Sono felice di aver vissuto questa esperienza a Madrid e grato a chi me ne ha dato l’occasione

“Sono tornato dal mio Erasmus+Tirocinio a Madrid qualche mese fa ed ho passato molto tempo a valutare la mia esperienza. Forse il periodo non si è rivelato uno dei migliori per viaggiare ma, nonostante ciò, non ho alcun ripensamento e mi è solo dispiaciuto dover tornare una settimana prima del previsto a causa della pandemia.

Durante il periodo trascorso all’estero ho avuto modo di farmi le ossa in una realtà professionale di ottimo livello, mettendomi in gioco ed acquisendo nuove abilità tramite svariate esperienze sul campo. Ho incontrato persone disponibili nel darmi una mano e nel farmi sentire a mio agio, professionisti che mi hanno insegnato molto sia nell’ambito lavorativo che umano.

Ho avuto anche svariate occasioni di crescita personale e mi sono dovuto arrangiare in un paese straniero, gestendo il mio tempo e le mie risorse per poter chiamare “casa” anche un piccolo appartamento nella capitale. Ho dovuto esercitare lo spagnolo immergendomi direttamente nella cultura iberica ed utilizzandolo “sul campo”, forse il modo più efficace per imparare una lingua.

Insomma, mi sento fiero di me stesso per aver affrontato e superato questa grande sfida al massimo delle mie capacità, mettendocela tutta e traendone il meglio per me stesso.

Mi è piaciuto molto passeggiare lungo i grandi viali di Madrid, all’ombra dei suoi palazzi maestosi, attraversando barrios variopinti come Quecha o Malasaña. Oltre alle decine di musei, monumenti e centri culturali, come quello in cui ho lavorato, era bello bere una caña e mangiare qualche tapas in uno dei numerossissimi bar e locali, popolati da persone festose provenienti da ogni parte del mondo. Insomma, grazie a questa città e ai moltissimi stimoli che offre ho potuto aggiungere un’altra perla in quella collana di trascorsi che chiamiamo vita. Sarò sempre felice di aver potuto vivere questa esperienza e grato a chi me ne ha dato l’occasione.

!Siempre te llevaré en mi corazón Madrid, gracias por todo¡ ❤️ 💪”

Nicolò, studente si Scienze Filosofiche
Instagram: @nico.lobello

Studiare e lavorare si può, non bisogna lasciarsi scoraggiare

“L’idea che talvolta si ha dello studente universitario è quella di perditempo che studiano per non lavorare o, soprattutto negli ultimi anni, che studiano perché sanno di non trovare lavoro o almeno il lavoro a cui aspirano.

Posso affermare con sicurezza che questa categoria esiste: durante la mia prima esperienza universitaria, all’inizio degli anni ’90, ne ho fatto (ahimè) parte.

Vi sono invece persone che studiano con scrupolo e passione, partecipano attivamente a gruppi di studio e ad attività extra curriculari universitarie.

Vi è poi una terza categoria, quella di cui faccio parte proprio adesso: lo studente-lavoratore.

Mi sono iscritto al Corso di Laurea in Banca e Finanza lo scorso anno: lavoro da molto tempo per conto di intermediari finanziari sia italiani che esteri e ho sentito il bisogno di un profondo aggiornamento professionale che solo l’Università sa dare.

La vita dello studente lavoratore non è facile, coniugare gli impegni lavorativi e quelli universitari talvolta è impossibile: i due mondi fanno fatica a comunicare.

Per fortuna la tecnologia ci assiste e i professori se ne avvalgono, sfruttando tutte le potenzialità dell’e-learning. Inoltre, all’Università di Verona ho sempre trovato professori disponibili e attenti alle esigenze degli studenti lavoratori.

Ma non è una vita facile.

L’obiettivo è quello di frequentare il più possibile le lezioni, sacrificando il tempo libero, la famiglia (ho moglie e due figli), e concentrando l’attività lavorativa su alcune parti della giornata.

Gli esami si preparano studiando prevalentemente alla sera, nei fine settimana, ritagliandosi spazi con un po’ di inventiva: prima di iscrivermi ero solito muovermi tra le varie sedi lavorative che mi vedono coinvolto in auto, negli ultimi due anni ho riscoperto il treno, mezzo ideale per studiare!

È fondamentale organizzare e pianificare le settimane, nulla va lasciato al caso e ogni momento è prezioso, insomma, essere metodici è importante e l’esperienza acquisita con il lavoro si è rivelata essenziale.

