Il mio Expo Dubai: un’esperienza indimenticabile che mi ha permesso di ampliare i miei orizzonti, conoscere nuove culture e farmi crescere umanamente e professionalmente

Quando son venuto a conoscenza della possibilità fornita dall’Università di Verona di poter essere un ambasciatore dell’Italia nel mondo, in un contesto internazionale come Expo 2020 Dubai, ho deciso che questa sarebbe stata l’esperienza ideale con cui concludere il mio corso di studi, una rivincita personale dopo la negata possibilità di svolgere un semestre di studio all’estero a causa della pandemia globale. 

Nel candidarmi non ero per nulla certo di poter essere selezionato, vista la competizione e l’importanza del progetto. Tuttavia, avevo già deciso che qualora fossi stato selezionato, avrei sfruttato questa opportunità anche per scrivere un elaborato di tesi magistrale che si fosse basato su un’esperienza concreta: questo era  ilmio desiderio sin dall’inizio del mio percorso di studi specialistici. 

Visitando il sito di Italy Expo 2020 numerose volte, cresceva in me la convinzione che Padiglione Italia sarebbe stato il posto giusto per esprimere le proprie capacità linguistiche e relazionali, un’occasione unica per conoscere e osservare in che modo il “Sistema Italia” si propone all’estero, attraverso quali strumenti sviluppa le relazioni commerciali, diplomatiche, culturali. Questo sogno è diventato realtà quando ho saputo di essere stato selezionato tra gli oltre 3.000 studenti candidati. Vedere il mio nome tra quei 60 studenti vincitori onestamente è stata una grande soddisfazione. La mia avventura come volontario è iniziata ufficialmente il 29 dicembre 2021 con l’attivazione di un percorso di preparazione caratterizzato da incontri online in cui ho conosciuto gli altri volontari e mi sono state presentate le principali figure operanti all’interno del commissariato italiano per la partecipazione italiana a Dubai. 

I 3 mesi che ho passato come volontario di Padiglione Italia a Dubai sono letteralmente volati, in quanto ogni giornata è stata piena di emozioni. Attraverso questa esperienza ho potuto conoscere un gruppo di gente fantastica, i miei colleghi volontari, studenti provenienti da tutta Italia, i quali mi hanno insegnato molto e con i quali si è formato un bellissimo rapporto che ovviamente continuerà al termine di Expo. Posso dire che grazie a quest’ottimo legame i volontari di Padiglione Italia hanno svolto un ottimo lavoro, presentando una brillante immagine del futuro del Paese. 

Tornando a me, attraverso questo stage ho potuto perfezionare le mie capacità linguistiche, interpersonali e ho avuto l’opportunità di approcciarmi ad altre discipline e acquisire nuove competenze potendo osservare le diverse modalità di promozione del “Sistema Italia” ad Expo. Essere volontario di Padiglione Italia mi ha permesso di conoscere persone interessanti, esperti comunicatori e importanti figure professionali che hanno voluto condividere la loro storia personale, diventando delle fonti di ispirazione. 

Infine, posso dire con certezza che questa è stata un’esperienza indimenticabile che mi ha permesso di ampliare i miei orizzonti, conoscere nuove culture e farmi crescere umanamente e professionalmente.

Andrea, studente di Lingue per la Comunicazione Turistica e Commerciale – Relazioni Commerciali Internazionali
Instagram:
@andrea_ponsini

Ricordi del mio semestre a San Pietroburgo

Questi giorni così drammatici della nostra contingenza mi portano a pensare che, solo tre anni fa, mi trovavo davanti alla stessa fermata della metro dove oggi migliaia di russi stanno manifestando contro la guerra in Ucraina. Nel 2019, infatti, sono partita per San Pietroburgo, tramite il progetto Worldwide Study dell’Università di Verona. 

Ai telegiornali e sui social, continuo a intravedere scorci della città in cui moltissime persone si trovano in coda agli sportelli bancari e ai negozi che si stanno via via dissolvendo. Sono gli stessi negozi in cui io, le mie amiche e amici andavamo spensierati alla ricerca di sconti durante i lunghi pomeriggi di inverno. Soltanto tre anni fa, a San Pietroburgo, la Nevskij era popolata da stranieri, turisti, ma anche studenti internazionali come noi. Noi che abbiamo scelto questa meta nonostante i timori e i pregiudizi dei nostri conoscenti, che già allora non erano troppo entusiasti che andassimo a vivere per cinque mesi in un paese così “particolare”. “Davvero andrai in Russia? Stai attenta…” per citarne una. Nonostante questo, noi abbiamo scelto proprio questa destinazione così inusuale, per vari motivi: c’era chi voleva migliorare la lingua russa, chi voleva studiare in una delle più prestigiose università della Russia, chi era semplicemente attratto da questo paese dalla cultura così affascinante. Ricordo ancora il momento in cui sono arrivata all’aeroporto, dove mi aspettava la mia amica russa Anna, e il tragitto in taxi che mi avrebbe portata nella mia prima casa, un appartamento in una delle vie più note della metropoli. La neve sulle strade e le luci delle insegne “Ресторан” (ristorante) mi avevano già incantata dal finestrino oscurato del taxi. Ricordo molto bene anche l’ultima notte a San 

