
Alessio Pisanò, giornalista professionista laureato in Editoria e giornalismo all’Università di Verona, vive e lavora da quasi vent’anni tra l’Italia e Bruxelles dove ha fondato e dirige Total EU Production: società attiva nella produzione di contenuti video giornalistici con focus sulle istituzioni e le tematiche europee. Per Pisanò, che alla professione di giornalista nel tempo ha aggiunto quella di imprenditore dell’informazione, fare un’esperienza di stage o lavoro all’estero dopo la laurea è una “finestra aperta” di opportunità da cogliere.
Buongiorno Alessio, ci parli dei tuoi studi in Univr?
All’Università di Verona frequentai la triennale in Scienze della comunicazione, che peraltro fu il primo anno di questo corso in ateneo. In aula eravamo così tanti – quasi 500 – che dopo qualche mese fu necessario dividerci in gruppi! Alla triennale è seguita la specialistica in Editoria e giornalismo, anch’essa una novità per l’ateneo… Diciamo che in pratica questi corsi li ho un po’ “inaugurati” io!
Il giornalismo è sempre stato una delle tue passioni?
Contrariamente a quanto si vede nei grandi film, non ho mai avuto “il grande sogno della vita”. Da ragazzino non mi sono mai posto il problema, a dire il vero: pensavo allo sport, agli amici e alle ragazze. Ho sempre avuto la fortuna e l’abilità di riuscire – pur avendo una mentalità piuttosto razionale – a “seguire il flow”, come si dice, il flusso delle tendenze che mi interessavano. La scelta degli studi dopo il liceo fu fatta proprio con questo approccio.
A scuola andavo bene anche se risultavo piuttosto indisciplinato. Dopo la maturità iniziai a guardarmi i diversi programmi e piani di studi dei corsi universitari e mi accorsi che Comunicazione comprendeva materie che mi attiravano molto, per cui mi orientai immediatamente in quella direzione. Quando a scuola dissi che mi sarei iscritto a Comunicazione, molti furono delusi poiché si aspettavano che avrei scelto materie scientifiche o ingegneria…
Mentre frequentavi ti chiedevi già che lavoro avresti fatto dopo la laurea?
I primissimi anni di università non mi posi proprio il problema. Mi piaceva quello che facevo e studiavo. Fu verso il terzo anno che mi resi conto che il giornalismo mi attraeva: mi piaceva leggere i giornali e mi interessavo di politica. Prima della fine dell’università mandai quindi il mio CV alla redazione del quotidiano di Verona, L’Arena, che mi assunse come collaboratore: un’esperienza che mi servì per confermare la scelta della specialistica e per affiancare un po’ di pratica a ciò che di teorico stavo apprendendo all’università. Questo ha fatto sì che al termine dei miei studi accademici non sono stato “costretto” a farmi la domanda “Che cosa voglio fare?”, perché il mio percorso l’avevo già avviato.
Poi arrivò Bruxelles…
Esatto. Dopo la laurea collaborai ancora per un anno con L’Arena, dopodiché feci domanda per fare uno stage a Bruxelles per un’associazione giovanile. Mi presero per tre mesi, dopodiché approdai al Parlamento Europeo per un altro tirocinio, al quale ne seguì un terzo nello stesso ambito. Complici una serie di motivi professionali e non, decisi di rimanere nella capitale belga e iniziare a propormi come giornalista freelance. Attività non certo facile all’inizio e che negli anni maturò in video-giornalismo: un mestiere che imparai da solo negli anni, lavorando sul campo. L’attività pian piano divenne sempre più strutturata: passai dai siti web alla tv e le collaborazioni via via aumentarono. Nel 2020 decisi di fondare la società Total EU Production che oggi conta un team di sette persone ed è basata Bruxelles. Il nostro ambito principale ovviamente è quello dell’attualità nell’ambito dell’Unione Europea e realizziamo video soprattutto per soggetti media italiani: agenzie, televisioni, redazioni web di quotidiani a livello locale, regionale, nazionale.