Studiare e lavorare si può, non bisogna lasciarsi scoraggiare dalle difficoltà e da chi ci sta intorno, anche perché l’esperienza acquisita con l’attività lavorativa offre un vantaggio competitivo rispetto agli altri studenti, bisogno solo esserne consci e saperlo sfruttare.”

Davide, studente di Banca e Finanza
Instagram: @dave_pietro

Ero in Francia durante il Covid e ho scelto di tornare a casa: è stato come un uragano che ha scosso qualsiasi certezza

Mi sono laureata alla triennale a novembre 2019 e per la magistrale ho pensato di partecipare al programma Erasmus per un semestre: una sorta di regalo, un’esperienza all’estero che tanto avevo sognato. Quando ho saputo di essere stata presa in Francia, precisamente in Bretagna a Rennes, ero contentissima!  

Sono partita l’8 gennaio, ho fatto tappa a Parigi per un paio di giorni e in seguito, il 12 gennaio, sono arrivata ufficialmente a Rennes. Quest’esperienza è iniziata in maniera strepitosa: tantissime nuove amicizie con persone provenienti da qualsiasi nazione, moltissimi viaggi, escursioni organizzate e tantissimi confronti a livello culturale che mi hanno arricchita moltissimo.  

Ad un certo punto, però, questa avventura Erasmus cambia.  

Erano trascorsi circa due mesi, quando la mia esperienza all’estero inizia a prendere una piega diversa. Verso la fine di febbraio arriva una notizia: in Italia erano stati registrati i primi casi di Covid-19. In Francia la situazione era diversa, perché in quelle settimane non c’erano ancora stati dei contagi. Ricordo quelle settimane e i sentimenti contrastanti che continuamente si presentavano: cosa stava accadendo nel mio Paese? Noi italiani in Erasmus avevamo forse più timore di tutti gli altri ragazzi, poiché stavamo vivendo l’inizio della pandemia tramite i racconti dei nostri familiari, dei nostri amici, dei nostri legami più cari.  

Dopo qualche settimana dalle prime notizie tutto ciò che stava accadendo in Italia, che avevo vissuto indirettamente, cominciò piano piano a verificarsi anche sotto ai miei occhi. Ricordo giovedì 12 marzo, quando annunciarono che anche in Francia tutte le università sarebbero rimaste chiuse dal lunedì successivo. Quel weekend andai a restituire i libri presi in prestito dalle biblioteche dell’Università e cercai di bloccare tutti gli abbonamenti di cui stavo usufruendo. Arriva quindi il lunedì e le università chiudono. 

A poco a poco le restrizioni aumentavano e i dubbi su cosa fare o non fare crescevano di giorno in giorno. Io, assieme ad altri italiani che avevo conosciuto, alloggiavo nella residenza universitaria dove c’era una cucina in comune. Ogni giorno le domande erano sempre più frequenti: partire o non partire? Oppure rimanere? Il viaggio? I contagi? Tantissimi erano i dubbi che, giorno dopo giorno, si sovrapponevano nei nostri pensieri. 

 Molti ragazzi di altre nazionalità sono stati rimpatriati subito. A noi italiani, invece, è stato chiesto di scegliere. Così iniziai a valutare entrambe le opzioni, ovvero rimanere o partire, continuando a monitorare la situazione. Ricordo le chiamate all’Ambasciata, alla Farnesina e soprattutto ai familiari preoccupati. Piano piano la scelta iniziale che ci era stata offerta ha assunto un altro significato, perché i mezzi per rientrare in Italia diminuivano di giorno in giorno. Rennes si trova nel Nord-Ovest della Francia e dista circa un’ora e mezza di treno da Parigi. Cercai un volo per il rimpatrio, ed era garantito (da Parigi a Roma-Fiumicino e da Roma-Fiumicino a Milano Malpensa), ma i treni e qualsiasi altro mezzo per arrivare a Parigi si riducevano sempre di più e le restrizioni alla circolazione aumentavano.  

Iniziò così una corsa contro il tempo per riuscire a prendere i mezzi ancora garantiti per tornare a casa. Il primo volo di rimpatrio, previsto per il 31 marzo, era garantito ma il treno per raggiungere Parigi (e di conseguenza l’aeroporto) venne cancellato. Chiamai quindi la compagnia aerea, che molto gentilmente riuscì ad anticiparmi il volo al 29 marzo.  