Pietroburgo, in cui mi aggiravo senza meta sotto quel cielo blu chiaro ammirando la Neva, l’Ermitage e la statua fiera di Pietro il Grande, con il vento tra i capelli e gli occhi lucidi, perché i miei piedi volevano rimanere sui marciapiedi su cui Rakol’nikov, Nureyev e Čajkovskij avevano passeggiato anni e anni prima. 

I ricordi di questa esperienza indimenticabile sono tanti, non solo dei luoghi che ho visitato e dell’immensità culturale che questa città mi ha trasmesso, ma anche delle persone che ho incontrato. Oltre alle amicizie nate in quel periodo con giovani russi e non solo, ci sono tanti uomini e tante donne che sono rimasti impressi nella mia mente e nelle note del mio iPhone, in modo che con il passare degli anni io non mi dimentichi mai di loro. Era gente comune, musicisti (bravissimi) di strada, clochards che sedevano immobili sui marciapiedi nel gelido inverno, con accanto a sé un piccolo bicchiere con dentro qualche rublo, donne e uomini che osservavo durante i tragitti in metropolitana. Erano personaggi che, appena sentivano me e il mio amico Adriano parlare in italiano, ci guardavano con ammirazione e che, più di una volta, si sono offerti di aiutarci a ordinare o semplicemente si sono fermati a conversare con noi. Ancora, ricordo quella volta in cui la nostra professoressa di russo, Svetlana, chiese a noi studenti internazionali di aiutarla durante le sue lezioni di conversazione inglese rivolte a dei ragazzini russi. Ad un certo punto della lezione, Svetlana chiese loro di cantare per noi la celebre canzone sovietica Katjuša: rimasi ancora una volta con gli occhi lucidi di fronte a quei giovani così educati, composti e intonati che cantavano per noi una canzone così potente. 

Sulla mia scrivania su cui sto scrivendo in questo momento, ci sono due matrëške, un libretto illustrato con delle poesie di Puškin, una versione in russo del libro “La valigia” dello scrittore Sergej Dovlatov e tanto altro. Questo mio breve racconto, oggi, riflette senza dubbio un sentimento di nostalgia per queste memorie russe, ma allo stesso tempo vuole trasmettere un messaggio positivo nei confronti della Russia, in quanto popolo russo e cultura russa, di fronte agli episodi di russofobia che stanno dilagando sempre di più. Spero che la parola pace, (мир in russo, che ha come altro significato quello di “mondo”) subentri il prima possibile al suo contrario e che inizi una nuova pagina della storia.

Irene, laureata in Lingue per la comunicazione turistica e commerciale, attualmente studentessa “Percorso formativo 24 cfr”

Instagram: @irinaannaloro96

Comunicare sostenibile, Univr for SDGs

Come definirei il XXI secolo? Insostenibile, senz’ombra di dubbio. Ma anche il momento giusto per agire nella direzione di un cambiamento concreto. 

Ho sempre visto la comunicazione come un elemento cruciale nelle nostre vite: ogni giorno, più o meno volontariamente, comunichiamo, riceviamo messaggi, interpretiamo ciò che ci circonda. Forse è un po’ questo il motivo che mi ha spinta a scegliere il mio corso di laurea: credo fermamente nelle potenzialità della comunicazione, strumento che, se utilizzato nel modo giusto, può determinare risposte significativamente positive da parte di chi riceve i nostri contenuti. Spesso, tuttavia, quando si pensa al tema comunicativo lo si connette implicitamente a tutta quella retorica legata al marketing “di facciata”, al greenwashing, alle tecniche finalizzate a persuadere il consumatore a comperare cose di cui non ha bisogno, sostenendo, in questo senso, un lifestyle all’insegna del consumismo. 