Di Europa oggi si parla molto e (spesso) male. Cos’è Europa per te?
Per me Europa vuol dire molto. A parte gli interessi professionali – poiché l’Europa è, in una certa maniera il mio core business – l’Europa per me è un mare di opportunità, siano esse professionali, ma anche umane, sociali, goliardiche. Basta essere ricettivi, curiosi ed attivi per capirle e intercettarle. Lo si può fare ance da casa, senza per forza trasferirsi a Bruxelles, ma alzare la testa e guardare cosa c’è attorno è una grande opportunità. Anche perché abbiamo la fortuna di vivere in un continente dalla ricchezza diffusa e con uno stile di vita invidiato da molti altri Paesi e continenti nel mondo che spesso proprio per questo cercano di minacciare la nostra unità.
Torniamo alla tua storia. Dal giornalismo freelance al fondare e guidare un’azienda – per quanto nell’ambito giornalistico – è un bel “salto” …
Sinceramente nei miei anni giovanili non avrei mai pensato che un giorno sarei diventato imprenditore, ma effettivamente è quello che nel mio piccolo faccio ogni giorno. Direi che in gioventù ero anche parecchio critico nei confronti di questa professione, magari sulla base di pregiudizi un po’ ideologici e politicizzati. Con il tempo però mi accorsi che di fatto il mio modo di ragionare era molto “imprenditoriale”, anche quando non lo avrei mai identificato come tale.
Iniziai a capire che il lavoro dell’imprenditore, se fatto bene, significa svolgere un’attività, pagare le tasse, creare lavoro e contribuire alla società. Non solo: per me fare l’imprenditore vuol dire anche essere creativi, a prescindere dal settore. Come imprenditore riesco a dare sfogo a una vena creativa che è in me, e che non è quella che mi fa dipingere una tela, scolpire una statua o scrivere un romanzo, ma rendere vero un progetto. Progetto che può essere di comunicazione o informazione: è sempre creatività perché vuol dire avere un’idea, cercare di avverarla, vuol dire parlare con persone che possono fare determinate cose per quel progetto, renderlo economicamente fattibile, organizzare il lavoro con i tuoi colleghi, migliorare qualità e curarne dettagli. Tutto questo è creatività e creare cose dal nulla, e noi onestamente creiamo molte cose. Molto stancante ma mai alienante né noioso.
Avviare un’attività significa anche disporre di una “cassetta degli attrezzi” adeguata…
Certamente. Se devi pagare dei dipendenti, organizzare attività e considerare il loro impatto economico, hai bisogno di determinate conoscenze e competenze, come ad esempio sapere come realizzare un business plan. Tutte conoscenze e competenze che non rientravano nella mia formazione e che ho acquisito con il tempo, sul campo. Diciamo che, con il senno di poi, mi avrebbe giovato molto avere perlomeno un’infarinatura di microeconomia. Sono convinto che, a prescindere dal fatto che uno voglia o meno fare l’imprenditore, ci sono una serie di conoscenze, anche fiscali e di amministrazione, che tornano sempre utili nella vita di ogni giorno.

Come si svolge la tua giornata tipo?
Le mie giornate variano molto, non ho una “giornata tipo” a dire il vero. Un caposaldo della settimana però è la riunione del lunedì mattina con il team di lavoro: riunione dove pianifichiamo le attività per la settimana. Attività che, spesso e volentieri, vengono stravolte già dal lunedì pomeriggio, per quelle che sono le dinamiche di questo lavoro, difficili da prevedere.
Cosa ti porti dietro dagli studi universitari?
Tra i docenti che mi hanno lasciato il segno ricordo con grande piacere il prof. Michelangelo Bellinetti, scomparso nel 2016. Lo scelsi come relatore per la mia tesi. Ricordo che andavo nel suo studio, dove lui mi parlava per ore e io sostanzialmente ascoltavo. A volte mi inserivo, pur rendendomi conto del fatto che le mie osservazioni non fossero assolutamente interessanti e all’altezza delle sue considerazioni. Ogni volta uscivo dallo studio con tante idee nella testa. Oggi devo dire che devo certamente a lui il fatto di essermi orientato verso uno stage a Bruxelles. Una scelta che certamente ha avuto un grande impatto nella mia vita.
Che consiglio daresti a chi si sta laureando?
Essere troppo lineari – il famoso percorso “liceo, università, stage, lavoro” – a volte può essere misleading. Se fai qualcosa mentre studi puoi orientare i tuoi studi in modo da scegliere la tua magistrale, ad esempio, sulla base di criteri un po’ più concreti. In altri Paesi, come in Danimarca, i ragazzi dopo il liceo fanno l’anno sabbatico dove studi, ti diverti e capisci cosa ti può interessare fare in futuro.
Non solo: dopo quasi vent’anni di vita all’estero mi sento di poter dire che vale assolutamente la pena guardare oltre i propri confini. Non per esterofilia o perché in Italia non si possa vivere bene, ma perché un periodo all’estero come uno stage sono convinto sia un’esperienza utilissima sotto molteplici aspetti. Dal punto di vista personale certamente, ma anche perché in questo modo ti si possono presentare idee nuove e ti si possono accendere tante “lampadine” nel cervello che, rimanendo fermo nella tua realtà, non si accenderebbero perché troppo presi dalla routine quotidiana. A parer mio non ci dovrebbe essere la fretta di laurearsi o di trovare immediatamente un lavoro. Prendersi sei mesi o un anno per uno stage all’estero – anche in organizzazioni o aziende non per forza blasonate o celebri – a parer mio non è una perdita di tempo ma una vera e propria “finestra aperta” sul mondo.

Segui Alessio Pisanò su LinkedIn