Arrivò quel giorno: erano le 19 quando finalmente arrivai a Milano Malpensa. Ricordo l’ultima parte del mio viaggio di ritorno, in autostrada da Milano verso Vicenza: la strada completamente vuota, deserta. Dopo aver trascorso i 15 giorni di auto-isolamento, obbligatori per chi rientrava da un Paese estero, sono tornata a vivere normalmente con la mia famiglia. L’università francese, molto disponibile, ha permesso a tutti gli studenti di terminare il programma Erasmus a distanza, di seguire le lezioni e di svolgere gli esami online. Sono così riuscita a terminare il programma dell’università francese.  

È stata un’esperienza che non mi sarei mai aspettata di affrontare, una sorta di uragano all’improvviso che ha scosso qualsiasi certezza, un repentino cambio di programmi e di progetti, e che mi ha fatto capire quanto a volte, molte cose che diamo per scontate, in realtà, possono cambiare velocemente. 

Erika, studentessa di Lingue per la comunicazione turistica e commerciale
Instagram: @erikavitomi

Ho trovato la serenità stando all’aria aperta e con i miei coinquilini internazionali durante la pandemia in Germania

“Mi chiamo Suada e sono studentessa al secondo anno di magistrale in Biotecnologie mediche. Sono da settembre a Bielefeld, città della Renania Settentrionale-Vestfalia.

Quando è iniziata la pandemia ero tranquilla, ignara delle conseguenze che avrebbe portato. Qui non siamo mai stati in quarantena come in Italia, ma furono disposte delle regole di distanziamento sociale e ovviamente hanno chiuso tutte le attività tra cui l’università. Ho seguito le lezioni online e per diversi mesi non è stato possibile accedere ai laboratori, che sono parte integrante del mio corso di studio.

Seguivo la situazione in Italia tramite i media, e non potevo fare tutto ciò che prima era normale. Con i giorni che passavano, la situazione ha cominciato a diventare molto pesante psicologicamente anche per me.

Comunque sia, visto che qui abbiamo sempre potuto uscire per camminate o fare sport, e visto che vivo in una zona molto verde della Germania, ho trovato serenità stando all’aria aperta e anche grazie alla compagnia dei miei coinquilini internazionali.”

Suada, studentessa di Biotecnologie
Instagram: @its_suadin

Aiutiamoci a rendere la nostra esperienza universitaria ancora più bella

“Tutto è cominciato il 6 settembre 2014, quando ho seguito le procedure per immatricolarmi in Univr. Il corso di laurea era quello in Scienze della Comunicazione ed ero cosciente che sarebbe stato il percorso universitario giusto per me.

Dopo aver inviato la conferma di immatricolazione a mia mamma per stamparla (in quel periodo ero in Inghilterra ad accudire i figli di mia cugina, che lavorava poco lontano da Oxford) ho subito scritto a una ragazza che frequentava proprio quel corso di laurea per chiederle se conoscesse qualche gruppo social del mio anno. La sua risposta ancora risuona nella mia mente: “Non lo so Vale, ma in caso, puoi sempre crearne tu uno!”.

Detto, fatto. Il 15 settembre ho aperto il gruppo, oramai archiviato, “Univr – Scienze della Comunicazione a.a. 2014/2015”, un luogo in cui condividere con colleghe e colleghi avvisi, dubbi e qualsiasi altra informazione relativa all’università. Da quel momento mi sono sempre occupata della comunicazione tra studentesse e studenti con i docenti, tant’è che, successivamente, amministravo anche i gruppi delle matricole 2015/2016, 2016/2017 e, per un periodo, 2017/2018, anno accademico in cui ho conseguito la mia laurea triennale.

Inoltre, per agevolare ulteriormente la comunicazione, intorno a gennaio 2015 ho creato un sito web su cui condividevo in maniera chiara e schematica informazioni relative agli insegnamenti, agli esami, alle procedure di iscrizione (ad esempio per le prove del CLA), e così via.

Poco prima della mia laurea ho deciso che avrei chiuso tutto, dato che non avrei avuto più modo e necessità di aggiornarmi, non avendo avuto fin da subito l’intenzione di iscrivermi ad un corso di laurea magistrale. Quindi, il 14 novembre 2018, giorno successivo alla proclamazione, ho eliminato definitivamente il blog.

Ricordo perfettamente la sensazione provata: ero soddisfatta del mio operato, ma triste: sentivo come un vuoto impossibile da colmare. Così, la domenica della stessa settimana, mi sono iscritta al corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, rendendomi fin da subito disponibile con colleghe e colleghi, specialmente coloro che, avendo frequentato altri atenei, avevano bisogno di una mano per orientarsi in Univr.