Mi sono sempre piaciute le sfide, e credo che la mia sfida sia proprio quella di dimostrare che la comunicazione può essere molto più di questo. Un paio di mesi fa ho avuto la fortuna di conoscere Francesco Molfese, studente di Filosofia e presidente dell’Associazione Univr for SDGs. Tale realtà mi ha, chiaramente, fortemente incuriosita, anche se doveva, di fatto, ancora nascere. Fu così che, nel giro di pochissimo tempo, sono diventata il braccio destro di Francesco: siamo sulla stessa linea d’onda, ed è facile per noi collaborare. Abbiamo lavorato intensamente per l’associazione, che sta, giorno dopo giorno, crescendo sempre di più, anche e soprattutto grazie al supporto che la RUS (Rete delle Università sostenibili) dell’Università di Verona ci sta offrendo. Attualmente siamo una decina di associati e abbiamo dei ruoli, necessari dal punto di vista prettamente organizzativo, perché questo ci consente di gestire meglio i compiti da ripartire tra noi: io, nello specifico, sono vicepresidente e PM Coordinator; dunque, mi occupo di supportare Francesco nelle varie attività nelle quali l’associazione è implicata e sovrintendo a diversi progetti, coordinando le nostre risorse. Sì, tra le varie cose – e le mie colleghe e colleghi di corso potranno confermarlo – sono a dir poco una maniaca dell’organizzazione. Questo per dire che, in Univr for SDGs, ognuno riveste una posizione legata alle proprie passioni, un talento o un’attività nella quale si vuole cimentare. Per noi è importante metterci in gioco per sensibilizzare sui temi dell’Agenda 2030 gli studenti e le studentesse, e lo facciamo divertendoci: al di là dei ruoli, collaboriamo tutti assieme sotto ogni punto di vista ed è dal nostro piccolo, dal luogo dove passiamo le nostre giornate, ovverosia l’Università, che pensiamo di dover partire. A parer mio la forza del nostro gruppo sta proprio nel rapporto di amicizia che si sta creando tra noi nonché nella fermezza con cui crediamo nella sostenibilità. Penso che la comunicazione sia essenziale per scatenare un cambiamento: un cambiamento per il pianeta, per la società, per noi stessi.

Elena, studentessa di Scienze della Comunicazione
Instagram: @elenapettenon | Instagram “Univr for SDGs”: @univrforsdgs

Il mio Expo Dubai: un incontro con mondi nuovi e diversi

“Da pochi giorni ho concluso la mia esperienza di stage ad Expo 2020 Dubai. Sono venuta a conoscenza del progetto grazie all’Università di Verona, che ha pubblicato il bando ad inizio 2021 e ho deciso di candidarmi e tentare la selezione., che richiedeva in particolare alte competenze linguistiche, preferibilmente precedenti esperienze all’estero ed una lettera motivazionale. 

Le ragioni principali che mi hanno spinto a candidarmi sono state la mia costante necessità di approcciarmi a mondi nuovi e diversi – ragione per cui in fondo ho scelto il percorso di studi con focus sulle relazioni internazionali – il desiderio di rappresentare il mio Paese e promuoverne la ripresa – in particolare dopo averlo visto lacerato dalla piaga Covid negli ultimi anni – e la necessità personale di imparare, crescere e sperimentare in un contesto mondiale. 

Le candidature si sono concluse con più di 8500 ragazzi e ad aprile 2021 sono uscite le graduatorie, dove ho scoperto di essere stata selezionata come ambasciatrice digitale insieme ad altri 59 studenti provenienti da tutta Italia. La formazione inizialmente è avvenuta in DAD per poi seguire con gli ultimi 15 giorni in presenza a Dubai, dal 1° ottobre 2021 è poi iniziata Expo e da lì anche il lavoro vero e proprio sul campo. 

I ruoli principali che ho svolto sono stati: la preparazione dello storytelling del padiglione, la gestione del percorso espositivo con tour guidati per ospiti nazionali ed internazionali, attività di public speaking e set on stage, l’organizzazione e partecipazione ad eventi e la collaborazione con diverse funzioni del commissariato tra cui la funzione ‘institutional’ che si occupa della gestione degli eventi internazionali e del contatto con tutte le istituzioni italiane e non aderenti ad Expo e la funzione ‘business’ che riguarda la gestione degli sponsor, partner e stakeholder del padiglione Italia. 

Questa esperienza mi ha arricchito sia dal punto di vista personale che professionale: mi ha permesso di conoscere e mettere in pratica le lingue che ho studiato, relazionarmi con nuove persone e culture oltre che venire a contatto con il grande mondo degli scambi internazionali.  Ho avuto modo di capire le logiche di collaborazione economica, sociale e politica, apprendere protocolli e procedure internazionali, aver voce in meeting internazionali e soprattutto promuovere il mio Paese all’estero. 

Nonostante sia innegabile il fatto che l’esperienza sia stata totalizzante sia dal punto di vista fisico che mentale, raccomando a qualsiasi studente non solo di partecipare a quanti più progetti Erasmus possibili ma anche di tentare le traineeships all’estero, poiché venire in contatto con un mondo del lavoro diverso da quello italiano aiuta a sviluppare un maggior pensiero critico, imparare come mediare ed essere tolleranti, capire quali siano le vere competenze da acquisire e soprattutto capire come fare la differenza sia nella propria vita personale che nella futura carriera lavorativa. “

Elisa, studentessa di Lingue per la Comunicazione Turistica e Commerciale 
Instagram:@e.isonni 

Il giro del mondo a piedi continua… in Ecuador

“Qua fa freddissimo, la notte soprattutto, si gela”

“Cavolo… Ma… Freddo, freddo quanto? Che temperatura?”

