa, necessaria quando si fanno tante cose. La mia regola è che ogni tanto mi prendo quei due o tre giorni per andare da qualche parte e staccare. Partire dalla pausa ha un importante valore di ricarica personale per poi riuscire a essere veramente performanti. Io tendo a calendarizzare molto e a incastrare tutto in base a quanto so di poter rendere in quel tipo di giornata. L’organizzazione parte da lì, riuscire a calendarizzare le attività mi permette di avere serenità nell’affrontare le cose.

La mia attività divulgativa prevede una fase preliminare di studio, alla quale segue la stesura dell’articolo, la sua rilettura e infine, anche a distanza di tempo, un controllo finale affinché risulti ben strutturato e argomentato. Anche dietro a un reel di pochi minuti c’è prima una ricerca, la stesura di uno script, il suo adattamento a una versione parlata. Solo in ultima istanza procedo con la registrazione.
Provo soddisfazione a fare tutto ciò.

A quali iniziative editoriali o testate sei legato in questo momento?

Tra altre iniziative editoriali, voglio citare La Lampada delle Scienze, che è un’associazione di divulgazione scientifica che contribuii a fondare: per i primi quattro anni ne fui anche presidente. Come in ogni realtà penso ci sia bisogno di mentalità e approcci diversi per evitare la fossilizzazione. Sono rimasto anche in questo mandato come vice presidente per supportare il nuovo presidente e dare un po’ di continuità. Qui scrivo di divulgazione scientifica a più ampio spettro e non solo di ambito sanitario.
In ambito prettamente sanitario invece, mi sono ritrovato a seguire progetti di alcune testate online con le quali ho lavorato ad argomenti come la gravidanza o la sessualità negli adolescenti.

E poi ai avuto anche esperienze televisive…

Sì, sono state esperienze legate più alla mia professione di ostetrico proprio perché essendoci una bassa percentuale maschile in questa professione, rappresentiamo delle mosche bianche. In generale, questo essere un po’ raro nel panorama ha attirato l’attenzione di alcune testate giornalistiche e qualche programma televisivo. La televisione ragiona molto come un giornale sui criteri di “notiziabilità”, quindi fa molto più specie il fatto di essere maschio in una professione prevalentemente femminile che non quello che hai da dire: in tanti contesti non ho percepito un reale interesse per i contenuti ed è per questo motivo che ho declinato alcuni inviti. In altri contesti, invece, si è voluto approfondire un po’ di più gli argomenti di mia competenza, come per esempio il programma Ci vediamo da Arianna su TV2000. Mi colpì particolarmente perché venne organizzata una tavola rotonda dove sono state fatte dialogare tra loro figure come la mia, quella di un giornalista e quella di un sacerdote, che fu anche candidato al Premio Nobel per la pace. Devo dire che è stata veramente un’occasione dove ho percepito un interesse ad andare oltre la figura professionale.

Quali sfide e orizzonti vedi sia per il tuo lavoro in corsia che per il tuo lavoro da divulgatore?

A livello sanitario, spero che ci possa essere un indirizzamento di risorse che sia congruo e significativo perché da questo settore si pretende molto senza che vengano date le giuste risorse. Al di là di questo aspetto, penso sarebbe bello rafforzare i rapporti tra istituzione sanitaria e ambito territoriale, coinvolgere la cittadinanza in percorsi che riguardano la salute e la prevenzione, tematiche spesso un po’ accantonate.

Nell’ambito della divulgazione scientifica, che è un grande mondo, spesso i progetti sono temporalmente limitati ma sarebbe bello trovare una realtà pronta a scommettere per un tempo più lungo perché permetterebbe di fare una progettazione più accurata, mirata e dettagliata consentendo di essere onnicomprensivi in quel che c’è da raccontare.

Sognando in grande, visto che oggi va molto l’idea del podcast, sto considerando con interesse anche questa frontiera. Non mi pongo limiti e penso che crederci faccia sempre la differenza. In generale, vale la pena prepararsi a tutto perché: “Quello che non succede in un anno succede in un giorno”, diceva sempre mia nonna.

Quali consigli daresti a chi studia e si sta affacciando al mondo del lavoro?

C’è un aspetto che mi ha sempre dato fastidio: quando ti viene consigliato un profilo universitario sulla base dell’offerta di lavoro. Penso che ci sia un diritto da difendere in modo importante che è il diritto a fare quello che più ci piace fare. Quindi il mio consiglio è di studiare quello che sentiamo nostro. Quando mi sono laureato io il mondo sanitario era bloccato in termini di assunzioni mentre oggi si viene chiamati dalle strutture ancora prima di aver conseguito il titolo: questo per dire che non bisogna basarsi su queste tendenze provvisorie perché il mondo del lavoro è in evoluzione importante e continua. La troverei una scorrettezza nei confronti di sé stessi andare a studiare qualcosa solo per il fatto che un corso dovrebbe darmi “più futuro” rispetto a un altro. Il futuro poi ci stupisce lo stesso.

È importante anche buttarsi e sperimentare. È necessario spaziare mentalmente e pensare che un percorso di studi non ti prepara solo a quello che viene elencato sulla pagina di presentazione del corso, ma ti può preparare anche a molto altro, a cose alle quali ancora non hai pensato.


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