Più tardi, navigando sul portale MyUnivr, ho notato un Bando Fondo Sostegno Giovani, il quale consiste in assegni per l’incentivazione delle attività di tutorato didattico-integrative, propedeutiche e di recupero: senza nemmeno batter ciglio, ho deciso di mandare la mia candidatura. Dopo esser stata selezionata durante i ripescaggi, ho cercato fin da subito di mostrare quelle che erano le mie lacune e le capacità acquisite soprattutto durante il ruolo di referente studentesca assunto negli anni della triennale.

Ora dovevo affiancare l’Ufficio Orientamento e comunicare con studentesse e studenti di tutti i dipartimenti, non solo quello di Culture e Civiltà.

Da qui è nato il mio profilo Instagram: un collegamento immediato con me, una persona in diretto contatto con gli uffici dell’Università che, però, è anche una studentessa, pertanto alla pari con i suoi interlocutori.

Sul profilo potete scrivermi senza formalità o timori tutto ciò che non va, che non vi piace, che ritenete di dover far conoscere a qualcuno che possa concretamente fare qualcosa per migliorare. Tanto, come sempre, “Siamo tutti sulla stessa barca”: se non siamo noi i primi ad aiutarci e a supportarci, chi altri potrebbe farlo?

Il mio desiderio è quello di creare una community per migliorare ulteriormente il nostro Ateneo, e l’unico modo perché ciò accada è proprio riferire a chi di dovere cosa non va bene, così da permettergli di modificare e migliorare.

Senza dubbio avrete notato l’aumentare delle notifiche push (le campanelle dell’App Univr che vi consiglio di scaricare, se ancora non l’avete fatto.

Aiutiamoci a rendere la nostra esperienza universitaria ancora più bella, sarà uno dei ricordi della nostra vita destinati a rimanere indelebili.”

Valeria, studentessa di Editoria e Giornalismo
Instagram: @valeriapinklady_univr

Sono passato dalle aule universitarie agli uffici di MSC USA in tempo zero

“Sono Alessandro, classe ‘95, nato e cresciuto nel territorio mantovano. Mentre scrivo queste righe sto realizzando che sono ormai passati 8 mesi dalla mia partenza per questa avventura post-laurea negli Stati Uniti d’America.

Ma cerchiamo di fare un passo indietro, partendo dall’inizio.

Siamo circa agli inizi di luglio 2019, sono iscritto al corso di Marketing e Comunicazione d’Impresa. Un solo esame mancante e in più la tesi per completare il percorso di studi in Univr. Si dà il caso che l’esame mancante fosse quello del prof. Russo che, prima della consegna dei compiti, parla di una mail che avrebbe inviato nei giorni successivi relativa al Premio di Laurea “Training on the Job at MSC USA”. Una volta superato l’esame, in uno dei giorni seguenti in ufficio (lavoravo già full time da circa un anno come Production Planner in un’azienda del mantovano) quasi per caso ho deciso di controllare se la mail fosse arrivata e senza pensarci troppo, ho fatto l’application per il bando.

Sono sincero, l’esperienza mi attirò da subito ma nella mia testa frullava il classico “Con tutte le persone che si presenteranno, perché dovrebbero scegliere proprio me?” cosi qualche settimana dopo, senza troppe speranze, mi presentai al colloquio per la selezione. Poco dopo la conclusione, i 4 presenti comunicarono la decisione per cui proprio io risultai vincitore.

Nei giorni successivi iniziai a comunicare la news, ai genitori in primis ancora ignari di tutto, e poi ad amici e colleghi. I mesi successivi sono stati un susseguirsi di burocrazia tra visto, passaporto e documentazioni varie fino al giorno del via libera: partenza fissata al 18 ottobre.

Volo diretto di circa 9 ore Malpensa-New York, scalo di 30 minuti (ancora mi chiedo come abbia fatto a salire sull’aereo successivo) e poi di nuovo a bordo per 40 minuti: destinazione Baltimora. Una volta arrivato sono stato accolto da una collega, che sarebbe poi stata la mia coinquilina per i primi sei mesi e che non mi stancherò mai di ringraziare per l’aiuto e la disponibilità, qualità dimostrate anche da tutti gli italiani incontrati nel mio percorso. Da lì a poco, dopo un breve tour della città, è iniziata la mia nuova avventura lavorativa e ho incontrato Mauro (ex studente dell’Università di Verona, negli USA da circa 20 anni e attualmente Branch Manager dell’ufficio MSC di Baltimora), presente nella fase di selezione. Dopo una breve training, sono stato assegnato al team che si occupa di logistica intermodale. Ad oggi mi occupo della gestione del cargo in arrivo tramite navi negli USA (quindi lato import) con l’obiettivo efficienti distribuzioni presso le destinazioni finali nel Paese attraverso camion, ferrovie e navi di dimensioni minori.