“Eh, freddo forte amico, la notte arriva a 15 gradi!”

“…”

L’Ecuador è una strana terra. È uno stato ricco con gente povera che si diverte ballando musica triste. Il paese siede a cavalcioni sulla linea dell’equatore ma anche qui c’è diritto al freddo, quindi per i suoi abitanti è lecito battere le brocche con dieci gradi. Ah, un’altra cosa: a nessuno piace camminare. Quando chiedo quanto ci voglia per arrivare al mercato, mi dicono che è lontano, lontanissimo, devi prendere un mototaxi. Ma lontano, quanto lontano? Uuuh a piedi fino a la saranno cinque, anche dieci minuti! 

Sorrido, che altro dovrei fare? Confermo che andrò a piedi e mi diverto a vedere le loro facce stupite quando spiego perché non prendo mezzi: sto facendo il giro del mondo a piedi.

Mi chiamo Nico ed un anno fa sono partito per realizzare il mio sogno. Perchè proprio a piedi? Quando si viaggia si cerca qualcosa che normalmente non riusciamo ad afferrare, un elemento che sfugge alla quotidianità e che per questo diventa tanto prezioso quando lo troviamo. Lentezza, se penso a qualcosa che manca nella vita di tutti i giorni è: lentezza. É la chiave per accedere ad un contatto speciale con luoghi e persone, è la qualità che permette di costruire storie ed esperienze che un giorno si chiameranno ricordi. Camminare è il modo più naturale per spostarsi da un luogo all’altro, si avanza ascoltando il ritmo del corpo, seguendo quello del giorno: perchè non avviarsi così, alla scoperta del nostro pianeta?

Il 9 Agosto del 2020 ho chiuso la porta di casa dietro di me e cominciato a camminare: nei primi caldi ed assolati giorni in Italia ho attraversato Pianura Padana ed Appennino Tosco-Emiliano, all’altezza del passo del Lagastrello. Mi sono poi diretto lungo la costa ligure fino a giungere al confine francese, passando Ventimiglia e proseguendo lungo la riserva della Camargue ed il Canal du Midi, un magnifico canale fluviale che taglia la Francia collegando Mediterraneo ed Oceano Atlantico.  A seguire, i Pirenei, i 30km più duri di tutta l’Europa. Arrivato in Spagna, ho percorso il Cammino di Santiago e la Via de la Plata fino a Palos de la Frontera, città dalla quale mi sono imbarcato per le Canarie alla ricerca di un passaggio in barca per le Americhe

Dopo un mese di ricerche, sono riuscito a trovare un catamarano di 12 metri ed ho attraversato l’Atlantico in un lunghissimo mese di alienante distacco dal mondo umano. L’equipaggio si è sciolto all’arrivo, proseguo da solo alla volta di Panama, dove collego gli Oceani Atlantico e Pacifico camminando lungo l’istmo. In questo modo, è come se il cammino interrotto in Spagna fosse ripartito, senza interruzioni, dall’altro lato del mondo

Giungo a Quito verso la fine di marzo 2021, sono più di sei mesi che ho lasciato casa, a Vicenza. L’arrivo alla capitale ecuatoriana è il migliore che potessi sperare perché sono ospite da una famiglia che mi spiega storia, geografia, politica ed usi e costumi del loro paese – regalandomi anche qualche informazione sul resto del continente. Ho incontrato Alejandra, Melissa e Caro su Couchsurfing, una piattaforma che permette a chi ha un divano libero di ospitare i viaggiatori come me, in cerca di un contatto immediato ed autentico con la realtà locale. È grazie a loro che comincio a familiarizzare con le dinamiche latinoamericane e quando, dieci giorni dopo, lascio la loro casa per incamminarmi verso sud, sono molto più tranquillo e pronto ad affrontare i 7000km che mi separano da Santiago del Cile, la meta di questo continente.

Prima di scendere, però, mi concedo 250km di passeggiata a nord, alla volta di Otavalo, Ibarra e Cayambe, nel pieno delle Ande Ecuatoriane. Le ragazze me ne avevano parlato con occhi sognanti, quindi decido di esplorare la regione. Ad un paio di giorni di cammino da Quito, il paesaggio cambia, lasciando emergere colossi di quattro e cinquemila metri di fianco alla strada: sono il ghiacciaio Cayambe ed il picco Imbabura. Le Ande cominciano a stregarmi e mentre giro lentamente attorno all’Imbabura – mi ci vogliono quasi due settimane – faccio conoscenza dell’ospitalità e della cucina andina, un mix di patate, yuca e stranezze come il porcellino d’india! Scavallo un paio di volte il parallelo zero, poi torno verso Quito e proseguo il cammino verso il vulcano Pululahua, dove mi fermo a campeggiare. Lo sapevate che è uno degli unici due vulcani al mondo con un villaggio al suo interno? Nel gigantesco cratere regna una pace immensa, i contatti con l’esterno sono ridotti al minimo: l’unica strada che scende al pueblo non è asfaltata e le reti cellulari non prendono. È un posto perfetto per stare con se stessi.

Lascio il vulcano una settimana dopo, con una vena di malinconia, ma sento che il cammino mi chiama. Comincio la vera e propria discesa, passando da 2800 metri al livello del mare in pochi giorni, fino a toccare l’oceano stesso, all’altezza di Manta, il porto sul Pacifico più grande del paese. Qui un violento mal di stomaco frutto di un ceviche non proprio fresco mi blocca per qualche giorno; è la prima volta che sto veramente male da quando sono partito e tutto sommato fino ad allora mi era andata di lusso. Fortunatamente ho un posto dove stare, così in un paio di giorni riesco a recuperare le forze e ripartire.

Piano piano, cammino lungo la costa, scendendo la Ruta del Spondylus. La strada prende il nome dall’omonima conchiglia, lo Spondylus, che nell’America precolombiana aveva una valenza sacra. Quando cambiava il clima e si avvicinava la stagione delle piogge, questa conchiglia arrivava alla costa, segnando l’inizio della stagione della fertilità – dunque, nuova vita. Ancora una volta, sono stupito dall’ospitalità ecuatoriana: quando chiedo se posso mettere la tenda nei pressi di una casa, la risposta affermativa arriva già al primo, massimo secondo tentativo. Il Manabi – così si chiama questa regione – è famoso anche per la cucina. A parte il ceviche, che ora evito con gran attenzione, qui si prepara l’encebollado, una sorta di zuppa di cipolle, pesce e… Arachidi! Il frutto viene messo un po’ in tutti i piatti e dopo l’iniziale perplessità, l’abbinamento mi conquista. 

Arrivato a Santa Elena, giro verso est alla volta di Guayaquil, seconda città del paese. Per qualche giorno mi accoglie Marcelo, conosciuto durante l’Erasmus in Spagna. Mentre chiacchieriamo di fronte all’ennesima, squisita zuppa di pesce, mi dice che alle Galapagos stanno vaccinando in massa. Potrei avere un’opportunità, magari qualcuno rinuncia e rimangono dosi disponibili. L’idea mi alletta e ovviamente un giro alle Galapagos dev’essere tutto fuorché brutto. Marcelo mi informa che parte della sua famiglia è lì e che potrebbe ospitarmi per tutta la permanenza. Non ci penso più di tanto: il pomeriggio stesso prenoto il volo per le isole. Prima di andarci, però, passo da un’altra vecchia conoscenza, Juan Pablo, incontrato in Australia mentre lavoravo a Melbourne. La sua famiglia, neanche a dirlo, mi accoglie come un figlio e sento di essermi definitivamente e perdutamente innamorato di questa terra e delle sue genti. Il padre, Pablo, mi passa una lista di piatti nazionali che devo assolutamente provare. Scorro l’elenco assieme a lui, spuntando i cibi già provati. Con una nota di orgoglio, concludo di essere oltre la metà e Pablo si propone di aiutarmi facendomi provare altre specialità finché sono a casa loro.

Debitamente rifocillato, prendo il volo per San Cristobal, Galapagos. Dopo essermi installato a casa di Vilma, Alejandra e Rosalia, vado a fare la coda per il vaccino, ma ricevo un due di picche. Fortunatamente, il giorno successivo ha un lieto fine e riesco a vaccinarmi. Per ricevere la seconda dose la permanenza sull’isola si allunga a  quattro settimane, cambiando ancora una volta i piani che avevo in mente. Poco male, ho tempo di recuperare le forze e quando torno sulla terraferma sono pronto per ripartire verso il Perù. Attraverso la provincia di El Oro, una gigantesca piantagione di banane a perdita d’occhio, e giungo a Zaruma. Da qui, scendo verso il confine di Lalamor, dove giungo a metà luglio. Nel frattempo, il visto ecuatoriano è scaduto ed il suo rinnovo mi ha fatto riflettere sul leitmotif di questo viaggio: la lentezza. 