Nel primo periodo sono stato a Washington, Philadelphia e New York mentre le successive vacanze, settimana in Italia compresa, mi sono state cancellate causa Covid-19. Al momento l’ufficio vive, come la maggior parte delle attività, una fase di smart working da circa inizio aprile ma è pianificata una ripresa graduale da inizio luglio mirata al ritorno alla normalità il prima possibile.

Dovessi tirare le somme a questo punto dell’esperienza (il mio visto attuale ha scadenza maggio 2021), non posso che ritenermi assolutamente soddisfatto sia a livello personale che a livello lavorativo: il mio inglese è notevolmente migliorato, ho sviluppato nuove skills professionali ma soprattutto umane e mi sono adattato ed integrato in un mondo abbastanza diverso dal mio. Dovessi pensare ora al futuro? Sono sincero, già da un po’ lo sto facendo ma in tutta onestà ritengo sia ancora troppo presto per poter prendere una decisione definitiva.

Concludo con un consiglio, se amate mettervi in gioco e realizzare i vostri sogni allora la cosa da fare è solo una: uscite al più presto dalla cosiddetta comfort zone.

Alessandro, laureato in Marketing e Comunicazione d’Impresa
Instagram: @alartoni




Il ruolo delle donne in questa urgente rivoluzione è fondamentale

“Sono una donna: cosa mi riserva il mondo lavorativo italiano? Come posso aumentare le mie possibilità di successo?

Sono queste le domande sulle quali volevo sviluppare la mia tesi magistrale, ma non sapevo dove cercare risposte. Grazie alla mia relatrice, la professoressa Paola Signori, ho intervistato donne leader in aziende italiane: Cristina Marchi, Loredana Palumbo, Monica Dongili, Daniela Ballarini, Paola Aureli, Barbara Dalle Rive, Susanna Martucci e Giordana Risi.

Ho fortificato così la mia intraprendenza, oltre ad aver ottenuto le
risposte che cercavo e aver dato corpo alla mia tesi “Leadership femminile: intelligenza emotiva e mindfulness per una nuova comunicazione aziendale”. Le risposte ottenute mi hanno sorpreso, in parte deluso, ma penso sia utile condividerle soprattutto con le giovani donne come me che stanno muovendo i primi passi come lavoratrici.

Cosa riserva l’ambiente lavorativo italiano alle donne? La risposta purtroppo è chiara: ancora molte difficoltà.

Nella cultura sociale italiana persiste lo stereotipo uomo-lavoratore, donna- madre casalinga. Questo si riflette nell’ambiente lavorativo, dove le donne sono numericamente inferiori, soprattutto in ruoli di leadership, perché principalmente spetta a loro la cura dei figli e la cultura aziendale predilige mediamente ancora il genere maschile, discriminando le lavoratrici verbalmente, nella retribuzione e nei contratti.

Le donne dovrebbero essere quindi promotrici di una rivoluzione sia tra le mura domestiche, puntando ad una maggiore ridistribuzione dei compiti e responsabilità, sia in ambito aziendale.

Come possono le donne attuare tale rivoluzione e affermarsi nel lavoro? Validi approcci sono l’intelligenza emotiva e la mindfulness, che permettono di individuare le giuste chiavi di relazione e comunicazione con se
stesse e gli altri, penetrando maggiormente nel tessuto aziendale.

Consigli emersi per le lavoratrici, leader e non: collaborare di più tra di loro, distaccarsi emotivamente dai dipendenti e sanzionarli, avere maggior sicurezza in se stesse e affermare lo stile di leadership femminile, tendenzialmente più democratico di quello maschile. Da conservare sono invece la capacità critica, la creatività, l’empatia, la capacità di risoluzione dei conflitti e di aiutare i dipendenti a crescere. Infine, saper adottare tali approcci configura le donne come importanti risorse per l’azienda, perché migliorano il clima organizzativo, con un impatto positivo sulle performance e redditività aziendale.

Grazie alle interviste, sono innovative le soluzioni emerse che le aziende dovrebbero attuare, ma il ruolo delle donne in questa urgente rivoluzione è fondamentale.

Quanto bisognerà attendere affinché le donne si facciano promotrici di questo cambiamento e vi siano risultati consistenti?”