Pensavo di fermarmi in Ecuador un mese, il tempo di attraversarlo lungo 1000km di cammino. Ora che ne esco, mi guardo indietro e vedo quattro mesi e decine di storie che hanno arricchito un percorso molto più intenso di quanto potessi immaginare. Ci sarebbero decine di storie da raccontare: il piacere di scambiare quattro chiacchiere nella nostra lingua con i ragazzi di Operazione MatoGrosso incontrati lungo la costa manabita; la disponibilità di Christian prima e Luca poi, che mi danno un tetto durante i weekend di lockdown totale; i consigli di Jilmar, che portano un cambiamento radicale nella distribuzione delle energie durante le giornate di cammino; le creme al mentolo di Ianela e Pato, che ancora oggi, in Perù, alleviano la tensione dei tendini stressati. 

La lentezza è stata la chiave per scoprire le persone che hanno arricchito questo viaggio, rendendolo un’esperienza ricca di insegnamenti e ricordi piuttosto che una guida turistica dei posti più belli dell’Ecuador. Mi avvicino al Perù grato per le settimane passate qui, un tempo meraviglioso che mi ha portato ad innamorarmi sinceramente di queste terre.

Il giro del mondo a piedi prosegue alla volta del Perù, il cui confine terrestre è ancora chiuso… Come farò ad attraversarlo?

Se volete camminare con me attorno al mondo, seguite @pieroad____ su Instagram!”

Nicolò, laureato in Economia aziendale
Instagram: @pieroad____

Computer grafica: dalla mia passione alla “Miglior tesi magistrale”

“Quando il relatore mi propose l’argomento della mia tesi magistrale, ne fui subito entusiasta. Il principale motivo per cui mi ero iscritto al corso di laurea in Ingegneria e Scienze informatiche era stato proprio quello di poter lavorare in ambito di Computer grafica, una disciplina affascinante. Una volta trovatomi verso la fine del mio percorso di studi, potevo finalmente affrontare un tema di ricerca recente in quel settore: l’inverse spectral geometry. Il mio obbiettivo era quello di generare un qualsiasi oggetto 3D a partire dal suo “suono”, come per esempio la forma di un tamburo partendo dal semplice suono emesso dallo strumento.

Dopo una prima sessione di brainstorming con il relatore e il correlatore, iniziai subito a lavorare agli esperimenti carico di aspettative. Collezionai i dati su cui testare il mio metodo, definii il modello di rete neurale necessario a risolvere il problema, scrissi il programma per eseguire gli esperimenti e infine li feci partire.

Non sempre i risultati ottenuti erano quelli sperati, ma grazie al supporto del mio relatore e correlatore e a una buona dose di volontà riuscii a ottenere quello che volevamo.

Una volta terminati gli esperimenti, passai alla parte per me più noiosa e meno emozionante: la stesura su carta del frutto dei miei mesi di studio. Alla fine completai il lavoro con il titolo: “Data-driven inverse spectral geometry: learning to generate shapes from multi spectra”.

Essere arrivato alla fine del mio percorso di studi universitari con una tesi di cui andare fiero, era per me già un traguardo enorme; rappresentava la ricompensa di tutte le fatiche passate durante i precedenti anni di studio ed esami. Quando poi, 3 mesi dopo la proclamazione della mia laurea, ricevetti per email la notizia di aver ottenuto il premio “Matteo Dellepiane” per la miglior tesi magistrale in Computer grafica, feci fatica a crederci. Avevo inviato la candidatura qualche giorno dopo il conseguimento del titolo, sotto consiglio del mio relatore e del mio correlatore, senza però troppe speranze. Invece, i miei sforzi vennero apprezzati anche dalla comunità di Computer Grafica Italiana. Questo è per me il miglior riconoscimento mai ottenuto.

E anche dopo aver presentato la mia tesi durante la premiazione di STAG 2021, ancora non me ne rendo conto.

Riguardando il percorso che mi ha portato a questo momento di profondo orgoglio, provo molta gratitudine nei confronti delle persone che mi hanno sostenuto durante il mio percorso di studi, dalla mia famiglia e amici al mio relatore e correlatore. Spero che questo possa essere per me l’inizio di un produttivo percorso di ricerca in quella che è sempre stata la mia compagna di viaggio: la Computer grafica”.

Marco, laureato in Ingegneria e Scienze informatiche

Instagram: @mpek639

Dove si colloca una filosofa? Cosa può dare o fare per una città? La mia maratona del Pensiero

“Nel corso degli studi può accadere di perdersi e faticare a trovare la strada che conduce al processo di emancipazione professionale. Pericolo ancor più incombente se si viene, come me, da un percorso di studi filosofico, perché ci si può smarrire nei vorticosi pensieri, aprirsi alle molte possibilità, senza però aver il coraggio di attualizzarne alcuna. Per questa ragione mi è stata di fondamentale importanza l’occasione del tirocinio universitario che l’Università degli Studi di Verona ci accorda, permettendomi di approfondire, verificare ed ampliare l’apprendimento ricevuto nel percorso degli studi e soprattutto darne poi un’immediata applicazione pratica orientata al mondo del lavoro.