Lucia, neolaureata in Marketing e comunicazione d’impresa
Instagram: @luli.beth

Dottorarsi in pantofole, quale eufemismo!

“Probabilmente l’avvicinarsi della discussione della tesi di Dottorato non è paragonabile al terrore che don Abbondio ebbe all’appropinquarsi dei Bravi, miei venticinque (e spero anche qualcuno di più) lettori; tuttavia, almeno da parte mia, non mi appariva certo come una passeggiata della salute. Il dover cercare di rendere quanto meno comprensibile (“interessante” è un termine da Iperuranio) la mia ricerca, e doverlo fare in lingua inglese, mi atterriva già prima di scoprire che avrei affrontato la questione attraverso la cosiddetta, famigerata, “modalità Covid”; ossia online, dietro lo schermo di colui (sì, la personificazione non è casuale) che tutti noi abbiamo imparato a conoscere a fondo nei due mesi circa di lockdown: il PC.

La preoccupazione maggiore non poteva che essere una: l’assenza di connessione (o l’instabilità, che è, se possibile, ancora più terrificante perché foriera di fermi immagini il più delle volte parodistici). Invece tutto è filato fortunatamente liscio come l’olio (perdonate il colloquialismo di tale immagine, ma ritengo sia iconica come poche). Anzi, ad essere sinceri, forse anche di più. Paradossalmente, il non avere una platea fisicamente di fronte, ha abbassato il livello di tensione (se qualcuno fra voi studia Psicologia potrà sicuramente fornire una spiegazione adeguata) con il risultato di esporre la mia presentazione in maniera quanto meno soddisfacente. Non mi soffermerei nella descrizione dell’evento in sé, e neppure sul cerimoniale di vestizione precedente alla discussione.

Ora, alcuni doverosi ringraziamenti. Il primo va al Corso di Dottorato in Economia dell’Università ed in particolar modo al coordinatore del Corso ed al mio supervisor, per avermi permesso di migliorare costantemente, non solo dal punto di vista delle skills acquisite, ma anche a livello di esperienze di vita. Il secondo ringraziamento va ai miei colleghi, i quali hanno sempre allungato una mano in mio soccorso. Il terzo ringraziamento è alla mia famiglia. Il quarto ed ultimo è rivolto alla mia fidanzata, la quale è stata àncora di sostegno in questi anni, anche quando la barra del timone sembrava non poter reggere.

Concludo con un invito a tutti voi (o, almeno, a coloro che sono arrivati a leggere fin qui). Non mollate mai, anche quando la montagna sembra troppo impervia. I professori non sono qui per “fregarvi”, ma svolgono esattamente il ruolo di docenti, nel senso latino del termine. E ricordate: chiedere aiuto non è segno di debolezza ma di coraggio, perché solo ammettendo i propri limiti si può migliorare.”

Davide, Dottore di Ricerca in Economics

Ho sconfitto i “tu non ce la farai mai” del passato e ho raggiunto il mio obiettivo

“Dopo la maturità non avevo dubbi sulla strada da intraprendere, volevo completare il mio percorso scolastico e così ho deciso di intraprendere la carriera universitaria, scegliendo di iscrivermi a Scienze dell’Educazione.

Il mio percorso di studi fin dalle superiori è sempre stato altalenante, più bassi che alti, sul filo di un rasoio ma sempre con la voglia di imparare, di farcela e di andare avanti. Sì, perché nonostante i “tu non sei adatta” o “tu non ce la farai mai” del passato il mio obiettivo è stato raggiunto: due anni fa mi sono laureata all’Università di Verona e mai come quel giorno sono riuscita a sentire la felicità.

La mia esperienza lavorativa inizia grazie al Servizio Civile Universale, in una struttura dedicata a bambine e bambini con disabilità. 

È stata un’esperienza altamente formativa, che mi ha dato la possibilità di lavorare a stretto contatto con professionisti, che mi ha aiutato a crescere. Ho aperto gli occhi ancora di più verso il mondo della disabilità, che prima era teoria scritta sui libri di testo ed ora invece è di fronte a me, sotto il mio sguardo diretto.

È stato un punto di partenza per il mio futuro, mi sono messa in gioco nonostante il timore di aver scelto la strada sbagliata. Ora quel timore non ce l’ho più e sono convinta del percorso che ho intrapreso, ho ancora tanta voglia di imparare e di crescere.”

Ilaria, laureata in Scienze dell’Educazione
Instagram: @ila_taddei__

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