Due le domande a cui cercavo risposta: Dove si colloca una filosofa? Cosa può dare o fare per una città? Il Festival Filosofi Lungo l’Oglio mi ha aiutato a rispondere a queste interrogazioni, a quale possa essere un’ubicazione di privilegio per la filosofia sul territorio da un punto di vista pratico. È stato proprio un certo desiderio di agire, di mettermi in gioco ad avermi spinta ad inviare la mia candidatura a questo ente, poiché credo in una filosofia pratica, che guarda alla persona e dunque alla polis.

Sono onorata di aver avuto la possibilità di collaborare a questa importante iniziativa filosofica-culturale-sociale, sia perché si tratta di conferenze di filosofia sostenute tra i più illustri pensatori del nostro tempo, sia perché tale Festival si muove nei territori a me più cari tra il Bresciano, Bergamasco e Cremonese, ossia in quei piccoli paesini della Pianura Padana in cui io stessa sono nata e cresciuta. Luoghi spesso emarginati al loro stato d’abbandono, ma che in questo Festival si sono resi protagonisti in un riscatto culturale e di comunità. Il Festival è, infatti, definito “nomade” poiché si innerva non solo in grandi città già perfettamente attrezzate ad accogliere eventi di questo tipo, ma predilige luoghi intimi, più piccoli spesso esclusi da ogni iniziativa: una scelta coraggiosa per un Festival di rilevanza nazionale.

Aver contribuito a portare la cultura nelle periferie è stato un compito complesso, ma del tutto soddisfacente. Ho compreso l’importanza del filosofo come agente di mediazione culturale: colui che occupa uno spazio interstiziale tra la società civile e le istituzioni, creando occasioni di scambi, contaminazioni e sinergie. Come mediatrice culturale il mio ruolo – insieme a quello del mio straordinario team – è stato promuovere il dialogo ed il confronto: gli unici strumenti e codici con cui è possibile aprirsi all’altro per creare nuovi simboli culturali condivisi. Lavorare filosoficamente in questi territori ha significato porre l’attenzione alle esigenze dei cittadini, soprattutto legate alla scomparsa di spazi comuni di interazione e di socialità.

Il Festival ha rimesso al centro la filosofia vitale e la periferia da un punto di vista storico, culturale e sociale, riportando le piazze – ormai svuotate sia da processi di decentramento urbanistico sia dalla pandemia – al loro antico vigore. È stato sorprendente ed emozionante osservare come la filosofia abbia una tale carica attrattiva, anche in quei paesini che ho sempre considerato pragmatici, duri, laboriosi e che avvertivo come realtà soffocanti. Ora, dopo il Festival li osservo sotto uno sguardo differente: quello della possibilità. Vedere le piazze gremite di gente per ascoltare di filosofia mi ha dimostrato quanto ci sia un reale bisogno di contenuti, di testimonianza, d’incontro. Qui si gioca la partita della filosofia: rispondere alle esigenze sociali straordinariamente concrete e problematiche.

Oltre la nobile missione del Festival, ciò che mi ha spinto fortemente alla candidatura a questo tirocinio è stata la figura della professoressa Francesca Nodari: direttrice scientifica del Festival Filosofi Lungo l’Oglio e presidentessa della Fondazione che sostiene il Festival. Una testimonianza che smentisce gli stereotipi correnti che vorrebbero le donne appiattite sulla loro immagine, piuttosto che sulla loro mente. La Sua storia come donna, filosofa e natia dei miei stessi paesini agricoli e provinciali, mi è stata da stimolo a rifuggire ad un certo vittimismo e paura che mi paralizzavano, incoraggiandomi a lavorare tenacemente per divenire protagonista della mia storia.

È stato un percorso e un lavoro di grande soddisfazione poter investire le mie competenze raggiunte in tanti anni di studio in un’istituzione così prestigiosa, operando proprio nei luoghi del padano, a cui nel bene e nel male sono debitrice. Inoltre, questa esperienza mi ha dato la misura e l’occasione di poter vedere effettivamente come il pensiero e la filosofia possano essere tradotti in prassi, per trovare una strada e dar forma al mondo in cui viviamo.

Il tirocinio universitario è stato una “maratona del pensiero”: un viaggio di conoscenza di me stessa e di riconoscenza verso i luoghi in cui sono nata, al mio esser donna ed alla filosofia”.

Paola, studentessa in Scienze Filosofiche

Instagram: @paolalovegood

Premio Andrea Vaona: un riconoscimento inatteso

“Quando, in una torrida mattinata siciliana di metà luglio, una e-mail proveniente dall’Università di Verona mi informava del conferimento del Premio Tesi di Dottorato in memoria di Andrea Vaona, ammetto di non aver pienamente afferrato, sul momento, cosa fosse successo. Avendo trasmesso la domanda di partecipazione svariati mesi addietro, su input di uno dei miei supervisor e in pieno spirito decoubertiano, ed essendo pienamente preso dai miei tanti impegni quotidiani, neppure ricordavo di essere “in lizza” per l’attribuzione di un premio. Va da sé che, una volta riannodate debitamente le fila della storia, sorpresa e soddisfazione sono emerse quali sensazioni prevalenti. Il pensiero che il mio lavoro, valutato da un collegio di docenti e ricercatori di rilievo, fosse stato ritenuto degno di un riconoscimento così ragguardevole, mi ha reso, una volta tanto, soddisfatto di me stesso – sentimento a cui non sono particolarmente avvezzo.

Il resto è cronaca più recente. Durante la mia due-giorni in terra Scaligera ho avuto modo, da un lato, di contemplarne alcune bellezze mozzafiato, in un pomeriggio di fine settembre semplicemente magnifico; dall’altro, il mattino seguente, di restare ammirato dalla sontuosità dell’edificio ospitante il Dipartimento di Scienze Economiche – all’interno del quale sono stato calorosamente accolto sia dal personale tecnico-amministrativo che dal suo Direttore e Vicedirettore.

Confesso che, nelle prime fasi della cerimonia di premiazione, malgrado fossi seduto in prima fila, ogni qualvolta veniva pronunciato il mio nome, la mia impressione era che si stesse parlando di qualcun altro – tanto era ancora radicato in me lo stupore per quanto accaduto. Senonché, nel momento in cui sono stato chiamato in causa per presentare agli astanti i risultati della mia ricerca, forse sospinto da quella stessa passione che aveva sempre animato Andrea Vaona, e vividamente rievocata dai familiari presenti, ho finalmente realizzato e tutto è proseguito per il meglio.

Di questa speciale vicenda, oltre agli innumerevoli attestati di stima ricevuti, porterò sempre con me le parole toccanti e lo sguardo della moglie di Andrea Vaona. Nei suoi occhi ho potuto cogliere un messaggio che – spero – fungerà da bussola per il mio futuro, non solo in ambito accademico: la memoria non si guadagna per ciò che si è materialmente realizzato; al contrario, come testimoniato dai tanti parenti e amici intervenuti all’evento, il merito del ricordo va ricercato nello spirito che guida il nostro agire e nella capacità di illuminare, lasciando anche solo un riflesso, col nostro entusiasmo, chi ci sta accanto”.

Antonio Francesco, assegnista di ricerca dell’Università di Palermo

Instagram: @afgravina

A Tokyo è stato bellissimo, si respirava un’aria di unione e competizione

“Sono Anna Polinari e sono una studentessa dell’Università di Verona, ma nella mia vita non c’è solo lo studio.

Pratico atletica leggera da 13 anni, all’inizio era solo un gioco, ma dopo i primi risultati a livello nazionale questo sport è diventato parte integrante della mia quotidianità.

Il mio sogno nel cassetto è sempre stato quello di partecipare ad un’olimpiade, ma ero consapevole di quanto duro lavoro e sacrificio si nasconde dietro competizioni di così alto livello e non sapevo se ne sarei mai stata realmente in grado.

Crescendo però, la ragazzina tenace e determinata che era in me ha conquistato i primi podi ai campionati nazionali e varie convocazioni in maglia azzurra.

Nel 2021 – un anno pieno di soddisfazioni, tra il titolo italiano nei 400 m promesse, un buon piazzamento ai Campionati Italiani assoluti e un buon tempo cronometrico – quella convocazione ai giochi olimpici non sembrava più una cosa astratta.

Ero ad allenamento e stavo per cominciare uno dei miei soliti lavori di corsa quando il mio allenatore Fabio Lotti cominciò ad urlare “Anna sei stata convocata!”: la convocazione ufficiale per la staffetta 4x400m era arrivata e poter condividere la gioia del momento con i miei compagni di allenamento e il mio coach è stato magico.

A Tokyo è stato bellissimo, si respirava un’aria di unione e competizione mai vista.

Anche se non ho potuto correre la staffetta, in quanto riserva, il mio cuore e la mia testa erano in pista con le mie compagne. E le emozioni non sono mancate. La squadra italiana ha fatto cose eccezionali e, in particolare, l’atletica ha conquistato ben cinque ori. Questi risultati mi danno la consapevolezza che tutto è possibile e io ho ancora tanto da dimostrare… e non vedo l’ora di farlo”.

Anna, studentessa di Scienze delle attività motorie e sportive
Instagram: @annapolinari

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